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La Francia cambia idea: sospeso il divieto di usare i nomi legati alla carne per i sostituti vegetali

CarneIl 27 luglio 2022 il Consiglio di Stato francese ha annullato il decreto pubblicato un mese prima dal governo che vietava l’utilizzo delle denominazioni dei prodotti a base di carne per etichettare gli alimenti ‘equivalenti’ composti solo da vegetali (unica eccezione prevista la parola burger). La  normativa vietava esplicitamente di utilizzare “la terminologia specifica dei settori tradizionalmente associati alla carne e al pesce per designare prodotti che non appartengono al regno animale e che, essenzialmente, non sono paragonabili”. Grazie al nuovo provvedimento nomi come bistecca, salsiccia o pancetta potranno essere associati a ricette a base di verdure.

I magistrati hanno ritenuto che, in assenza di una chiara definizione dei termini che sarebbero vietati, il decreto avrebbe difficoltà ad essere adottato. La Francia si allinea così alla posizione del Parlamento europeo che, nell’ottobre 2020 ha respinto a larga maggioranza un testo “volto a vietare l’uso di termini di origine animale per i prodotti vegetali – fatta eccezione per le denominazioni ‘yogurt’, ‘crema‘ o ‘formaggio’ applicato a prodotti senza latte animale”.

Cartello con la scritta “plant based meat” circondato da assortimento di prodotti vegetali – burger, salsicce, nuggets, cotolette – semi di soia e foglie di basilico
La Francia ha annullato il divieto di utilizzare le denominazioni dei prodotti a base di carne per etichettare gli alimenti composti solo da vegetali

La sospensione del decreto è in linea anche con una decisione del tribunale del 5 aprile 2022 in risposta a una denuncia presentata da Interbev (associazione interprofessionale per l’allevamento e la carne), contro il gruppo Nutrition & Health, titolare del marchio Soy. La corte d’appello di Rennes non ha accolto le accuse di concorrenza sleale e pratiche commerciali ingannevoli rivolte dall’associazione. Si tratta di una battuta d’arresto per chi da diversi anni porta avanti la battaglia in nome della trasparenza invocando il rischio di confusione da parte degli acquirenti.

Il tema non sembra interessare le organizzazioni di difesa dei consumatori francesi come UFC-Que Choisir e 60 Millions de consommateurs che non si sono mai battute per il divieto delle denominazioni del tipo bistecca di verdure.

© Riproduzione riservata – Foto: AdobeStock, Depositphotos

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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5 Commenti

  1. Ancora una volta la lobby delle grandi multinazionali del junk food ha vinto, e potrà continuare a spacciare con nomi che richiamano la carne prodotti che ne sono totalmente privi e hanno valore nutrizionale, stando alle analisi degli enti competenti, ben differente.

    Alla faccia della “trasparenza” e della “non ingannevolezza” che dovrebbe essere il primo requisito dell’unica cosa che il consumatore medio guarda veramente, ossia l’etichetta, che già presenta immagini di portate perfette e succulente ottenute fotografando in studio spugna, cartone e schiuma da barba… sotto alla foglia di fico della microdidascalia che rammenta che si tratta di “suggerimento di preparazione”, accompagnata magari da un bel semaforino verde che bellamente glissa sulle dozzine di ingredienti e di “ausiliari tecnologici” che sono occorsi per realizzare il prodotto ultratrasformato che si finge una bistecca.

    Ovviamente c’è chi non capisce e minimizza dicendo “ma il salame di cioccolato si chiama così e nessuno crede che sia fatto col maiale”… dimenticandosi che non lo si trova tra il Felino, i cacciatorini e la soppressata ma nel reparto o scaffale della pasticceria, dove neppure un marziano appena sceso dal disco volante andrebbe a cercare del vero salame, mentre i finti burgher stanno fianco a fianco a quelli veri.

    • E allora? Alla peggio il consumatore poco attento sbagliera` una (una!) volta e poi stara’ molto piu` attento. O la paura e’ che dopo aver “sbagliato” una volta non torni piu` indietro?
      Tutta sta diatriba intorno ai nomi mi pare aria fritta, mia moglie beve da parecchio tempo il latte di soja e anche se non si chiama piu` cosi` da anni, tutti lo chiamano cosi`, a partire dai baristi e, con buona pace dei puristi, in corsia si trova di fianco al latte “vero” e a tutti gli altri surrogati perche’ e’ li’ che deve stare avendo la stessa “funzione” degli altri.
      Il cervello umano lavora per similitudine in tutti i campi, e quando si presente qualcosa di nuovo si cerca sempre di ricondurlo a qualcosa di noto come per l’appunto col salame di cioccolato.

    • i finti burger stanno a fianco di quelli veri… a parte che non è così, ma anche se fosse basta leggere. Come io leggo e non compro carne lei può sforzarsi di leggere e comprarla. Non comprendo la difficoltà

  2. Nel supermercato e nell’ipermercato dove vado a fare la spesa (Coop), i “sostituti della carne” vegetariani e vegani sono ben separati dal settore carni. E quando dico “ben separati” intendo proprio settori diversi, divisi da vari metri.
    Non mi pare troppo complicato adottare questa misura.

  3. Trovo davvero insultante pensare che il consumatore medio sia così stupido da comprare un “hamburger” vegetale invece di uno a base di carne solo perchè messo nello stesso banco a fianco di quelli veri…

    A parte che per la mia esperienza, la carne sta nel reparto carni, gli alimenti vegetariani e vegani nel reparto “vegetariano e vegan”…

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