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Coldiretti il Brennero e la farsa del “made in italy”. La difesa del prodotto nazionale diventa una sceneggiata napoletana

MOZZARELLE CONTENITOREColdiretti ha colpito ancora, i servizi sulla manifestazione di ieri al Brennero hanno raccontato alla gente che in Italia arrivano cosce di maiale destinate all’Emilia Romagna,  mozzarelle da vendere alle pizzerie del Veneto, latte da imbottigliare a Brescia, maiali che verranno macellati in Sicilia, grano che dovrà trasformarsi in spaghetti. La maggior parte dei quotidiani e delle tv ha ripreso queste notizie lasciando intendere che i prodotti attraversano la frontiera e vengono trasformati in alimenti made in Italy. Tutto ciò sarebbe  possibile perché sull’etichetta non è indicata l’origine. Lo schema di Coldiretti è sempre lo stesso, il prodotto straniero è di qualità mediocre mentre i nostri prosciutti, la nostra pasta, il nostro latte, la nostra mozzarella, il nostro olio, il nostro pomodoro sono eccellenti.

 

Nella mobilitazione di Coldiretti al Brennero ci sono anche Nas e Corpo Forestale dello Stato che, contrariamente a quanto  lasciano intendere molte servizi,  hanno condotto controlli di routine “sono stati prelevati campioni di prosciutti non timbrati sui quali fare delle analisi e acquisito di copia dei  documenti per effettuare controlli incrociati  e verificare la destinazione dei prodotti per impedire che siano venduti come Made in Italy”.

 

168775351Di fronte alle tesi di Coldiretti ha preso posizione Federalimentare, che ritiene innopportuna la campagna mediatica. Gli industriali sanno che diversi settori di eccellenza alimentare usano per oltre il 50%  materie prime importate. In alcuni casi l’import arriva al 100% come per il caffè e per la bresaola della Valtellina. E per restare in tema natalizio diciamo pure che buona parte dei panettoni non si potrebbe produrre senza farina ricca di glutine importata da Canada, Francia … Queste cose le sanno gli italiani?

 

Schermata 2013-12-06 alle 18.09.04L’abitudine di criminalizzare le materie prime importate è assurda. Prendiamo per esempio  le mozzarelle. Quelle di bufala Dop si fanno solo in Campania con latte di animali allevati localmente e bisogna rispettare un disciplinare. Quelle non Dop sono prodotte anche in altre regioni italiane dove ci sono allevamenti di bufale, mentre le mozzarelle vaccine si possono preparare in qualsiasi nazione europea, basta avere il latte. Sull’etichetta è indicato il nome del produttore e in codice anche lo stabilimento. Se il caseificio e il latte sono italiani si  può  mettere la bandierina. Dov’è l’inganno? Stabilire a priori che quella ottenuta con latte  nostrano è più buona è difficile perché nella valutazione del prodotto l’origine delle materie prime conta poco. I fattori importanti sono la qualità del latte, la scelta del caglio, degli additivi e il sistema di produzione e distribuzione. Sulla base di questi parametri si può tracciare un profilo qualitativo, non certo sul fatto che la mozzarella è prodotto ad Amburgo o a Roma. Il discorso per la pasta è ancora più critico perchè senza semola importata Barilla, De Cecco e gli altri marchi dovrebbero chiudere bottega o dimezzare la produzione.

 

pasta backgroundPer altri settori una parte rilevante delle materie prime proviene dall’estero. Qual è il problema? Sulle etichette dell’olio è scritto chiaramente e su quelle della pasta si potrebbe anche scrivere, ma è così importante? Il migliore olio a parte quelli Dop è ottenuto miscelando olive italiane e di altri paesi e lo stesso discorso vale per la semola della pasta. La cosa importante è che si usi olio e semola di qualità e questo non lo garantisce certo la bandierina italiana.

 

La stessa cosa si può dire per le cosce di maiale destinate a diventare prosciutto cotto, la qualità non dipende da dove sono stati allevati gli animali, ma da cosa hanno mangiato, dall’età  dell’animale, dal tipo di lavorazione industriale e dalla presenza o meno di additivi. Indurre la gente a pensare che l’olio 100% made in Italy sia per definizione migliore o che  la pasta preparata solo con grano duro italiano sia buona o  che illatte italiano sia più buono è sbagliato. Non si possono prendere in giro così i consumatori. Coldiretti riesce spesso confondere le carte in tavola e i giornalisti ci cascano spesso.

