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Bevande zuccherate, funzionano le sugar tax e le norme su etichette e pubblicità. Gli esempi del Cile e del Regno Unito

attractive businessman having lunch and drinking soda at workplace in officeLe tasse sui cibi poco sani e sulle bevande zuccherate, così come le norme relative alla pubblicità, all’etichettatura e alla vendita del junk food, sono efficaci tanto sui consumatori quanto sulle aziende. È già emerso in diverse indagini ma una nuova conferma arriva da due studi pubblicati sullo stesso numero di PloS One su realtà molto diverse: il Cile e il Regno Unito.

Nel primo caso i nutrizionisti dell’Istituto di nutrizione e tecnologia alimentare dell’Università del Cile di Santiago hanno analizzato che cosa è successo tra il 2015 e il 2017,  cioè tra l’anno precedente l’introduzione della normativa sull’etichettatura e la pubblicità degli alimenti e l’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati, al momento. La legge oltre a introdurre l’obbligo di porre etichette di avvertimento chiare sulla parte frontale della confezione dei cibi poco salutari, vieta la pubblicità rivolta ai ragazzi e la vendita nelle scuole di tutte le bevande e gli alimenti che contengono troppo zucchero, sale e grassi saturi (rispetto ai limiti fissati).

Analizzando il comportamento di oltre 2.300 nuclei familiari di diversa estrazione sociale, per quanto riguarda le sole bevande zuccherate, i ricercatori hanno dimostrato che in poco più di un anno i consumi sono diminuiti di 22,8 ml per persona al giorno, cioè del 23,7%. Lo stesso è avvenuto per le calorie, diminuite di 11,9 unità per persona al giorno, pari al 27,5%. L’effetto è simile in tutte le famiglie, a prescindere dal censo e dal livello di istruzione, anche se risulta più marcato in quelle più istruite, perché già prima consumavano meno bibite zuccherate. Secondo gli autori, i dati dimostrano l’efficacia di una politica articolata su più fronti, che sarebbe assai migliore rispetto a provvedimenti singoli.

Il secondo studio riguarda il Regno Unito, dove i ricercatori e gli epidemiologi di diverse università e istituti hanno voluto valutare l’effetto relativo all’annuncio  dell’arrivo della sugar tax, cioè che cosa è cambiato tra il 2015 e il 2019, questa volta dal punto di vista delle aziende. La normativa, che prevede una tassa di 0,24 sterline al litro per le bibite che abbiano otto o più grammi di zucchero ogni 100 ml e di 0,18 sterline per quelle che ne contengano tra i 5 e gli 8 grammi, è stata infatti resa nota nel 2016, ed è entrata in vigore nel 2018. Ne sono esenti le bevande che restano sotto i 5 grammi, i succhi di frutta e le bibite a base di latte.

Two female friends hangout at the city street.Laughing and fun.Drinking juice.Two female friends hangout at the city street.Laughing and fun.Drinking juice.
La sugar tax introdotta nel Regno Unito ha fatto calare la percentuale di bevande zuccherate con più di 5 grammi di zucchero ogni 100 ml

Per capire se la tassa abbia o meno influenzato la produzione delle bevande zuccherate, gli epidemiologi hanno analizzato circa 209 mila rilevazioni fatte sui siti dei principali supermercati inglesi, realizzate in 85 momenti diversi durante il periodo 2015-2019. Il risultato è  che la percentuale di bibite con più di 5 grammi di zucchero ogni 100 ml è scesa del 33,8% (dal 49 al 15%). Sono invece cambiati di poco i volumi delle confezioni, così come è calata solo leggermente l’offerta di prodotti diversi. Per le bevande non interessate dalla tassazione non è cambiato nulla, a riprova che l’effetto è proprio una conseguenza della norma. Da notare che l’aumento medio del prezzo delle bibite colpite dalla tassa è stato di modesta entità, ma evidentemente è bastato per indurre i produttori a cambiare le ricette.

Come molti sostengono da tempo, una delle conseguenze più incisive di queste norme è l’effetto indotto sulle aziende che, per evitare aumenti di prezzo dei prodotti, modificano spontaneamente la composizione dal punto di vista nutrizionale.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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