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Frodi sul biologico: il vero e il falso nelle dichiarazioni ufficiali. 2,5 kg legumi diventano 2,5 tonnellate e i barattoli di pomodoro pesano 46 kg!

legumiRiceviamo e pubblichiamo questa nota di Roberto Pinton Segretario AssoBio, sulle fake news relative al mondo del biologico riprese da molti siti e quotidiani online a dispetto di ogni regola dell’informazione e del giornalismo sul controllo delle fonti.

Prima di commentare l’articolo del 13 giugno “Falso biologico: operazioni e sequestri dei carabinieri in tutta Italia. Coldiretti: A rischio sei consumatori su dieci” pubblicato sul Fatto Quotidiano, abbiamo fatto un po’ di fact checking, sulla lunga lista di perquisizioni e denunce elencate nell’articolo effettuate dai carabinieri. Questo esercizio di verifica delle  notizie lo abbiamo voluto fare visti i frequenti articoli sugli scandali nel mondo bio, basati su mirabolanti comunicati che poi  vengono smentiti qualche giorno dopo. L’articolo si rivolge anche  ai tanti giornalisti che rilanciano comunicati con troppa facilità senza incrociare le fonti, presi dalla pulsione di informarne il mondo con titoli  esuberanti dall’effetto facile

Per fare un esempio, nell’agosto scorso un comunicato dell’Arma dei Carabinieri informava di un’operazione a Palermo che aveva condotto al sequestro di 2.500 chili di legumi secchi bio privi di elementi di tracciabilità. Titoloni sui giornali, fibrillazione, ordini sospesi dall’estero, pretese di chiarimenti da parte degli acquirenti, fino al comunicato che rettificava: non si trattava di 2,5 tonnellate, ma di 2,5 kg di diversi tipi di legumi secchi esposti in vendita da un salumiere.

Ma tornando all’articolo del 13 giugno pubblicato da Il Fatto Quotidiano sulle nefandezze dei prodotti biologici, il giornalista descrive una frode che interessa a 15 tonnellate di alimenti bio in tutta Italia. La nota comincia con una contestazione fatta dai carabinieri in due negozi di Carpi e Forlì  su un gruppo di 22 confezioni  di baccalà mantecato e di sardine marinate etichettate male. L’efferato crimine sta nell’aver riportato sul cartellino  la denominazione ”baccalà mantecato biologico” anziché “baccalà mantecato” più il claim “con olio di semi di girasole biologico” , e di aver adottato la marca “Mare Bio” per le sardine marinate, la cui denominazione e il cui elenco ingredienti erano peraltro del tutto a norma: sardine, olio di semi di girasole bio, olio extravergine bio, aceto di vino bio, sale.

donna compra pesce
Le 22 vaschette  di baccalà mantecato e sardine marinate rispettavano tutti i requisiti del biologico, ma c’erano errori nella denominazione

L’articolo 23 del regolamento 834/2007 sull’uso di termini riferiti al biologico in prodotti che hanno come ingrediente principale il pesce, stabilisce che vi si possa ricorrere nell’elenco degli ingredienti e anche in un claim nello stesso campo visivo della denominazione, ma non nella denominazione né nella marca commerciale. Si tratta quindi senza dubbio di due non conformità, ma del tutto formali e comunque la regolarità della ricetta resta fuori discussione: tutti gli ingredienti erano biologici e i prodotti erano regolarmente certificati.

L’articolo del quotidiano online riferisce poi di un punto vendita di Napoli dove sono stati sequestrati  100 kg di ortofrutta bio perché le etichette sulle sette cassette non presentavano tutte le indicazioni richieste dalla norma. A Caserta sono stati sequestrati 16 kg in tutto di prosciutto cotto, salumi vari e formaggi, anche in questo caso per mancanza di tracciabilità. Va ricordato che per l’articolo 31 del regolamento 889/2008, le informazioni su nome e indirizzo del produttore e le indicazioni sul metodo biologico, possono figurare anche solo nei documenti di accompagnamento, come nei due casi segnalati. In tutti questi casi (120 kg di merce in tutto) non si tratta affatto di “falso bio”, al più di una gestione operativa dell’attività decisamente approssimativa e da correggere.

passata pomodori vasi
I 6480 barattoli di passata di pomodoro segnalati non possono corrispondere a 300 tonnellate, come riportato da alcuni giornali

Quanto alla vicenda delle 11 tonnellate di arance egiziane proposte come agrumi siciliani e spacciate per biologiche, Oreste Gerini, della Direzione generale della prevenzione e del contrasto alle frodi agro-alimentari del ministero delle Politiche agricole, nel corso della trasmissione Mi Manda Rai Tre del 20 giugno 2018, ha chiarito che non si trattava di arance convenzionali spacciate per biologiche, ma di arance egiziane spacciate per arance italiane. Nessuna frode biologica, solo un comunicato stampa confuso, un giornalista superficiale che non controlla e un’organizzazione di agricoltori convenzionali che troverebbe qualsiasi argomento per promuovere i suoi mercatini.

