Cozze nere di Taranto presidio SlowFood sul fondo di un'imbarcazione; Foto: Marco Amatimaggio

Cozza nera di Tarnto, presidio Slow Food appesa fuori dall'acquaCozze e vongole d’allevamento si possono gustare a cuor leggero? Certamente molto di più rispetto ad altri prodotti ittici. Come abbiamo infatti raccontato in un articolo precedente, l’allevamento dei molluschi bivalvi ha un basso impatto ambientale e, anzi, può addirittura contribuire a mitigare il cambiamento climatico, perché gli stessi molluschi sequestrano anidride carbonica, che utilizzano per la fabbricazione dei gusci. Quelli di cozze e vongole sono quindi sistemi di acquacoltura che non solo sono molto diffusi in Italia, ma sembra che svolgano anche un ruolo benefico sull’ecosistema. Naturalmente questo ruolo può essere ulteriormente rafforzato riducendo l’impatto dell’intero processo. Le azioni messe in campo in tale direzione non mancano: alcuni produttori, per esempio, hanno adottato retine biodegradabili per la vendita al pubblico, mentre sono in corso ricerche per individuare materiali diversi dalla plastica da utilizzare nella fase di allevamento.

Un esempio molto positivo proprio su quest’ultimo fronte è rappresentato dal nuovo presidio Slow Food della cozza nera di Taranto. Questo mollusco è allevato in un contesto ambientale unico come il Mar Piccolo, una laguna costiera di circa 20 chilometri quadrati, caratterizzata dalla presenza di 34 sorgenti sotterranee di acqua dolce provenienti dalle Murge. Le cozze sono allevate in questo ecosistema particolare fin da epoche antichissime e dal 1525 si registrano i primi documenti che dichiarano l’esistenza di una specie autoctona. Anche nel Mar Piccolo, naturalmente, molluschi svolgono il loro ruolo di ‘filtro’ dell’acqua, contribuendo all’equilibrio dell’ambiente grazie al riciclo dei nutrienti in eccesso. Con l’introduzione dei materiali sintetici per la realizzazione delle retine da immergere nell’acqua, però, i residui dell’attività di mitilicoltura, accumulatisi progressivamente, avevano iniziato a minacciare la laguna. Oggi, dopo interventi mirati di recupero ambientale, il progetto del Presidio prevede l’impiego di materiali compostabili per l’allevamento e dal 2019 queste cozze hanno ottenuto la classificazione A (*), che consente la loro commercializzazione senza la depurazione.

cozza nera di Taranto aperta
Dal 2019 le cozze nere di Taranto hanno ottenuto la classificazione A che consente la loro commercializzazione senza la depurazione

Il primo materiale sperimentato, circa un anno fa, è stato il Mater-Bi (a base di amido di mais prodotto da Novamont). Oggi si sta testando anche la canapa industriale che, oltre a biodegradarsi senza contaminare in alcun modo le acque, offre buone opportunità per la creazione di una filiera produttiva direttamente in loco. Questa filiera potrebbe contribuire a valorizzare terreni abbandonati e a offrire nuove occasioni occupazionali. Un progetto doppiamente significativo per un’area come quella di Taranto, la cui immagine è stata per anni legata al tema dell’inquinamento ambientale a causa dell’attività dell’accaieria Ilva.

La sperimentazione dell’uso della canapa andrà avanti fino ai prossimi mesi di marzo/aprile, ma la prima fase sta dando ottimi risultati. Secondo le dichiarazioni degli operatori coinvolti, infatti, dopo 9/10 mesi in mare, questo materiale naturale si scioglie, diventando cibo per la fauna, mentre le cozze hanno dimostrato di crescere fino a sei volte di più rispetto a quelle allevate con le vecchie reti di nylon. Un risultato positivo non solo sul fronte ambientale, ma anche su quello economico, a vantaggio della società e del territorio, come conferma il crescente numero di allevatori che chiedono di aderire al progetto.

(*) Cozze di categoria A: l’Escherichia coli non supera i 230 ufc (ufc = unità formanti colonie) per 100 grammi e la Salmonella è assente su 25 grammi di polpa e liquido intervalvare. I mitili provenienti da queste aree possono essere commercializzati subito, senza il processo di  depurazione.

© Riproduzione riservata; Foto di Marco Amatimaggio, Fondazione Slow Food, e www.madeintaranto.org

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