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Le frodi dei prodotti ittici possono riguardare fino al 36% del totale delle vendite secondo un’analisi del Guardian

Il Guardian Seascape ha analizzato 44 studi recenti, relativi a oltre 9.000 campioni di prodotti ittici provenienti da ristoranti, pescherie e supermercati di oltre 30 Paesi, rilevando che il 36% era etichettato in modo errato. In un confronto delle vendite di pesce etichettato come dentice settentrionale (snapper), da pescherie, supermercati e ristoranti in Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Singapore, Australia e Nuova Zelanda, i ricercatori hanno riscontrato errori di etichettatura in circa il 40% dei campioni. Il Regno Unito e il Canada hanno registrato i più alti tassi di etichettatura errata. A volte i pesci erano etichettati come specie diverse nella stessa famiglia. In Germania, ad esempio, il 48% dei campioni testati che si presume siano capesante reali erano in realtà le meno ambite capesante giapponesi. In Italia, dei 130 filetti di squalo acquistati dai mercati ittici e pescivendoli, i ricercatori hanno riscontrato un tasso di etichettatura errata del 45%, con l’indicazione di specie apprezzate dai consumatori italiani sostituite in realtà con con specie più economiche. Altri campioni si sono rivelati addirittura prive delle specie acquatiche dichiarate, come delle polpette di gamberi vendute a Singapore che contenevano carne di maiale e non una traccia del crostaceo.

Le frodi dei prodotti ittici sono da tempo un problema noto in tutto il mondo – precisa il Guardian – poiché sono tra i prodotti alimentari più scambiati a livello internazionale, spesso attraverso catene di approvvigionamento complesse. “Ci sono tante opportunità lungo la catena per modificare le etichette dei pesci di scarso valore e trasformarle in specie di qualità o il pesce d’allevamento farlo diventare magicamente selvatico”, afferma Beth Lowell, vicepresidente per le campagne statunitensi di Oceana, organizzazione internazionale che si occupa degli oceani.

prodotti ittici
Ci sono tante opportunità lungo la catena per modificare le etichette dei pesci

Va detto però che gli studi in questione spesso si occupano in particolare di specie note per essere problematiche, non è dunque accurato affermare che il 36% di tutti i prodotti ittici globali è etichettato in modo errato. Né che i prodotti ittici vengano etichettati sempre deliberatamente in modo errato, sebbene la stragrande maggioranza delle sostituzioni riguarda pesci a basso prezzo che sostituiscono quelli a prezzo più alto, indicando frode piuttosto che disattenzione. A volte i pesci vengono sostituiti con specie simili, ad esempio un tipo di tonno con un altro. Spesso, tuttavia, la sostituzione avviene con una specie completamente diversa. Un sostituto frequente è il pangasio, un pesce poco costoso allevato in Vietnam e Cambogia con un gusto e una consistenza tali da farlo passare per merluzzo, sogliola o eglefino. In Cina, sono stati testati 153 prodotti a base di filetti di pesce arrosto, di 30 marchi commerciali, acquistati nei mercati locali ed è emerso “un allarmante tasso di contraffazione riguardante almeno il 58% dei campioni”.

Secondo il Guardian il problema sembra essere molto diffuso nei ristoranti. Per capire le dimensioni del problema, più di 100 scienziati hanno condotto uno studio, raccogliendo segretamente 283 campioni di prodotti ittici ordinati in 180 ristoranti di 23 Paesi europei. Hanno inviato i campioni a un laboratorio, insieme alla descrizione che era presente sul menu, la data, il prezzo, il nome del ristorante e l’indirizzo. Il Dna in ogni campione è stato analizzato per identificare la specie e quindi confrontato con i nomi sul menu. Un ristorante su tre vendeva prodotti non corrispondenti alla descrizione sui menu. I più alti tassi di etichettatura errata nei ristoranti, compresi tra il 40% e il 50%, si sono verificati in Spagna, Islanda, Finlandia e Germania.

Un altro problema riguarda il “Fish laundering”, una pratica illegale, spesso attuata al largo delle coste dell’Africa, dell’Asia e del Sud America, che prevede il trasbordo di quote di pesce pescato illegalmente da piccoli pescherecci, su grandi navi da carico in possesso di adeguati permessi di pesca che “ripuliscono” il carico e ne ripristinano la liceità. Spesso il pescato viene lavorato a bordo di queste navi, dove l’etichettatura errata e la miscelazione di pesce legale e illegale vengono effettuate in segreto. Il rischio di essere scoperti è basso perché il monitoraggio lungo la filiera ittica è scarso.

© Riproduzione riservata. Foto: Stock.adobe.com

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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