Stiamo ancora cercando di sapere qualcosa di più sui 6.480 barattoli di finta passata di pomodoro bio in Campania, che secondo il giornalista  del quotidiano corrispondono a “oltre 300 tonnellate”. Se si trattasse davvero di 300 tonnellate ogni “vasetto” peserebbe 46 chili! Il capitano Linda Malzone al riguardo ha precisato a Mi Manda Rai Tre che si trattava di prodotto proposto come biologico, ma ancora nella fase di conversione (ovvero già coltivato in conformità al metodo biologico, ma non ancora legittimato a indicare la parola bio sull’etichetta).

Troppi giornalisti utilizzano errori e finte notizie per attaccare in modo indiscriminato il mondo del bio

Premesso che bisogna sempre essere al fianco del comando carabinieri per la Tutela Agroalimentare che lavora per controllare la produzione agricola e alimentare, sarebbe altrettanto che il Comando trattenesse l’esuberanza dell’ufficio stampa, per evitare di trasformare 2,5 kg di fagioli, 22 scatolette di sardine e 6.500 vasi di passata in notizie  tali da destare allarme sociale, gettando ombre su 70 mila innocenti operatori del biologico che immettono sul mercato prodotti per un valore di miliardi di euro. Alcune non conformità formali sembrano solo la conseguenza di un’infelice gestione dei documenti, e non hanno costituito alcuna frode né alcun rischio per i consumatori. Le 11 tonnellate di arance egiziane sono una scivolata infelice visto che la notizia non riguarda il mondo bio.

Oltre all’appello di prestare maggiore attenzione alle fonti e di verificare le notizie, c’è il problema che in queste segnalazioni mancano sempre i nomi delle aziende presso le quali sono stati effettuati i sequestri ( utili per circoscrivere i fatti ed evitare di gettare ombre sul settore). I Carabinieri non riportano i nomi perché temono querele da parte degli operatori che risultassero innocenti in fase di giudizio o al più poco ordinati nell’archiviazione dei documenti di trasporto? Se è così, basterebbe stare più attenti nei comunicati  e negli articoli a utilizzare più spesso il condizionale. Nel nostro ordinamento solo l’autorità giudiziaria può dichiarare la colpevolezza, dopo avere ricevuto la segnalazione da parte dei militari o di altri organi di controllo che possono solo riportare quelle che loro ritengono ipotesi di violazioni della norma.

ilfattoquotidiano biologico
L’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano, con toni allarmistici e notizie scorrette

C’è infine il problema dei giornalisti che si limitano a rilanciare i comunicati stampa delle lobby o delle istituzioni, limitandosi a fare da megafono facendo un semplice  copia e incolla del testo,  senza  verificare le fonti (fact checking). Purtroppo questa pratica di sfruttare errori e finte notizie per attaccare sempre in modo indiscriminato il mondo del bio è una forma di sciacallaggio diffusa in alcuni media che si qualifica per quello che è.

Roberto Pinton – Segretario AssoBio

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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9 Commenti

  1. Resta il fatto che negli organismi di controllo del bio sono presenti le stesse aziende produttrici del bio.
    E’ vero? In caso affermativo i consumatori avrebbero più di un motivo per essere sospettosi.

  2. E’ vero? Sì e no.

    Il decreto legislativo 23 febbraio 2018, n. 20 (Disposizioni di armonizzazione e razionalizzazione della normativa sui controlli in materia di produzione agricola e agroalimentare biologica) dispone l’obbligo dell’assenza di partecipazioni qualificate, dirette o indirette, nella struttura proprietaria da parte di operatori e associazioni di operatori.
    Sono escluse da tale requisito solo le associazioni di carattere consortile che non abbiano fine di lucro.
    Posso concordare sulla considerazione che questa deroga non ha un gran senso: il conflitto d’interessi e l’assenza di fini di lucro son due caratteristiche distinte, in linea teorica una non esclude l’altra

