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L’Europa autorizza la birra con il colorante caramello! Non è vero, la solita bufala della rete. Il caramello si usa da sempre, ma in Italia nessuno lo impiega

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Birra con coloranti: la nuova normativa autorizza l’uso di coloranti

La notizia corre in rete e rimbalza da un sito all’altro: l’Europa autorizza l’uso del caramello nella birra senza malto per simulare lo stesso colore scuro. Siamo di fronte all’ennesimo caso di bufala online che come altre trova centinaia di adepti.
L’UE in realtà ha esteso l’uso del caramello per alcune bevande al malto che si bevono solo in Inghilterra e in qualche rara località europea. Il caramello insieme a diversi altri additivi è sempre stato autorizzato e utilizzato nella birra in molti paesi stranieri.

La scelta italiana è diversa, visto che 30 anni fa i produttori decisero che la birra made in Italy sarebbe stata prodotta senza additivi. La confusione è in parte generata dalla legislazione europea sui requisiti della bevanda che, non essendo precisa come quella italiana, lascia spazio ad alcuni sistemi di produzione che da noi non sono utilizzati.

 

birra Il Fatto Alimentare ha già segnalato il caso delle cosiddette birre “annacquate”, realizzate con l’aggiunta di enzimi per aumentare il grado alcolico. Queste bevande importate dall’estero, costano meno perché pagano meno tasse e sono vendute regolarmente nei supermercati in virtù della libera circolazione delle merci. Per capire la situazione bisogna fare un passo indietro e dire che la legge italiana impone alla birra di avere un “grado saccarometrico” minimo pari a 10,5, equivalente ad un grado alcolico del 3,5% (il grado saccarometrico, scientificamente denominato “grado plato” indica la quantità di zucchero presente ed è strettamente correlato al malto impiegato).

Se in Italia, come abbiamo detto, il grado saccarometrico minimo è 10,5, in Belgio quello della “birra da tavola di II categoria” (equiparata alla nostra “birra”) oscilla da 7 a 8, mentre in Germania la birra di analogo livello deve superare i 7 gradi. Anche in altri paesi come Olanda, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca è sufficiente raggiungere livelli che variano dai 6 agli 8 gradi per poter scrivere la parola birra sull’etichetta. Tutto ciò crea una forte disparità con le bottiglie made in Italy che, come abbiamo detto, devono raggiungere almeno 10,5 gradi plato e quindi impiegare una quantità maggiore di mosto.

La prima conseguenza di questa situazione è una tassazione inferiore di queste birre importate, perché in Italia la birra paga le tasse in relazione al grado plato. In altre parole la birra di primo prezzo importata dall’estero contieme meno mosto e paga meno tasse rispetto alla nostra. Se una birra a bassa gradazione italiana versa 29 centesimi al litro, quelle analoghe importate ne versano 19-20, creando così  grossa disparità a livello di concorrenza.

 

Sara Rossi

© Riproduzione riservata

Foto: Thinkstockphotos.it

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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