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Consegne a domicilio, nelle grandi città ce ne vogliono 8 mila al giorno per non andare in perdita

take & away delivery schild bei einem restaurantVista la corsa al ribasso, con le offerte di pasti e consegne a prezzi sempre più stracciati, quante consegne deve fare ogni giorno un’azienda di food delivery che lavori in una grande città, e che quindi debba fare i conti anche con la concorrenza, per riuscire a guadagnare o almeno a non essere in perdita? La domanda è importante, perché aiuta a comprendere meglio una realtà in crescita ovunque, nella quale, tuttavia, le condizioni di lavoro e le tutele dei lavoratori sono spesso opache, e i conti economici non sempre positivi. Studi precedenti, non a caso, hanno ipotizzato che questo tipo di aziende possa restare in attivo solo con il supporto di investimenti.

Ma i ricercatori dell’Universitat Oberta de Catalunya, non convinti di questa unica spiegazione, hanno studiato il fenomeno nel dettaglio, per poi simulare diversi scenari e valutare meglio il sistema. In particolare, come riportato su Research in Transportation Business & Management hanno preso in considerazione Deliveroo, Glovo e Just Eat a Barcellona, analizzando cosa accade nell’attività quotidiana in condizioni reali. Lo studio ha incluso i guadagni provenienti dai ristoranti e dai clienti, ma anche i costi, sia fissi che variabili, associati a ogni consegna. 

Un’azienda di food delivery in una grande città deve fare almeno 8 mila consegne al giorno per non andare in perdita

Il risultato è stato sorprendente: nello scenario più favorevole, in una città come Barcellona è necessario fare almeno 8 mila consegne in un giorno. Ma in quello più difficile il numero può arrivare addirittura a 19 mila. Anche in base ai calcoli dei ricercatori emerge che è indispensabile un supporto da capitali e investitori. Ma servizi come quello con le ghost kitchens, cioè le cucine che operano esclusivamente con i servizi di food delivery, e offrire anche consegne di prodotti diversi dal cibo pronto, possono aiutare a differenziare l’attività, e a migliorare gli incassi. 

Un elemento cruciale è poi quello dei rider. Mentre aziende come Amazon hanno i propri corrieri o si affidano a ditte di logistica, generalmente quelle di food delivery si appoggiano su singoli distributori che si muovono in scooter, bicicletta o con la propria auto. Assumere personale in proprio potrebbe costare fino al 30% in più, e potrebbe non garantire la necessaria flessibilità, per prodotti di prossimità come i pasti pronti. Per questo le aziende ricorrono alle agenzie interinali le quali, però, non sempre garantiscono ai lavoratori in trattamento equo.

Il quadro che emerge è insomma ricco di variabili, complesso, e caratterizzato da numeri sfavorevoli, a meno di non spingere al massimo per il maggior numero di consegne possibile. Da questi numeri, secondo gli autori, si deve partire per pianificare meglio l’attività, identificando gli spazi di miglioramento, gli sprechi, le inefficienze, e garantendo al tempo stesso la sua economicità, e le garanzie per i lavoratori.

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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