    Va detto, comunque che:

    a) dei 19 organismi di controllo autorizzati (16 in tutta Italia più 3 di lingua tedesca autorizzati nella sola provincia autonoma di Bolzano) uno soltanto è di proprietà di un’organizzazione senza fini di lucro tra imprese, quindi la situazione che la lettrice segnala è un’eccezione e tutt’altro che la prassi prevalente;

    b) gli organismi di certificazione devono necessariamente essere accreditati; l’ente unico designato dal governo italiano ad accreditare, cioè ad attestare la competenza, l’indipendenza e l’imparzialità degli organismi che verificano la conformità alle norme, è Accredia, che opera sotto la vigilanza del ministero dello Sviluppo Economico (ma sono soci anche altri otto ministeri, compresi quelli dell’Interno, della Salute, delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, il CNR, Enea, Unioncamere, una dozzina di associazioni di imprese da Confindustria a Confesercenti, una ventina di federazioni e associazioni varie, tra cui anche di consumatori);

    c) gli organismi di controllo sono sottoposti alla vigilanza delle Regioni nel cui territorio operano e del Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari del ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali;

    d) gli organismi di controllo sono tenuti a dotarsi di un comitato per la certificazione, di un comitato per i ricorsi, di un comitato per la salvaguardia dell’imparzialità, chiamato a monitorare gli aspetti che influenzano la fiducia e l’affidabilità della certificazione e a condurre un riesame circa l’imparzialità delle attività svolte dall’organismo. I comitati prevedono la partecipazione di esterni (tra cui amministrazione pubblica e associazioni dei consumatori) ed è esclusa la possibilità che in essi si configuri una maggioranza di operatori.

    C’è quindi tutto un armamentario organizzativo e di regolari verifiche terze per scongiurare eventi non allineati con la norma.

    Se nella struttura proprietaria di un organismo di controllo sono presenti cinquanta imprese di un determinato settore merceologico, poi, si può considerare almeno assai improbabile che siano tutte disposte ad accettare che si “chiuda un occhio” su una di loro, propria concorrente sul mercato.

    Personalmente non apprezzo che imprese o loro organizzazioni (in qualsiasi settore e sia a fine di lucro che senza fini di lucro) siano coinvolte nella proprietà di un organismo di controllo non perché abbia evidenza di comportamenti censurabili, ma solo perché “suona male” e viene visto con una certa frequenza da parte di non addetti ai lavori come elementi di opacità è fonte di dubbi.
    Dubbi che, pur infondati, è meglio togliere di torno, non fosse altro per risparmiare il tempo delle spiegazioni.

  3. Secondo l’ultimo REGOLAMENTO (UE) 2018/848 del Parlamento Europeo e del Consiglio sui prodotti biologici, appena approvato e pubblicato ma che si applicherà dal 1 gennaio 2021, per gli organismi di controllo autorizzati ed accreditati, all’art. 46 prevede:
    ” offrono adeguate garanzie di obiettività e imparzialità e non presentano alcun conflitto di interessi per quanto riguarda l’espletamento dei loro compiti di controllo”.
    Non avere conflitti d’interesse tra il compito di organismo di controllo ed operatore diretto ed indiretto, aggiungo io con o senza fini di lucro, presuppone non avere partecipazioni dirette ne indirette, ne consulenti in contemporanea collaborazione tra loro e gli operatori stessi.
    Più difficile da rispettare che da enunciare, ma l’autorevolezza e l’affidabilità di ente terzo che certifica e garantisce i consumatori, deve essere specchiata e dimostrabile contro ogni dubbio e possibile sospetto di connivenza.
    Perché nel prossimo regolamento sono previste già deroghe e soglie di tolleranza più ampie del passato e delle normative italiane, se poi si aggiungessero anche possibili e tollerati conflitti d’interesse tra controllori e controllati, temo che il marchio di qualità bio sarà decisamente squalificato e i produttori convenzionali non tarderanno a strumentalizzare questi aspetti equivoci.

  4. Luca Taffetani

    Vorrei avere un fact-checking sulla notizia diffusa dalla trasmissione Rai di una produzione bio di riso che richiederebbe un’estensione di terreni produttivi maggiore di tute le terre messe a produzione di riso in Italia.

    • Mi risulta che molte delle preparazioni a base di riso vengono realizzate con riso importato, anche pre-lavorato in origine.
      Ora con la dichiarazione in etichetta sulle origini della materia prima potremo controllare da dove proviene. Salvo errori, omissioni e nascondenze, che però il controllo della tracciabilità degli enti certificatori dovrebbe facilmente scoprire.

