Varie carni di manzo crude con spezie ed erbe aromatiche, spazio per la copia di sfondo in cemento scuro

Perché la carne gode ancora oggi di un’IVA agevolata? Retaggio di un’altra epoca

I costi ambientali derivanti dal ciclo della produzione della carne sono enormi: a esso è attribuibile un quarto delle emissioni di gas serra, più della metà della perdita di biodiversità e dell’inquinamento da fosforo e azoto, in percentuali che vanno dal 53 al 71% del totale, e quasi tre quarti del consumo di acqua. Se si esclude quest’ultimo parametro, la produzione di carne ha sempre, sistematicamente, un peso ambientale superiore a quello di qualunque prodotto a base vegetale, compresi quelli ultra processati.

Eppure i consumatori non ne sono del tutto consapevoli, soprattutto per un motivo: i costi calmierati, spesso bassissimi, risultato di agevolazioni fiscali a loro volta figlie di un’altra epoca, ma difese strenuamente dai produttori. Ancora oggi, 22 dei 27 stati europei impongono un’IVA agevolata che in alcuni casi, come in Irlanda, è azzerata (contro un’aliquota generale del 23%). Anche in Croazia la differenza rispetto all’imposizione generale è di 20 punti, in Francia di 15, in Germania e in Italia di 12, in Spagna di 11. Il Regno Unito prevede un’IVA zero per la carne cruda, ma al 20% per quella cotta servita nei ristoranti e per quella presente nei prodotti trasformati.

Confezioni di carne di manzo e di pollo
C’è chi propone di applicare alla carne una tassazione proporzionale ai costi ambientali

Impatto ambientale della carne

Per ridurre l’impatto ambientale della carne attraverso il contenimento dei consumi, uno degli strumenti più potenti è proprio quello economico: come accade per altre merci come i carburanti, da tempo c’è chi propone di applicare una tassazione proporzionale che tenga conto dei costi ambientali, per esempio in base alla CO2 emessa. Tuttavia, ciò presuppone calcoli estremamente complessi e la messa a punto di una griglia di calcolo che probabilmente richiederebbe anni, e che non sarebbe affatto facile ottimizzare, perché la quantificazione delle impronte ambientali è spesso oggetto di discussioni e controversie.

Per proporre una soluzione facilmente applicabile in tempi rapidi, il Potsdam Institute for Climate Impact Research tedesco ha pubblicato, su Nature Food, uno studio con due simulazioni, dal quale emerge che eliminare le agevolazioni fiscali avrebbe invece effetti immediati, e rilevanti, e che imporre tasse in base alle emissioni sarebbe anche più efficace.

Le due simulazioni

Nel primo scenario, utilizzando un modello che si basa sui consumi delle famiglie dei 27 stati dell’Unione Europea e uno che analizza i rapporti tra entrate e uscite, gli autori hanno calcolato che, applicando alla carne alle percentuali di IVA ordinaria, non agevolata, l’impatto ambientale si ridurrebbe del 3,48-5,7%, a seconda del tipo di danno. La spesa media alimentare aggiuntiva per ogni famiglia europea sarebbe di 109 euro all’anno, che sarebbero in parte compensati dal gettito fiscale aggiuntivo di 83 euro all’anno, denaro che potrebbe essere redistribuito (o dovrebbe esserlo) per esempio con bonus per le famiglie. Pertanto, la spesa reale che ogni famiglia dovrebbe affrontare sarebbe di 26 euro all’anno.

Nella seconda fase, i ricercatori hanno simulato uno scenario in cui lo stato imponga un costo in base agli impatti ambientali, differenziato in base alle emissioni di ciascun prodotto. Per avere la stessa diminuzione che si potrebbe ottenere con l’IVA più elevata, sarebbe necessario imporre una tassa di 52 euro per ogni tonnellata di CO2 emessa, non lontana, per esempio, dai 55 euro che saranno imposti sui carburanti fossili in Europa dal 2028 e che sono già imposti in Germania.

Calcolando la spesa per le famiglie, il costo netto, in questo caso, scenderebbe a 12 euro. Una tassa di questo tipo sarebbe quindi più efficace, e coprirebbe diversi aspetti degli impatti ambientali associati alla produzione di carne (per esempio, potrebbe far diminuire le emissioni di CO2 del 5%), ma sarebbe anche più difficile da far approvare in sede comunitaria e poi da applicare. Nel frattempo, l’innalzamento dell’IVA o, per meglio dire, la fine dei regimi agevolati rappresenterebbe una prima risposta valida, e aiuterebbe anche i cittadini a essere più consapevoli dei costi ambientali della produzione di carne.

Mani femminili reggono confezione di carne con etichetta in evidenza sopra a banco frigo con altra carne confezionata benessere animale
Applicando l’IVA ordinaria, non agevolata, l’impatto ambientale si ridurrebbe del 3,48-5,7%

L’impatto della piramide di Kennedy

La sensibilizzazione delle opinioni pubbliche è del resto quantomai urgente, dal momento che crescono le spinte in senso contrario. Un esempio clamoroso è la piramide alimentare statunitense, che spinge i cittadini a consumare circa il doppio di carne e latticini. Se queste indicazioni fossero recepite e ci fosse anche solo un aumento del 25%, sottolinea al Guardian il World Resources Institute, un ente di ricerca indipendente, ci vorrebbero non meno di cento milioni di acri di terreno agricolo in più all’anno, cioè un’area grande quanto la California, e si riverserebbero in atmosfera milioni e milioni di tonnellate di gas serra aggiuntivi.

Il problema non sono tanto i privati – ricorda il WRI – quanto le istituzioni come le scuole, tenute a rispettare le linee guida e a far aumentare un consumo di carne che è già ai massimi livelli, con i suoi 144 chilogrammi tra carne e pesce procapite all’anno, secondo solo al Portogallo, e che raggiunge livelli già oggi livelli superiori al quantitativo medio consigliato anche negli USA fino alle precedenti direttive, di 0,8 grammi per chilo di peso (improvvisamente raddoppiato).

Tra l’altro, il 12% degli americani, da soli, consumano circa il 50% della carne bovina del paese, mentre i sostituti vegetali negli ultimi anni hanno subito un calo trainato soprattutto da alcuni meat-influencer e dalla moda dei cibi iperproteici. Il segretario alla salute Robert Kennedy jr, che per anni si è mostrato preoccupato degli impatti dell’industria della carne, definendola peggio di Osama Bin Laden, ora ha cambiato idea, probabilmente dopo aver riletto la lista dei sostenitori della sua campagna elettorale. Non resta che affidarsi al buon senso dei cittadini.

© Riproduzione riservata – Foto: Depositphotos, Adobestockgiallone dona ora pink

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