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Gli involucri e le confezioni in plastica per alimenti o, per meglio dire, i numerosi polimeri con i quali questi sono realizzati, in parte migrano nel cibo ed entrano nell’organismo, con effetti ancora in gran parte sconosciuti, ma quasi sicuramente non positivi.

Lo studio sui derivati

Lo afferma uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology, che ha fatto emergere una realtà abbastanza preoccupante. I ricercatori della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim hanno analizzato 36 materiali provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Corea del Sud, Germania e Norvegia e trovato centinaia di sostanze diverse, provenienti dai polimeri primari e dagli innumerevoli prodotti della loro degradazione. In un solo materiale ne hanno trovate addirittura poco meno di 10.000 (9.936). Inoltre, hanno identificato e caratterizzato 11 assortimenti di diverse molecole già noti per avere un effetto sul metabolismo. E, come se non bastasse, hanno confermato che decine delle sostanze isolate hanno un’azione sul sistema endocrino, e sono quindi interferenti endocrini, come vengono definiti i composti che alterano i cicli ormonali.

Donna tiene tra le mani cibo in un contenitore in plastica per asporto, takeaway o food delivery, con posate di plastica
È necessario mettere a punto materiali per l’imballaggio più sicuri di quelli attuali

In realtà, non sorprende che le plastiche alimentari, considerate sicure, e per questo autorizzate, si degradino, specialmente quando sono a contatto con alimenti grassi, che favoriscono la dissoluzione. Ma quanto scoperto dai ricercatori norvegesi mette in evidenza la necessità, sempre più urgente, di mettere a punto materiali per l’imballaggio e il confezionamento più sicuri di quelli attuali. Nel frattempo, sarebbe meglio evitare di consumare alimenti e bevande conservati nella plastica, o comunque a contatto con materiali plastici (per esempio con pellicole e simili) tutte le volte che è possibile. Gli studi comunque proseguono, e fanno progressi significativi soprattutto sul fronte opposto: quello dello smaltimento delle plastiche usate.

I vermi mangia-plastica

Nei giorni scorsi la BBC ha dedicato un articolo e un video a una scoperta tutta italiana, anche se realizzata e poi sviluppata all’estero: quella della biologa Federica Bartocchini, che nel 2017 stava lavorando presso lo Spanish National Research Council. Bartocchini era anche un’apicoltrice dilettante, e dopo aver pulito il suo alveare, aveva riposto dentro un sacchetto di plastica alcuni vermi della cera, i Galleria mellonella, parassiti degli alveari. Poco tempo dopo, si era accorta che questi avevano praticato dei piccoli fori nel sacchetto, e stavano letteralmente mangiando la plastica. Aveva quindi capito subito che quel comportamento meritava un approfondimento.

In effetti, come ha poi scoperto, la loro saliva contiene almeno due enzimi, denominati da Bartocchini Ceres e Demeter (che prendono il nome rispettivamente dalla dea dell’agricoltura romana, Cerere, e da quella greca, Demetra), che sciolgono i legami dei polimeri e, in particolare, quelli del polietilene. Un’identificazione importante, perché è impensabile rilasciare nell’ambiente i vermi interi, e aspettare che eliminino la plastica, dal momento che sono parassiti degli alveari.

Al contrario, utilizzare due enzimi per bonifiche mirate, probabilmente è possibile. Bertacchini ne è convinta e per questo, approdata in Francia, a Reims, ha fondato una start up chiamata Plasticentropy France, con la quale spera di giungere a un prodotto industriale. Del resto, nel corso degli anni gli scienziati hanno già isolato enzimi potenzialmente utili in batteri, funghi e altri vermi come lo Zophobas morio descritto nel 2022, ribattezzato super-verme proprio per queste caratteristiche, che ne produce uno capace di digerire il polistirene.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com

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Carmelo
17 Maggio 2024 09:46

I giapponesi sono molto più avanti nel 2006 già con i vermi che mangiano legnimi e polimeri

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