Produrre una colomba con uova di galline allevate a terra costa 10-11 centesimi in più. Ma Bauli, Melegatti e Maina continuano a utilizzare quelle da galline in gabbia.
A pochi giorni dalla Pasqua, si riaccendono i riflettori sulle uova di galline allevate in gabbia utilizzate per le colombe industriali. Secondo il report pubblicato da Essere Animali, cinque delle otto principali aziende italiane che producono colombe pasquali (Balocco, Galup, Paluani, Tre Marie Ricorrenze e Vergani) utilizzano uova da galline allevate a terra e lo scrivono sull’etichetta. Il dato più interessante riguarda il costo irrilevante di questa transizione.
Una colomba da un chilo contiene circa tre uova. Considerando che la differenza di prezzo a livello industriale fra uova da galline allevate in gabbia e a terra è nell’ordine di circa 2,5 centesimi per unità, sostituire le uova del gabbie comporta un aumento di circa 10-11 centesimi per colomba. Una cifra minima, soprattutto se confrontata con il prezzo di vendita al pubblico, che si colloca tra 6 e 10 euro.

Chi usa ancora uova da galline in gabbia
Più sfumata, ma non meno problematica, è la posizione di Maina. L’azienda ha annunciato l’eliminazione delle uova da galline allevate in gabbia, ma per le colombe del 2027. Le cinque milioni di confezioni vendute quest’anno probabilmente contengono ancora uova da galline allevate in gabbia. Il paradosso è che Maina, quando produce per alcune catene della grande distribuzione come Esselunga e Lidl, usa solo uova di galline allevate a terra. Segno che la transizione è non solo possibile, ma è già realtà su larga scala.
Completamente diversa è la scelta di Bauli (che produce anche il brand Motta) e Melegatti che per le colombe usano uova di galline allevate in gabbia e non hanno preso impegni per il futuro. La posizione di Bauli è difficile da comprendere. L’azienda veronese detiene circa un terzo del mercato e avrebbe la possibilità di incidere in modo significativo sulla filiera ma non lo fa.
Bastano pochi centesimi per una colomba
In Italia, ogni anno oltre 17 milioni di galline vengono allevate in gabbia. Anche nelle cosiddette ‘gabbie arricchite’, ancora legali in Europa, ogni gallina dispone di almeno 750 cm² di spazio: poco più della superficie di un foglio A4, parte della quale occupata da nido e posatoio. In queste condizioni le galline non possono esprimere comportamenti naturali fondamentali: non possono razzolare, fare bagni di polvere, aprire completamente le ali o sottrarsi agli altri animali. Si tratta di un sistema sempre più contestato, sia dall’opinione pubblica sia a livello istituzionale. Secondo l’ultimo Eurobarometro sul benessere animale, oltre il 90% degli italiani è favorevole al divieto dell’allevamento in gabbia.
Diversi Paesi europei si stanno già muovendo in questa direzione: Austria e Lussemburgo hanno vietato le gabbie arricchite, la Germania prevede un’eliminazione completa tra il 2026 e il 2029, mentre la Francia ha vietato la costruzione di nuovi allevamenti in gabbia già dal 2018. In Italia, invece, manca ancora un divieto nazionale. Per questo Essere Animali ha promosso una proposta di legge di iniziativa popolare, depositata il 12 marzo in Cassazione, con l’obiettivo di raccogliere almeno 50mila firme entro settembre.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24


