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I prezzi dei prodotti scendono, ma occorre riconoscere il valore del cibo

Troviamo conferma, su “La Repubblica” del 5 agosto, della forte concentrazione del mercato alimentare al dettaglio in un ristretto nucleo di gruppi della GDO (Grande Distribuzione Organizzata). Il paragone con le sette sorelle del petrolio sembra davvero eccessivo, con buona memoria di Enrico Mattei e più freschi ricordi di Priolo e Golfo del Messico.

In ogni caso, vale la pena di richiamare quanto espresso dal rappresentante della distribuzione moderna in Italia chiamato in causa dai giornalisti: il mercato alimentare risponde – con una logica economica, com’é ovvio anche per le cooperative – alle richieste dei consumatori, si tratti di “primo prezzo” (“low cost” e “hard discount”, in gergo) o di “alta gamma” (squisitezze di marca, “delicatessen”). Ed é chiaro a tutti come la capacità di spesa dei consumatori, anche in Italia, sia diminuita negli ultimi anni. Per ragioni che qui non vale la pena approfondire.

La questione é forse allora un’altra: si rendono conto i consumatori che dietro l’incedere delle offerte speciali non vi sono solo le economie di scala dei grandi gruppi distributivi? Si rendono conto i consumatori che il “risparmio sopra ogni cosa” logora inesorabilmente gli operatori a monte della filiera? Che i sacrifici sottesi a vendite sottocosto spesso costringono non i colossi taiwanesi dell’high tech, bensì i coltivatori dei nostri campi e i trasformatori dei loro raccolti a sforzi intollerabili, e a condizioni capestro nei contratti di fornitura?

E che viceversa – per dirla con Petrini – riconoscere nel prezzo il vero “valore” di un alimento, magari di marca, consente agli operatori di preservare non solo la sicurezza ma anche la qualità dei prodotti, oltreché la sopravvivenza delle nostre imprese e il mantenimento dell’impiego dei nostri lavoratori? Il discorso non è semplice, poiché tutti alla fine del mese devono pur fare i conti con le spese.

Ma non vi é nessuna ideologia di mezzo, vale anzi la pena di tenere a mente – come accennato nella relazione dell’eurodeputato Bové sul “miglior funzionamento della filiera alimentare in Europa” (link ad articolo “Il Parlamento UE contro la concorrenza “sleale” dei supergruppi della GDO”) – che il concetto di “fair trade” vale per i coltivatori di cacao in Cote d’Ivoire ma anche per gli olivicoltori foggiani, fatti i dovuti adattamenti ai territori d’interesse.

Quanto alla GDO, nel prendere atto che anche  i loro margini iniziano a comprimersi, sappiano di non essere soli. E nel “mal comune, mezzo gaudio”, sarebbe bello potersi accordare su clausole commerciali ragionevoli, se non anche eque.

Dario Dongo

 

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