32 associazioni chiedono di rendere obbligatoria nei supermercati la vendita di 100 prodotti salutari senza margini di profitto, per garantire accesso al cibo sano senza penalizzare agricoltori e consumatori.
Esistono luoghi dove si parla e luoghi dove si agisce. E quando si tratta di agire, in prima linea troviamo la Francia, dove l’accesso al cibo sano non rimane sulla carta, ma si tenta di farlo diventare una realtà tangibile. È quello che stanno cercando di concretizzare 32 associazioni di consumatori, anti-povertà, di pazienti, sanitarie e per la tutela della salute ambientale. Il progetto è quello di rendere accessibili 100 alimenti sani al prezzo di costo, senza alcun margine di profitto.
I punti della petizione per rendere il cibo sano più accessibile
A guidare le associazioni sono le realtà foodwatch, Familles Rurales e Secours Catholique, con un obiettivo: unire le forze in una mobilitazione senza precedenti, sostenuta da una petizione congiunta per rendere finalmente obbligatoria questa misura in tutti i supermercati e ipermercati. Oltre a rendere un’alimentazione sana e sostenibile alla portata di tutti, le associazioni chiedono anche che la manovra non abbia un impatto negativo sui prezzi di acquisto dei prodotti agricoli. Reddito degli agricoltori, sostenibilità economica e salute dei consumatori devono essere al centro delle politiche pubbliche e i rispettivi diritti devono essere garantiti in egual misura. La richiesta inoltre prevede che l’iniziativa debba applicarsi all’intero territorio, compresi quelli d’Oltremare.
La conseguenza di una politica dei prezzi orientata al profitto è il dilagare di tutte quelle malattie legate a una cattiva alimentazione, come diabete, obesità, malattie cardiovascolari e oncologiche, che costano miliardi alle economie dei Paesi occidentali e che rischiano di far collassare i loro sistemi sanitari.
L’elenco presentato con la petizione contiene 100 prodotti di consumo quotidiano raccomandati dagli esperti in tema di salute: frutta e verdura fresca, surgelata o in scatola; prodotti a base di cereali come pasta, farina e pane; nonché uova, latticini, pesce e ingredienti per la cucina casalinga (burro, zucchero, spezie, pepe, ecc.). Inoltre la lista non solo comprende una percentuale significativa di alimenti biologici, ma mira anche a promuovere i prodotti di origine francese.

Le motivazioni
La petizione, indirizzata al Ministro dell’Economia Roland Lescure e a quello delle PMI e del Potere d’Acquisto Serge Papin, sottolinea l’urgenza di agire contro l’inflazione dei prezzi alimentari, anche perché nella Strategia Nazionale per l’Alimentazione, la Nutrizione e il Clima (SNANC) recentemente pubblicata non sono presenti misure per migliorare l’accesso agli alimenti raccomandati dal PNNS (Programma Nazionale per la Nutrizione e la Salute), l’equivalente delle nostre Linee guida per una sana alimentazione.
Già nel 2023 foodwatch, Familles Rurales, UFC-Que Choisir e CLCV (alcune delle principali associazioni francesi di consumatori) avevano denunciano lo scandalo del sistema a due livelli – quello dell’industria agroalimentare e quello della grande distribuzione – che si approfittano dell’impennata dei prezzi dei prodotti alimentari, intascando profitti record. Il presidente dell’Autorità francese della Concorrenza aveva già lanciato l’allarme a giugno: “Due terzi dell’inflazione nell’eurozona provengono dai profitti aziendali”. Lo stesso anno, in Francia, quasi una persona su tre dichiarava di dover saltare un pasto per motivi economici: una situazione che viene definita “intollerabile”.
La realtà italiana
Ciò che evidenziano i promotori del progetto non si discosta poi tanto dalla realtà italiana, se non da quella globale: il sistema alimentare è controllato dai giganti della distribuzione. In questo contesto, i prodotti considerati ‘sani’ sono raccomandati dagli esperti, ma spesso restano inaccessibili, soprattutto frutta, verdura e alimenti biologici, per i quali i grandi rivenditori al dettaglio cercano di massimizzare i profitti.
In Italia, l’ultimo Rapporto sull’insicurezza alimentare dell’Istat (ottobre 2025) ha rilevato che nel 2024 il 9,9% (nel 2023 era l’8,4%) della popolazione non può permettersi un numero sufficiente di pasti proteici (con difficoltà di accesso al cibo maggiori tra gli under 35 che vivono da soli). Non potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni, secondo i criteri internazionali monitorati dall’Istituto di statistica, è uno dei 13 segnali che definiscono l’indicatore europeo di grave deprivazione materiale e sociale.

