Un’alimentazione a base vegetale, soprattutto se accompagnata da un’attività fisica regolare, può ridurre l’infiammazione in modo misurabile e contribuisce quindi, soprattutto nell’età adulta, a tenere sotto controllo gli indici di rischio cardiovascolare. Lo dimostra una metanalisi pubblicata su Nutrition, Metabolism & Cardiovascular Diseases (NMCD), condotta dai ricercatori dell’Università di Warwick, nel Regno Unito guidati da Francesco Cappuccio, che hanno vagliato migliaia di studi con il risultato di mettere in luce, anche, le carenze nella ricerca del settore, troppo spesso di qualità non sufficiente.
Lo studio
Verificando solo gli studi randomizzati e controllati, e quindi effettuati su volontari, con gruppo di controllo, dagli anni Sessanta del Novecento a oggi, i ricercatori si sono trovati di fronte a un primo insieme di poco meno di tremila ricerche. Un numero enorme dal quale, però, ne hanno estratte solo sette, perché tutte le altre presentavano falle metodologiche che le rendevano inutilizzabili. Di per sé, la scarsità di studi condotti in modo rigoroso illustra bene come sia difficile, e spesso impossibile, dedurre messaggi chiari in un ambito in cui c’è anche molta disinformazione e tantissimo marketing più o meno voluto.

Nel merito, il risultato di quanto emerso da poco più di cinquecento persone che avevano preso parte ai sette studi è che uno dei marcatori più affidabili dell’infiammazione, la proteina C reattiva (PCR) diminuisce in media di 1,13 milligrammi per litro di sangue (mg/L). Si tratta di un piccolo calo, che però può consentire di rimanere nel range di un’infiammazione bassa, che di solito si considera tale quando non si supera un mg/L (mentre se superano i tre mg/L il livello di infiammazione il rischio è ritenuto alto).
Più vegetali e più esercizio, meno infiammazione
Per quanto riguarda la composizione delle diete oggetto dei trial, i ricercatori ne hanno incluso tre tipi: da quelle vegane a quelle latto-ovo-vegetariane fino a quelle che ammettevano piccoli quantitativi di carne o di pesce (con un massimo del 25% di proteine animali). Tutte avevano grandi quantità, in proporzione, di frutta, verdura, cereali integrali, grassi insaturi, noci e semi, legumi e, quindi, di antiossidanti, fibre e grassi insaturi.
C’è poi un’altra caratteristica che spicca dai dati elaborati: il ruolo dell’attività fisica. Se infatti si escludono gli studi in cui la dieta a prevalenza vegetale è stata accompagnata da un adeguato protocollo di esercizi fisici, l’effetto è decisamente inferiore, anche se resta visibile. E questo conferma ancora una volta la centralità di uno stile di vita sano anche al di là di ciò che si mangia, che preveda sempre esercizio e altre corrette abitudini.
Infine, un appello degli autori: è necessario programmare, finanziare e condurre studi di qualità su campioni più grandi di persone, per poter consigliare con maggiore forza e convinzione a tutti di mangiare più vegetali e meno carne, allo scopo di prevenire le malattie croniche.
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Giornalista scientifica


