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Fast Food cinesi e giapponesi in crisi, per lo scandalo della carne scaduta riciclata

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In Cina e Giappone si pagano le conseguenze della frode sulla carne scaduta: fast food in crisi

In Cina e in Giappone molti clienti scappano dai fast food a causa dello scandalo che a luglio ha coinvolto la Shanghai Husi Food, una sussidiaria cinese dell’azienda statunitense OSI Group. La società riciclava carne scaduta, mischiandola con quella fresca, per poi vendere il miscuglio a diverse   catene.

 

Nel terzo trimestre di quest’anno, la catena di fast food  Yum! con più 6.400 ristoranti in Cina, e proprietaria negli USA anche di KFC e Pizza Hut molto diffuse in Cina, ha registrato un calo di vendite del 14%, contro un aumento del 15% nel secondo trimestre, e prevede una riduzione anche  nei prossimi mesi. Nel comunicare questi dati, Yum! ha osservato che in situazioni analoghe occorrono sei-nove mesi per tornare al livello di vendite precedenti all’evento negativo,anche se  nel caso cinese è difficile fare previsioni. Alla Borsa di New York il titolo Yum!, che prima  dello scandalo, valeva 77 dollari, ora ne vale circa 66.

 

Le ripercussioni negative dello scandalo cinese si avvertono anche in Giappone, dove McDonald’s Japan ha registrato un calo delle vendite del 25% in agosto e  del 17% in settembre. Questo “influenzerà significativamente la redditività complessiva”, si legge in un comunicato, anche per i costi diretti e indiretti derivanti dallo scandalo di luglio e per gli investimenti strategici che saranno necessari per riconquistare la fiducia dei clienti. All’inizio dell’anno, McDonald’s Japan aveva previsto, per il 2014, un utile netto di sei miliardi di yen, pari a circa 44 milioni di euro, mentre ora prevede una perdita netta di 17 miliardi di yen, corrispondenti a circa 124 milioni di euro.

 

Beniamino Bonardi

© Riproduzione riservata

Foto: iStockphoto.com

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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