    • Roberto Pinton

      Nei prodotti biologici l’obbligo di indicare il luogo in cui sono state coltivate le materie prime agricole è in vigore sin dal 1° luglio 2010 in base al regolamento europeo n.834/2007, non ai raffazzonati e traballanti decreti ministeriali italiani.

      A seconda dei casi, l’indicazione è «Agricoltura UE», «Agricoltura non UE» o «Agricoltura UE/non UE».
      L’indicazione «UE» o «non UE» può essere sostituita o integrata dall’indicazione del nome di un Paese quanto tutte le materie prime agricole vi siano state coltivate.

    • Nella pasta bio l’indicazione dell’origine italiana, UE, non UE, è appena sufficiente per sapere se è nostrana oppure no, senza altre informazioni.
      Mentre nei biscotti bio con diversi ingredienti, l’unica indicazione omnicomprensiva sintetica imperante è: Agricoltura UE/non UE.
      Un po’ poco per capire da dove provengano il farro, il grano e gli altri cereali che rappresentano la principale materia prima del prodotto.
      Servirebbe un piccolo sforzo in più anche nel bio.

  5. ottimo articolo. fare chiarezza è assolutamente indispensabile!!

  6. Roberto Pinton

    @Luca Taffetani. Non ho visto la trasmissione alla quale fa riferimento. Se quanto rifeirisce è stato effettivamete affermato in trasmissione, non ci siamo proprio ed è un’ennesima fake news.

    Non se la prenda a male, faccio un taglia e incollla di un commento fatto dopo una trasmissione del 2014:

    “Sui giornali si è letto (c’è ancora abbondante traccia sul web) che “dal sito del Sinab (n.d.r., Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica, l’ufficio del ministero delle Politiche agricole che gestisce i dati del settore, http://www.sinab.it) risulta che il riso bio prodotto in Italia ammonta a 570.217 mila quintali, prodotti su 8405 ettari”.

    Il che dimostra che anche le redazioni ogni tanto vanno in confusione: 570.217 mila quintali per 8.405 ettari darebbero l’incredibile resa annuale di 67.842 quintali per ettaro.

    In realtà, sul sito del Sinab si legge che la resa “stimata” del riso è di 570.217 quintali (non 570.217 MILA) e che gli ettari coltivati a riso erano 9.528 e non 8.405: a conti fatti con le cifre corrette, la resa media per ettaro era più umana di quanto sparato negli articoli, e cioè 59,8 quintali contro i 66 quintali per ettaro che l’Ente Nazionale Risi indica per il riso convezionale.

    Ma c’è un altro problema: la pubblicazione del Sinab indica soltanto “stime” perché è stata realizzata, come ogni anno, in occasione di Sana, fiera del biologico che si tiene a Bologna ai primi di settembre (cioè subito dopo agosto, il che significa che è realizzata a luglio).
    Non avendo il tempo materiale di elaborare i dati di consuntivo (quelli verificati davvero nel corso delle ispezioni alle aziende) che gli organismi di controllo comunicano ogni anno al ministero, come previsto dalla norma, al Sinab non rimane che pubblicare delle “stime”, che peraltro, in assoluta trasparenza e correttezza come tali sono indicate.

    Se le testate che si sono occupate della questione avessero effettuato un check dell’articolo con il Sinab o con FederBio, avrebbero appreso senza difficoltà che (“stime” a parte) la resa media per ettaro rilevata davvero dagli organismi di controllo per il 2013 era stata soltanto di 44,65 quintali per ettaro, cioè il 32,3% in meno delle resa media del riso convenzionale.
    È quindi del tutto campata in aria l’informazione che le rese del riso biologico sarebbero state identiche a quelle del riso convenzionale (sono circa due terzi), al più è legittimo sostenere che il Sinab ha sovrastimato (ma ha chiaramente indicato che di stime si trattava) la produzione: oggettivamente troppo poco per realizzarci un articolo…”

    In altre parole, l’idea che “la produzione bio di riso richiederebbe un’estensione di terreni produttivi maggiore di tute le terre messe a produzione di riso in Italia” è con tutta probabilità basata sulla precedente trasmissione farlocca che aveva confuso 570.217 quintali con 570.217 MILA quintali.
    Quando si sbaglia la scala di un fattore 1000, succede di andare a sbattere in risultati di assoluta fantasia.

    La ringrazio perchè mi ha dato l’occasione per ricorsare che è da anni che ci tocca perder tempo a smentire e chiedere la rettifica di articoli campati per aria…