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La fisica degli spaghetti sempre al dente che piacciono agli italiani. Ne parla Giovanni Ballarini su Georgofili

Gli italiani, si sa, sono ossessionati dalla cottura della pasta, che deve essere rigorosamente al dente. Ma chi l’avrebbe detto che la pasta al dente sarebbe diventata oggetto di studio di una branca della fisica? Ne parla Giovanni Ballarini, in un articolo pubblicato originariamente su Georgofili.info e che vi proponiamo.

Anthèlme Brillat Savarin nella IX meditazione della Fisiologia del Gusto o Meditazione di Gastronomia Trascendentale (1825) afferma che la scoperta di un manicaretto nuovo fa per la felicità del genere umano più che la scoperta di una stella. Stelle e manicaretti sono un’opposizione ampiamente superata, perché oggi la fisica, sia pure di branche diverse, permette di individuare nei cieli buchi neri e nuove stelle, e al tempo stesso la “fisica della materia soffice” consente di scoprire in cucina il segreto degli spaghetti al dente. Sempre questo secondo tipo di fisica sta dimostrando che nella pasta la forma è sostanza, perché in taluni piatti i bucatini non danno gli stessi risultati degli spaghettoni o spaghetti, per quale ragione i maccheroni rigati non sono omologabili a quelli lisci e, infine, per quale motivo vi sono tanti formati di pasta.

Raw pasta with mushrooms and cherry tomatoes
La fisica della materia soffice può spiegare perché diversi formati di pasta danno diversi risultati in cottura

La materia soffice (soft matter) è un vasto insieme di materiali molto diversi, con proprietà intermedie tra lo stato solido e liquido e che si presentano come fluidi caotici e viscosi o come solidi disordinati e deformabili. Questa materia dai comportamenti difficili da prevedere e che comprende gran parte degli alimenti è stata studiata da diverse scienze tra le quali la chimica e oggi anche dalla fisica della materia soffice (soft matter food physics) della quale Pierre-Gilles de Gennes, Premio Nobel per la fisica (1991) è considerato padre. La fisica della materia soffice sta ora aprendo nuovi orizzonti interpretativi e applicativi sui comportamenti della pasta fresca e secca nelle loro differenti tipologie e forme, come dimostrano molte pubblicazioni, tra le quali quelle di Thomas A. Vilgis (1) e di Prabin Lamichhane e collaboratori (2).

Gli italiani sono quasi ossessionati dalla cottura della pasta secca di grano duro che dopo deve essere “al dente”, e cioè morbida ma non collosa all’esterno, mantenendo un centro più duro. Questo risultato è stato oggetto di una quasi infinita serie di prove, discussioni, dispute e interpretazioni. Di recente la pasta al dente è stata oggetto di ricerche da parte della fisica della materia soffice, studiando separatamente le modificazioni fisiche dell’amido e del glutine, costituenti la pasta secca, sotto l’azione della temperatura in ambiente acquoso. Ciò ha consentito la costruzione di equazioni e di modelli interpretativi che permettono un controllo sistematico dei fenomeni connessi alla produzione e cottura della pasta secca che assicuri il desiderato carattere di essere al dente e non scotta.

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Per una buona pasta sono importanti le farine, il metodo e le condizioni di produzione e il processo di essiccazione

Di speciale importanza, per avere una buona pasta, non sono soltanto le farine della quale è composta, ma anche il metodo e le condizioni di produzione, e soprattutto il processo di essiccazione, che influenza la sua superficie e, a parte i processi fisici su scala molecolare, la sua porosità, e quindi la qualità di cottura, al tempo stesso condizionando l’autoreticolazione del glutine. Importante è anche la forma finale data alla pasta stessa che interviene nella sua reidratazione durante la cottura, oltre ovviamente alla capacità di assorbire e trattenere il condimento. Da qui il citato concetto che nella pasta forma diviene anche sostanza.

La forma determina il rapporto tra la superficie e il corpo della pasta stessa e durante la cottura interviene sulla sua reidratazione. Durante la cottura della pasta la reidratazione non è completa e la diffusione dell’acqua non deve arrivare nel centro, che deve permanere vetroso mentre le parti esterne sono già morbide. Questo processo dall’esterno all’interno avviene attraverso un’unica superficie esterna nella pasta a forma di spaghetto o spaghettone, ma attraverso due superfici nelle forme cave come nei bucatini e nei maccheroni. Inoltre l’entrata dell’acqua nella pasta è influenzata dallo stato fisico della sua superficie e migliora con superfici frastagliate a livello macroscopico (per esempio maccheroni rigati) e soprattutto microscopico (superfici irregolari con trafile di bronzo).