Per i residenti in Italia esiste, ad oggi, un contributo per i cittadini che rientrano in determinati parametri, tra cui avere un ISEE ordinario non inferiore a 15 mila euro. Si tratta della Carta dedicata a te, un contributo una tantum di 500 euro per nuclei familiari composti da almeno tre persone. Il suo utilizzo, tuttavia, non è incentrato sull’acquisto di alimenti sani, ma più generale su quello di beni alimentari di prima necessità (alcolici esclusi) e carburante/abbonamenti ai trasporti.
Politiche pubbliche vs il potere della pubblicità
Le raccomandazioni per un’alimentazione sana, anche in Italia, da sole non bastano e, come evidenziato in un recente articolo su Il Fatto Alimentare, “Le istituzioni pubbliche sono completamene assenti. Il CREA, che dovrebbe essere uno dei riferimenti scientifici e operativi sulle politiche alimentari, non svolge alcun ruolo visibile nel contrastare la diffusione di modelli alimentari squilibrati. Il Ministero della Salute si limita a raccomandazioni generiche, campagne episodiche con una forza comunicativa pressoché inesistente”. Si cerca di porre attenzione al cibo come fonte di approvvigionamento delle mense scolastiche, ma non c’è un programma di educazione alimentare per la popolazione, soprattutto per i giovani nelle scuole, o attraverso politiche pubbliche mirate.
Spopolano intanto i fast food e i produttori di cibi ultra processati che, attraverso la pubblicità e le offerte stracciate, costituiscono “la principale narrazione sul cibo: veloce, economico, gratificante, ripetibile. Una narrazione che normalizza bibite zuccherate, eccesso di sale e grassi, porzioni standardizzate e consumo frequente fuori casa”.
Cibo sano a prezzi concorrenziali
I giovani e le persone più fragili economicamente indirizzano così la loro scelta verso un consumo frequente di fast food piuttosto che di legumi, verdure e cereali integrali. Alla luce di queste evidenze abbiamo visitato alcuni dei principali supermercati di Milano alla ricerca di prodotti sani che non superino il costo di 4,99-5,99 €, che è il prezzo medio attualmente pubblicizzato di un pasto nelle principali catene di fast food.
Le opzioni principali vertono su piatti unici, in genere una combinazione di cereali e verdure, con o senza proteine. Non sono sicuramente prodotti low cost ma se si considera che sono piatti pronti e assemblati il prezzo può essere considerato equo.

Le proposte di Carrefour, Lidl e Iper
Da Carrefour sono disponibili diversi piatti pronti da riscaldare: cous cous di verdure (250 g) e polpette vegane con hummus (200 g) entrambi a 5,99 €, orecchiette con crema di broccoli (220 g) a 4,49 €, zuppa di farro e verdure (620 g/2 porzioni) a 2,59 € e zuppa toscana (620 g/2 porzioni) a 2,98 €. La zuppa di farro e verdure risulta l’opzione più economica a parità di peso e porzioni.
Da Lidl non siamo riusciti a trovare nulla al di sopra dei 3 € tranne le empanadas (4,49 € la confezione da 450 g). La zuppa contadina bio nella confezione da 350 grammi costa solo 1,99 € (in offerta ad 1,49 € nel momento della rilevazione), mentre la zuppa di farro e orzo e la zuppa toscana, nella confezione da 620 g, costano 2,29 €.
All’Iper le zuppe hanno prezzi compresi tra 1,99 e 3,19 €: la zuppa di zucca, ceci, quinoa e zenzero costa 1,99 € per 310 g, mentre diverse varianti da 350 g, come mix di cereali e curry, quinoa con lenticchie e piselli e pasta e ceci, costano 2,19 €. Altri prodotti, come la zuppa di farro, verdure e grano saraceno, arrivano a 2,49 €; la vellutata di zucca costa 2,99 € per 200 g e il minestrone con riso a 3,19 € per 620 g. Le zuppe di lenticchie e fagioli e la contadina con cavolo nero costano 2,19 € per 310 g, mentre l’insalata di tonno e orzo costa 3,28 € per 200 g.
L’alternativa c’è, manca l’informazione
Naturalmente cambia il tipo di consumo, poiché questi prodotti devono essere acquistati, portati via e scaldati, ma potrebbe essere considerata un’alternativa sana a un prezzo equivalente a quello dei fast food, se consideriamo che l’80% della clientela rientra nella fascia 18-34 anni (studenti, giovani lavoratori con redditi contenuti). Forse, come evidenziato sopra, quello che manca è un’informazione incisiva e mirata.
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