Il cadmio arriva soprattutto dagli alimenti più consumati ogni giorno, come pane e cereali: secondo l’ANSES una parte della popolazione è ancora sovraesposta, e il problema parte dai suoli agricoli e dai fertilizzanti.
Non sono solo molluschi, crostacei e frattaglie gli alimenti da tenere d’occhio quando si parla di cadmio. Secondo l’Agenzia francese per la sicurezza alimentare, l’ambiente e il lavoro (ANSES), a pesare di più sull’esposizione della popolazione sono soprattutto i prodotti che finiscono ogni giorno nel piatto: pane, cereali per la colazione, biscotti, prodotti da forno, pasta, riso, patate e alcune verdure. Non perché siano i più contaminati in assoluto, ma perché sono consumati molto più spesso.
Il cadmio è un metallo tossico presente naturalmente nell’ambiente, ma la sua diffusione nei suoli agricoli aumenta anche per effetto delle attività umane, in particolare dell’uso di fertilizzanti fosfatici e di alcuni reflui. Una volta nel terreno, viene assorbito dalle radici delle piante ed entra nella catena alimentare. L’ANSES ricorda che si tratta di una sostanza cancerogena, mutagena e tossica per la riproduzione, associata anche a danni renali e fragilità ossea in caso di esposizione prolungata.
L’esposizione al cadmio
L’agenzia sostiene che in Francia una parte della popolazione è ancora sovraesposta al cadmio tramite il cibo. Nei suoi nuovi lavori ha scelto come effetto critico il rischio di osteoporosi e fratture e ha fissato una nuova dose giornaliera tollerabile per via orale a 0,35 microgrammi per chilo di peso corporeo al giorno. Ha anche indicato come soglia critica urinaria 0,5 microgrammi per grammo di creatinina in un adulto di 60 anni, assumendo che l’ingestione sia la sola fonte di esposizione.
Sul fronte epidemiologico, il quadro francese resta preoccupante. L’ANSES segnala che lo studio EAT3 ha mostrato superamenti della dose tollerabile in una quota compresa tra il 23% e il 27% dei bambini e tra l’1,4% e l’1,7% degli adulti. Inoltre, la biosorveglianza nazionale ESTEBAN aveva già indicato che quasi un adulto francese su due tra 18 e 60 anni superava la soglia critica di cadmio nelle urine.

I rimedi
Per ridurre l’esposizione, l’ANSES insiste soprattutto sugli interventi a monte, cioè sui fertilizzanti. Raccomanda che l’apporto di cadmio ai terreni agricoli non superi i 2 grammi per ettaro all’anno e che, nel caso dei fertilizzanti minerali fosfatici, la concentrazione resti sotto 20 mg/kg di anidride fosforica (P2O5). È una soglia molto più severa di quella prevista dal regolamento UE 2019/1009, che per i fertilizzanti fosfatici armonizzati fissa il limite a 60 mg/kg di anidride fosforica.
L’agenzia invita anche i consumatori a limitare alcuni prodotti a base di grano dolci e salati, come cereali per la colazione, torte e biscotti, a introdurre più legumi al posto di parte degli alimenti a base di frumento e a variare le fonti di approvvigionamento per evitare esposizioni ripetute sempre dagli stessi canali. Per i fumatori, naturalmente, resta fondamentale smettere: il tabacco è un’importante fonte aggiuntiva di cadmio.
E in Italia?
In Italia il tema non è ignorato, ma i dati ufficiali disponibili sono meno recenti e meno d’impatto di quelli francesi. L’Istituto Superiore di Sanità, sulla base dello Studio di Dieta Totale nazionale, segnala che l’esposizione al cadmio della popolazione italiana deve continuare a essere monitorata con particolare attenzione per prevenire effetti negativi sulla salute. Anche nel nostro Paese i principali contributori sono alimenti molto comuni: cereali e derivati, verdura e ortaggi, patate, crostacei e molluschi.
Il confronto con la Francia, quindi, suggerisce una domanda scomoda anche per l’Italia: stiamo controllando abbastanza la contaminazione da cadmio nei suoli agricoli e nei fertilizzanti, oppure ci stiamo limitando a inseguire il problema quando arriva già nel piatto?
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giornalista redazione Il Fatto Alimentare