 

Roberto La  Pira

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  Roberto La Pira

Roberto La Pira
Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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48 Commenti

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    Daniele G. Monaco

    Mettere strettamente in relazione la qualità di un prodotto alimentare, intesa come la soddisfazione dei bisogni espressi ed inespressi del consumatore, con la sua provenienza può essere fuorviante anche se nel mondo l’italianità di un alimento è spesso sinonimo di qualità tanto che i nostri prodotti sono tra i più copiati e falsificati. Io penso solo che informare il consumatore sull’origine di un prodotto primario ( come accade in Italia per la carne bovina ) o di prima trasformazione serva a renderlo consapevole della propria scelta e non a “demonizzare” il prodotto estero! La provenienza di un alimento rappresenta spesso per il consumatore un valore aggiunto e l’obbligo di renderla pubblica eviterebbe a molte aziende di “auto fregiarsi” di un italianità che non hanno al 100% difendendo quei piccoli produttori (molti in Italia). Così facendo questi ultimi potrebbero “giustificare”,in parte, un prezzo più alto rispetto ai prodotti delle grandi aziende e consentire la valorizzazione e la sopravvivenza delle realtà agricole e degli allevamenti locali.

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    Buonasera, al di là del livello qualitativo dei prodotti italiani, non capisco perché non si scriva in etichetta da dove arriva un prodotto e non solo dove è stato prodotto… Tutte le informazioni che sono aggiunte, tra le quali anche quelle sulla corretta gestione degli imballi (come vanno differenziati nello smaltimento), servono al consumatore per capire e scegliere meglio.
    Perché è così difficile avere delle informazioni chiare e trasparenti?

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      Perchè oggi i grandi interessi non possono produrre grandi numeri di prodotti con materia prima solo italiana e sono obbligati ad acquistare all’estero temendo la concorrenza dei piccoli produttori locali

      quindi se le stanno inventando tutte per combattere slealmente la concorrenza , ad esempio da quando hanno sostituito le indicazioni di origine con le indicazioni del dove è stato confezionato

      sarà pur vero che l’indicazione di origine può essere fuorviante e non necessariamente indice di qualità e maggiori controlli ma voler lasciare tutto nell’ignoranza per non perdere quote di mercato , non lo ritengo assolutamente corretto nei confronti di chi acquista

      dovremmo imparare tutti oltre che ad informarci di piu, a scegliere prodotti che indichino MAGGIORE CHIAREZZA oltre che slogan accattivanti/salutistici/etc

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    Cinzia, tanto per semplificare all’osso, c’è chi le risponderà che non si vuole fare perchè le aziende vogliono occultare le informazioni, chi dirà invece che le problematiche sono altre e sono legate ai costi per l’aggiornamento continuo degli imballaggi e che tale indicazione non aggiunge nessuna garanzia in più alla salubrità del prodotto.
    Sta a lei scegliere la versione che preferisce, ormai è una questione di fede!

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    Questo è il report della valutazione fatta dalla commissione europea sull’impatto che potrebbe avere l’indicazione dell’origine della carne utilizzata come ingrediente.
    E’ tutto interessante, ciò che conta per le nostre discussioni è da pagina 8 a pagina 15.

    http://ec.europa.eu/food/food/labellingnutrition/foodlabelling/docs/com_2013-755_it.pdf#!

    Premetto che nelle conclusioni si valuta che l’indicazione porti sia vantaggi che svantaggi e la decisione finale verrà presa valutando entrambi gli aspetti.

    Riassumo per i pigri:
    sono stati ipotizzati 3 scenari: 1) indicazione facoltativa; 2) indicazione generica (UE/nonUE); 3) indicazione del Paese.
    Nello scenario 1 non si ipotizzano costi aggiuntivi
    nel caso 2 e 3 sì e rispettivamente fino al 25% e fino al 50% in più.
    I costi aggiuntivi ovviamente graveranno su tutti, si stima per 90% sui consumatore per il 10% sui produttori. Si ipotizza, tra le altre cose una diminuzione dei consumi e un effetto negativo sull’occupazione. Nel caso 3 si prevede inoltre un aumento dei costi per i controlli (pubblici) fino al 30%. Questo si tradurrebbe in minori controlli, un cambio di priorità negli stessi con aumento del rischio di frode o tasse aggiuntive per reperire i fondi necessari a tutti i controlli.