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La forma della pasta determina il rapporto tra superficie e corpo e influisce sul processo di reidratazione in cottura

La fisica della materia soffice oggi inizia a dare una spiegazione alla citata ossessione che gli italiani hanno per la pasta al dente, perché la comincia a fare luce sugli importanti aspetti delle modificazioni che i cibi assumono in bocca. Durante la masticazione il cibo è frantumato e trasformato in bolo per essere deglutito, ma le sensazioni che se ne ricavano dipendono dalle dimensioni delle particelle derivate e dalla loro capacità d’assorbire la saliva e di liberare sapori e aromi. Per cui la risposta al gusto è fortemente associata alle proprietà fisiche del cibo e al bolo risultante, dimostrando che la conoscenza e le interpretazione delle analisi sensoriali sono da correlare non solo alla chimica e alla fisica molecolare, ma anche alla fisica della materia soffice degli alimenti.

Giovanni Ballarini – Georgofili.info

Note:

  1. Vilgis T. A. – Soft matter food physics — The physics of food and cooking – Rep. Prog. Phys. 78, 5 november 2015
  2. Prabin Lamichhane, Alan L. Kelly, Jeremiah J. Sheehan – Symposium review: Structure-function relationships in cheese – J. Dairy Sci. 101:2692–2709, 2018

  Redazione Il Fatto Alimentare

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4 Commenti

  1. Avatar
    Salvatore Grillo

    Che esagerazione, ci vuole poco a fare gli spaghetti al dente: acqua a abbondante e sempre bollente, spaghetti sempre ricoperti di acqua, e infine non scolare con lo scolapasta ma prenderli con il moschettone.

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      Acqua abbondante e bollente (la fiamma può essere spenta o ridotta al minimo dopo che si è alzato il bollore) ma soprattutto correttamente salata, senza sale la pasta assorbe acqua in eccesso oltre a restare sciapa per quanto si possa salare il sugo.

      Sono invece contrario al moschettone, perché tra la prima e l’ultima forconata la pasta subisce raffreddamenti quella fuori già in zuppiera e continuazione della cottura quella ancora nell’acqua bollente, mentre col colapasta il travaso è istantaneo e uniforme.

      Ma quello che fa la differenza è la scelta della pasta, se non è di solo grano duro la cottura non sarà mai perfetta.

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    Sig. Giovanni Ballarini nel suo articolo ” La fisica degli spaghetti sempre al dente…”, nel quinto periodo, lei scrive: <> Suppongo non sussistano difficoltà nel comprendere che la superficie è il contorno di un corpo che si pone come limite tra lo spazio esterno e quello occupato dal corpo stesso; ne consegue che la “superficie” ( superficie deriva da facies, faccia ) è sempre, almeno nel linguaggio fisico, “esterna”! Continuo a ritenere che non sia difficile calcolare che, a parità di volume, la superficie di un corpo rotondo è minore della superficie di un corpo poliedrico (rapporto superficie volume ). Gli spaghetti hanno sezione circolare e i maccheroni, cilindri cavi, hanno sezione coronale ascrivibile ad un quadrangolo ripiegato a formare il cerchio, oppure, se si ritiene esplicativo in questo contesto, una pila di spaghetti curvata a cerchio. Riporto le caratteristiche di due formati di pasta, spaghetti e rigatoni, di una azienda italiana che dichiara di utilizzare la stessa farina per tutti i formati di pasta prodotti e commercializzati con il proprio marchio, ed i relativi tempi di cottura: spaghetti n° 104, diametro 1,9 mm, tempo di cottura “al dente” 10 min. e rigatoni scanalati n° 124, spessore della gola 1,22 mm, tempo di cottura “al dente” 13 min. Dunque: spaghetti con spessoe maggiore ed unica superficie di esposizione richiedono tempo di cottura inferiore ai rigatoni che hanno spessore minore e “doppia superficie?” di esposizione. Lei, professore, può spiegare, sia clemente, l’incoerenza?

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      Integro il commento che precede con la frase testuale dell’articolista, oggetto di critica, non inclusa per errore di pubblicazione: Questo processo dall’esterno all’interno avviene attraverso un’unica superficie esterna nella pasta a forma di spaghetto o spaghettone, e attraverso due superfici nella forme cave come nei bucatini e nei maccheroni. Grazie