Dall’Italia al Messico: viaggio tra etichette, leggi agrumicole e i segreti chimici della (non) aranciata più famosa al mondo.
Se pensate che ordinare una Fanta a Roma, Londra o Città del Messico significhi bere la stessa bevanda, siete fuori strada. La celebre bevanda al gusto di arancia (non è legalmente “un’Aranciata”) del gruppo Coca-Cola è uno degli esempi più lampanti di come l’industria alimentare si adatti alle normative locali, ai costi delle materie prime e ai gusti dei consumatori, creando paradossi nutrizionali sorprendenti.
Partendo dal mercato italiano, la Fanta (nella versione classica) che troviamo al supermercato, presenta una lista ingredienti relativamente “pulita”, utilizzando aromi naturali e il colorante naturale E160a (caroteni). Tuttavia, analizzando l’etichetta, emerge un dettaglio legale fondamentale: contiene il 9% di succo d’arancia e il 3% di succo di limone, per un totale del 12% di succo di frutta, percentuale che le permette di mantenere la denominazione di “Bibita al succo di arancia” (se inferiore diventerebbe “Bibita al gusto di arancia” (DPR 719/1958).

Fanta, non aranciata
La Fanta quindi non può quindi essere definita “aranciata” perché l’articolo 17 della Legge 161/2014* impone un contenuto minimo di succo del 20% soglia imposta per tutelare la filiera agrumicola nazionale. Viene quindi classificata come “bibita analcolica”, restando tecnicamente un gradino sotto rispetto ad altre marche che raggiungono la soglia del 20%: Aranciata Sanpellegrino, Oransoda, Lurisia la Nostra Aranciata…
Nell’elenco degli ingredienti troviamo anche tre additivi: E414 (gomma arabica), E444 (Saccarosio acetato isobutirrato) ed E445 (Esteri della glicerina della resina del legno). Si tratta di stabilizzanti ed emulsionanti necessari per mantenere la bibita torbida e omogenea, impedendo agli oli essenziali degli agrumi di separarsi dall’acqua e risalire in superficie.
La Fanta venduta in USA, Messico, Nigeria e Sud Africa è diversa e si caratterizza per formulazioni “peggiori”. L’elemento che balza subito all’occhio è la percentuale di succo che crolla drasticamente — spesso risultando inferiore al 3% o del tutto assente — a favore di un massiccio uso di additivi aggressivi come il conservante benzoato di sodio.

I coloranti
Nelle versioni americane e nigeriane, troviamo Yellow 6 (E110, Giallo Tramonto) e Red 40 (E129, Rosso Allura, dei coloranti sintetici azoici derivati dal petrolio, da anni al centro di dibattiti scientifici, sospettati di influire negativamente sul comportamento dei bambini. In Europa, i prodotti che li contengono devono riportare l’avvertenza: “Può influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei bambini”. Si riscontra inoltre un sistematico “doppio danno” nel profilo degli edulcoranti: mentre l’Italia punta sullo zucchero di barbabietola o canna, negli USA domina lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS), più economico ma fortemente legato all’obesità metabolica. In Sud Africa e India, troviamo un mix massiccio di dolcificanti sintetici come Acesulfame K e Aspartame.
L’uso di dolcificanti sintetici viene presentato dalle aziende come un beneficio per il consumatore, mentre si tratta di una scelta per massimizzare i profitti. L’altissimo potere dolcificante riduce drasticamente i volumi della materia prima (zucchero), abbattendo i costi di trasporto e stoccaggio, oltre a permettere alle aziende di evitare le tasse sulle bevande zuccherate.
Il sale
Notiamo che la Fanta italiana e quella del Regno Unito dichiarano 0g di sale o quantità trascurabili. Al contrario, le versioni per Messico (29mg), India (22.3mg) e Sud Africa riportano valori di sodio (o sale) più alti. Il sale funge da esaltatore di sapidità per contrastare l’estrema dolcezza e, soprattutto, agisce come conservante economico insieme al benzoato di sodio (presente in Nigeria, India e USA), necessario in climi caldi dove la catena del freddo è meno affidabile.
Mentre l’Occidente si sposta verso etichette più “pulite”, grazie a normative severe e consumatori attenti, nei mercati meno regolamentati le multinazionali mantengono ricette basate su chimica a basso costo, sale e mix di zuccheri, creando un vero e proprio doppio standard alimentare
*Nota normativa: L’articolo 17 della LEGGE 30 ottobre 2014, n. 161.
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Giornalista, redattrice de Il Fatto Alimentare, con un master in Storia e Cultura dell’Alimentazione



Siamo alle solite, mettere un freno al capitalismo mondiale risolverebbe tantissimi problemi. Auguri.
Ricordo ancora che, da bambino, il “claim” con cui la lanciarono era “Fanta, l’aranciata di arancia”…
https://youtu.be/chksC3j2RlM?t=6
E Ve ne siete accorti solo adesso? E da una vita che è così.. ma quello che fate sarebbe un lavoro? E ci pagano pure per questo? Vengo a farlo anch’io se basta scrivere cagate trovate su youtube
Caro ‘Sempre peggio’,
C’è una differenza abissale tra il chiacchiericcio da bar e un’inchiesta tecnica. Sapere che le multinazionali ‘cambiano le ricette’ è cronaca nota; analizzare la Gazzetta Ufficiale, i processi chimici degli stabilizzanti e le logiche fiscali della Sugar Tax è giornalismo.
Se per te i riferimenti normativi e i dati tecnici sono ‘cagate da YouTube’, probabilmente la tua idea di informazione si ferma ai titoli in maiuscolo. Accomodati pure se pensi sia facile: il mondo è già pieno di gente che parla per dare aria ai polmoni, noi preferiamo farlo dati alla mano.
La cosa più preoccupante è che QUESTI utilizzano la preziosissima acqua pubblica e la pagano pochissimo. In alcuni paesi hanno talmente prosciugato le sorgenti pubbliche che i cittadini, per abbeverarsi, devono poi acquistare non solo acqua in bottiglia, ma bibite, cioè i loro prodotti.