    Quando sostengo che i primi a non essere chiari sono quelli che la chiarezza la pretendono dagli altri…
    Il consumatore ha il dovere di sapere a cosa va incontro, non gli serve che vengano raccontate le favole.

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    Fortunatamente, da consumatore finale, avrò sempre la possibilità di scegliere i prodotti offerti da chi mi darà oltre che all’indicazione dell’origine ,la dimostrazione di voler corrispondere in buona fede e con la maggiore chiarezza possibile, aldilà delle influenze generate dal marketing e dall’italianità dei prodotti, ma sopratutto aldilà di quello che verrà deciso a livello comunitario.

    Fortunatamente , grazie ad associazioni di consumatori e/o ad iniziative personali ed anche ad internet, la consapevolezza di noi consumatori finali aumenta.

    Essendo abituato professionalmente ad agire con il massimo della trasparenza ed onestà pretendo lo stesso dai miei fornitori se pur anche si trattasse della fornitura di una singola barretta al cioccolato con all’interno una nocciolina turca , il tutto confezionato in un nome e stabilimenti italiani.

    p.s. le noccioline turche sono buonissime , sono anni che oramai le mangiamo tutti, e senza saperlo

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      Documento interessante
      Io non sono pigro e sono andato a leggere la discussione (si parla anche di minimo e forse nei casi di prodotti relativi a carni miste si potrebbe raggiungere il 50%, ma a proposito delle carni)

      “i costi aggiuntivi per lo scenario 2 potrebbero oscillare da un minimo
      trascurabile fino al 25%, mentre nello scenario 3 la variazione probabile oscilla
      tra il 15-20% e il 50%. I costi aggiuntivi per la rintracciabilità sono stimati al 3-
      10% dei costi totali di produzione;

      Quello che è interessante è anche che la commissione europea dovra valutare che/se :

      “Il forte interesse complessivo dei consumatori per l’etichettatura d’origine a) è significativamente inferiore come importanza al prezzo, b) non è rispecchiato dalla WTP dei consumatori: un aumento di
      prezzo inferiore al 10% riduce la WTP del 60-80%.

      E le percentuali variano da paese comunitario a paese comunitario. Immagino quanto siano preoccupati in Finlandia dove probabilmente in tutto il paese non riescono ad ottenere una diversità di prodotti paragonabile ad una sola regione italiana

      Eppure , quando nel 2011 si è trattato di “emendamenti sicurezza” relativi ai trasporti e a seguito dell’evento dell’11 settembre in america, non hanno esistato ad introdurre a livello comunitario e per provenienze da tutto il mondo , nuovi controlli sull’indicazione di origine dei container in ingresso nel territorio europeo, sopratutto “grazie alla spinta degli stati uniti” ..

      questo “costo di sicurezza” è stato già “girato” sui consumatori finali e nessuno ne ha coscienza/conoscenza …

      Certo i costi aggiuntivi non sono paragonabili ,
      ritengo che si possano trovare delle soluzioni intermedie, soprattuto per quei prodotti che raggiungerebbero il 50% di aumento , lasciando per alcune tipologie di prodotto l’utilizzo della ipotesi 2 (eu/non eu)

      Mi auguro che a livello comunitario riescano a trovare il giusto compromesso per tutelare gli interessi del numero maggiore di soggetti coinvolti tra consumatori produttori e dipendenti, senza tralasciare l’attenzione ai dovuti controlli.
      Controlli che, tra l’altro, occorrerebbe uniformare in tutti i paesi EU.

