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Volano i consumi di pasta 100% italiana e crescono anche le importazioni di grano duro straniero di alta qualità

Volano i consumi di pasta 100% italiana, in controtendenza rispetto all’andamento degli acquisti negli ultimi anni in Italia, che registrano una costante riduzione, in un settore considerato dagli esperti maturo. Lo evidenzia il report Ismea “Tendenze. Frumento duro – pasta di semola”. Il richiamo all’origine nazionale della materia prima infatti ha fornito un forte stimolo all’acquisto da parte delle famiglie, per cui oggi il prodotto italiano rappresenta oltre il 20% dei consumi di pasta. Nel 2019 le confezioni che esibivano in etichetta la dicitura 100% italiana hanno avuto una crescita a doppia cifra (13% in volume e in valore). L’incremento risulta ancora più marcato se si prende in esame il primo semestre del 2020  (+23% per la quantità e + 28,5% per la spesa).

“Uno stimolo molto consistente al consumo di pasta di semola secca – si legge nel dossier Ismea – sta pervenendo dalla pasta 100% italiana, il consumatore infatti negli ultimi anni sta mostrando un crescente interesse nei confronti di questo prodotto così come l’industria a nazionale sta utilizzando sempre più l’etichetta d’origine per il riposizionamento del prodotto”.

Durante i mesi del lockdown, in analogia a quanto verificatosi per l’intero comparto alimentare, anche le vendite di pasta hanno registrato un aumento su base annua dell’8% in volume e del 13,5% della spesa. La pandemia e le misure restrittive hanno esposto le industrie della trasformazione molitoria e della pasta nazionale a una forte vulnerabilità, data la strutturale dipendenza dalla materia prima estera. “La produzione nazionale di granella di frumento duro  – precisa Ismea – non è sufficiente a soddisfare la domanda estera e interna […] Molini e pastifici, quindi, hanno necessità di approvvigionarsi sui mercati esteri di partite di granella omogenee e con un livello qualitativo elevato”. In media, i quantitativi importati da Paesi come Francia, Canada e Stati Uniti oscillano tra il 30% e 40% del fabbisogno delle imprese di trasformazione. La cosa importante da sottolineare, è che senza questo grano non potremmo produrre ed esportare un prodotto simbolo dell’industria alimentare nazionale e del made in Italy. Va infine ricordato che la metà circa del fatturato del settore si realizza sui mercati esteri.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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9 Commenti

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    La produzione italiana di grano duro è insufficiente perché il prezzo pagato, 20€/q.le fino a 06/2020, agli agricoltori è
    Insufficiente per pagare le spese di produzione. Migliaia di ettari coltivabili a grano sono attualmente lasciati a Erba. La quotazione poi è salita a30€ con il nuovo raccolto, ma subito si è bloccata la salita con il cartello dei semolifici.. Il prezzo corretto per poter seminare è 35-38€/q.le

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      grazie per la segnalazione. Spiace..mi pare sia un prezzo difficile da colmare senza consistenti incentivi statali o senza raddoppiare il prezzo della pasta al consumatore finale.

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    Trovo vergognoso che l’andamento dei mercati e le loro leggi debbano costringere i cittadini a subirne le conseguenze. Spero che in numero sufficiente iniziamo a boicottare i prodotti che usano materie prime straniere, lavorando i nostri campi incolti, per incrementare i profitti. In questi giorni la pasta “De Cecco” pubblicizza i suoi prodotti dicendo che sono frutto anche di grani provenienti dagli USA. Bella pubblicità! Non la comprerò più e diffonderò la voce!

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    Il grano duro è sempre stato importato, sin dai tempi degli antichi romani (l’Egitto era il granaio di Roma) perché non se ne produceva (e non se ne produce, e non se ne produrrà mai) abbastanza per il consumo interno, per una semplice questione di superficie coltivabile, neppure Mussolini con la sua “campagna per il grano” e una popolazione la metà di oggi riuscì a imporre la sospirata “autarchia”.

    Certo un prezzo più remunerativo incoraggerebbe la coltivazione, ma porterebbe a un incremento dei prezzi al consumo che avrebbe un effetto boomerang (e incoraggerebbe l’utilizzo illegale di grano importato), e la suggestione “consuma italiano!” slegata allo shock da pandemia verrebbe rapidamente annullata dalla realtà quotidiana del semplice conto della spesa.

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      In realtà è una partita di giro. Con le attuali potenzialità dell’agronomia e della ricerca genetica oggi in Italia si potrebbe (dico si potrebbe…) raggiungere, agli attuali consumi italici, l’equilibrio tra domanda e offerta di duro per pasta ma…..noi siamo dei fortissimi esportatori (detto senza doppi sensi) di pasta che è anche una bella icona del made in Italy agroalimentare vale a dire di quei prodotti che vengono ottenuti dalle industrie italiane (pensate al caffè, mica lo produciamo però l’italian-coffe è conosciuto nel mondo…) ed ecco che la produzione di duro per noi e gli altri non basta. Che poi il prezzo di € 20,00 a quintale sia poco siamo d’accordo ma sempre i conti col mercato dobbiamo fare eh? Se un buon prodotto, anzi no un ottimo prodotto ( non il glifo-canadese) lo importo a prezzi più bassi dei nostri costi di produzione ho un problema. Gli accordi di filiera potranno salvare capra e cavoli a patto però di fare tutti un passetto indietro e rinunciare a una parte non troppo importante. Al momento però gli unici ai quali viene chiesto il sacrificio del prezzo sono gli agricoltori e allora se l’industria vuole il prodotto, bello, proteico, buono e italiano lo deve pagare, non dico 38€/q ma deve alzare l’asticella sennò erba e….. pascolare.

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      “un ottimo prodotto (non il glifo-canadese)”

      Peccato questa caduta nella chiusura, che invalida tutto il discorso precedente… la demonizzazione del glifosate non ha alcun senso se non per i complottardi, e il grano duro canadese è veramente un ottimo prodotto, e inoltre i controlli italiani sui contaminanti presenti nei prodotti importati ci mettono al sicuro da eventuali abusi che legislazioni più allegre potrebbero consentire.

      Comunque che si possa raggiungere l’equilibrio tra produzione e consumo di duro “autarchico” è pura utopia anche senza considerare l’export (che alza l’asticella a vette comunque irraggiungibili), non solo per una pura questione di superficie coltivabile ma soprattutto per la polverizzazione della superficie stessa in una miriade di piccole proprietà in cui sono a stento remunerative colture intensive.

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    Quindi dovrebbe essere inserito sulla confezione che la pasta è prodotta in Italia, ma il grano è di provenienza estera, indicandone la provenienza, altrimenti è falsa pubblicità la dicitura 100% italiano, non credete?

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    Trovo il commento di Enrico esaustivo (per quanto possibile, entrando anche nel campo dell’economia) e avveduto. È una questione di scelte “politiche” intendo delle diverse politiche e non solo della politica di governo… Ma ho la sensazione che a rimetterci siamo comunque noi consumatori, e non solo dal punto di vista economico. Non si se esiste già per i grani, come per la carne ad esempio, l’obbligo di indicazione della provenienza, ma sarebbe opportuno a questo punto introdurlo (ammessi che non esista ancora). Leggo sempre le tabelle dei valori nutrizionali e in particolare per la pasta, le proteine, ma inizierò a cercare anche informazioni sulla provenienza dei grani.

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    Io credo che non avendo mai avuto L’Italia , un ministero competente in materia di politiche agricole,
    con tutte le sue problematiche e le varie criticità, che comportano lo stesso governo è incapace di capire cosa fare !