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      Le rispondo tenendo conto di tutti i 4 suoi interventi.
      Sull’imballaggio: siccome ha letto il rapporto della commissione avrà visto che i costi in più ci sono. Quello dell’imballaggio non è nè un falso problema, nè l’unico. Una stampigliatura aggiuntiva non necessariamente rappresenta un’inezia. Dipende dal tipo di confezionamento, dal tipo di macchina utilizzata…può significare anche investimenti di un certo livello per il cambio macchine. Per le multinazionali magari sostenere questi costi è marginale, per un’azienda medio-piccola (che è giusto ricordare rappresenta la stragrande maggioranza delle aziende italiane) potrebbe non essere così indolore.
      Riguardo il “confezionato da…”: non condivido il suo allarmismo ma condivido che su quell’aspetto le indicazioni dovrebbero essere più chiare. Ma anche lì bisogna capire a cosa serve quell’informazione: lo scopo non è informare i consumatori. Serve ad indentificare le responsabilità per facilitare i controlli da parte degli enti preposti. In ogni caso, le normative stanno andando in altre direzioni, come si evince anche dal Reg. CE 1169/2011 e dubito che su questo aspetto saremo accontentati.
      Sul discorso Coldiretti: lo abbiamo visto anche in tutte queste discussioni. Quando si sostiene ad esempio che il grano del Nord America è tecnologicamente più adatto del nostro per alcune lavorazioni, la risposta del consumatore medio è che questo non è vero, che il nostro è il migliore, etc…Si parte dal presupposto, basta leggere gli interventi di molti, che l’industria per sua natura inganni o voglia ingannare. In questo contesto, che voce in capitolo può avere un’azienda che volesse informare? E comunque anche l’azienda, essendo di parte, farebbe informazione di parte. E qui arriviamo allo Stato. Infatti è quello il problema: l’informazione corretta deve partire da lì, almeno dalla Tv pubblica. Quando però un Ministro della Repubblica sfila assieme a Coldiretti nelle manifestazioni del Brennero, si fa portavoce delle stesse idee non crede? Perchè nessuno dei portabandiera dell’indicazione dell’origine ha mai menzionato anche i relativi svantaggi? Non ci voleva una seppur utile relazione della Commissione Europea per saperlo, visto che io, che non sono nessuno, dell’aumento dei costi ne parlo dall’inizio di queste discussioni. E mi sono sentito pure dire (non da lei) che sono referente dell’industria! Come se non fosse semplicemente diritto del consumatore conoscere sia i vantaggi che gli svantaggi che tale indicazione comporterebbe….

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    Sono d’accordo con lei quando affronta il tema politico.
    Si approfitta utilizzando un certo “marketing” e cio non viene fatto solo dalle aziende. La politica purtroppo lo fa da quando esiste. Io non difendo nessuno in tal senso e non mi interessa la specifica questione. Posso capire che anche i politici seguono le loro ideologie altrimenti a cosa servirebbero…

    In ogni caso, occorre che una giusta regolamentazione venga predisposta dallo Stato e lo stato è fatto anche di contrattazione tra le parti.
    Per questo ho auspicato un “felice” intervento della comunità europea, che riesca a conciliare le necessità di tutti.

    Mi scusi ma da acquirente faccio diversi miei interessi (ivi compreso il voler preferire prodotti connessi ad un commercio equo, tracciabilità , controlli) cosi come le grandi e/o piccole aziende i loro e cercano di ottimizzare i costi.
    infatti nel mio primo post ho scritto chiaramente che si tratta di una contrattazione tra le parti, acquirente vs venditore.
    Se lei va a comprare una casa , va a verificare se esistono ipoteche o si fida di chi gliela vende?

    Mi rendo conto che la gestione dell’indicazione dell’origine non è una cosa di poco conto ma non per questo bisogna lasciare tutto cosi com’è.

    E’ giusto che si affrontino tutti i vantaggi e gli svantaggi. Quella pubblicazione della commissione sembra indicare la giusta direzione (spero).
    Onestamente anche a me tutti i suo interventi hanno dato una certa impressione ma questo mi importa poco.

    L’importante credo siano i temi trattati con l’auspicio che tra vantaggi e svantaggi elencati questa discussione sia servita a qualcuno a capire qualcosa in più e ad aprire un po di più gli occhi su tutti i prodotti , quelli italiani e quelli pseudo tali.

    p.s. non sono allarmato dalle indicazione di “confezionato da”, mi sono però sentito ingannato e in ogni caso preferisco essere maggiornmente informato.

    Se le grandi aziende e rappresentanti vari anzichè rincorrere a promuovere regolamentazioni europee a mio parere poco trasparenti avessero affrontato , sempre a mio pare, onestamente e con chiarezza la faccenda dell’origine (non è tutto 100% italiano) oggi avrei più fiducia di loro…..e invece solo marketing assillante