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Asciugamani Coop: italiani o portoghesi? Una lettrice chiede spiegazioni all’azienda

coopSpesso i supermercati promuovono raccolte punti per offrire, dietro un contributo più o meno consistente da parte dei consumatori, prodotti di qualità o di marca a prezzi solitamente più bassi del mercato. Di seguito pubblichiamo la segnalazione di una nostra lettrice proprio su una di queste raccolte promozionali che, a suo avviso, presentava delle informazioni fraintendibili.

Ebbene si, ci sono cascata con tutte le scarpe. Attratta da un bel volantino di Coop Centro Italia sulla promozione di biancheria per la casa a buon prezzo, asciugamani, accappatoi, ecc, di “qualità italiana dal 1955” anzi ancora di più “un’azienda Umbra” cuore verde d’Italia con tanto di immagine, raccolgo i punti del supermercato, pago una piccola differenza, e mi accorgo appena aperta la confezione che gli asciugamani sono in realtà prodotti in Portogallo. Che delusione! Normalmente cerco sempre di preferire prodotti italiani, poi in piena pandemia lo sento quasi come un obbligo morale, e per questo avrei probabilmente completato la collezione proposta dal volantino. Da un’azienda seria come la Coop Centro Italia non me la sarei proprio aspettata.
Rosa

Di seguito la risposta di Coop Centro Italia

“Gentile cliente, ci dispiace registrare la delusione, crediamo sicuramente dovuta a un’incomprensione. Confermiamo, come indicato nel volantino, che l’azienda titolare della linea di spugne è l’azienda umbra Caprai: suoi lo studio e il design dei prodotti, compreso il packaging. Nella filiera, sotto il suo controllo anche qualitativo, solo la fase di produzione è stata realizzata in Portogallo, perché il mix di cotone e bambù richiede un particolare approvvigionamento di materie prime.
Anche l’altra azienda citata in etichetta, Jakala, è un’azienda italiana: è una società specializzata nell’organizzazione di operazioni a premi, partner regolamentare e logistico di Caprai e di Coop Centro Italia in questa iniziativa. Teniamo quindi a rassicurare, anche attraverso la sua segnalazione, tutti i nostri soci e consumatori del fatto che, partecipando all’iniziativa, stanno offrendo (e Coop Centro Italia con loro) un concreto ed effettivo contributo all’Italia. Con massima attenzione alla qualità e all’ambiente”.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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11 Commenti

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    Stimo tantissimo la Coop, a mio parere la più attenta all’insieme delle questioni che ci interessano come consumatori.
    Certo, per un prodotto come un asciugamano, scrivere che “solo la produzione”… suona strano

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    Carissima Rosa, il suo senso patriottico lo ammiro e condivido in pieno. Anch’io mi sforzo di acquistare prodotti di aziende italiane ma, purtroppo, incappiamo in tante delusione come questa da lei segnalata, aziende italiane che pubblicizzano il tutto come se fosse un vero Made in Italy ma, alla fine, di italiano c’è solo l’azienda, la produzione è totalmente straniera. Lo stesso discorso vale per i prodotti food. Cari lettori, aprite bene gli occhi durante i vostri acquisti.

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    https://www.coopcentroitalia.it/images/PDF/2020/02/regolamento-caprai.pdf
    https://www.coopcentroitalia.it/collection-caprai/
    Leggendo parola per parola entrambi i documenti risulta evidente lo spaccato rivelatore della globalizzazione.La signora Rosa pensava di acquistare un prodotto fatto in Italia , come tanti altri di noi sensibile al disagio produttivo di tante aziende indigene.
    Il fornitore C. marca una linea di prodotti a proprio nome e consegna ai clienti tramite supermercato C., guardandosi bene entrambi gli attori dal citare in entrambi i documenti neanche di sfuggita il fatto che il prodotto è intessuto in Portogallo o potrebbe provenire da altrove salvo una generica citazione a fornitori ( di materie prime grezze), tutto in regola con la legge , la qualità del prodotto non è in discussione e quindi perchè lamentarsi?
    La ditta C., non è un fatto personale , può permettersi di offrire prodotti a un prezzo contenuto grazie al livello retributivo locale inferiore, e del livello di prezzo basso ne ricava giovamento anche il supermercato , insomma fanno bella figura ma così facendo di vera manodopera italiana non se ne usufruisce, nessun ( o pochi) laboratorio e personale impiegato italico.
    La mia prima reazione alla risposta del distributore è il sarcasmo, in realtà però sono deluso e amareggiato , è una caduta di stile della distribuzione ,liberissimi di non essere d’accordo ma io la definisco non fraintendimento ma furba presa in giro, conoscendo lo scrupoloso controllo dei dettagli nei contratti GDO/coop e la sensibiltà più volte affermata e qualche volta disattesa verso il km zero dove possibile .
    Sarò forse accusato di essere razzista verso i lavoratori portoghesi?
    Ma conosco tante persone che faticano per la scarsità di lavoro nostrano……e il bambù cresce benissimo anche in Italia.

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    Spiace per la signora, ma le parole sono importanti. Sia chiaro, le aziende sono in regola perché “non mentono”…che sia una cosa etica è un altro paio di maniche. In italiano se si vuole essere certi che un prodotto sia fatto in Italia, deve esserci scritto “fatto in Italia”, “realizzato in Italia”, “made in Italy” (anche se fatto da aziende straniere ma fisicamente operanti in Italia…ma qui apriamo un altro discorso).
    Diffidate, ma solo per quanto riguarda la provenienza di produzione del prodotto se è ciò che vi interessa (e ciò non riguarda assolutamente il concetto di qualità, che pure se fatta nel più lontano e nascosto paesello straniero, può essere eccelsa) – pur essendo come si diceva prima, legali – invece dei vari “qualità italiana”, “disegnato in Italia” “progetto italiano” etc. poiché – come ovvio – significano esattamente quello che dichiarano, non quello che “vorreste fosse scritto”.
    Che poi il mito de’ tutto ciò è fatto in Italia sia migliore di quanto fatto all’estero, è un ulteriore interessante discorso che meriterebbe di essere affrontato.

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      Per la verità non mi pare che la signora abbia sollevato un problema di migliore qualità del prodotto italiano. Ha solo piacere di acquistare italiano perché, se ho compreso, vorrebbe che i suoi soldi andassero a lavoratori italiani

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      Beh Sig. Osvaldo F. allora la signora non può lamentarsi della risposta di Coop visto che i suoi soldi sono sicuramente andati all’azienda umbra. Così come quando qualcuno compra abiti firmati italiani che seppur fatti all’estero, riempiono le tasche degli stilisti nostrani. Se il problema della signora è la destinazione dei suoi soldi, a posto così: sono andati all’azienda umbra. 😉 Tutti felici, e quindi controversia inutile 🙂

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    non sono d’accordo con il commento di Coop. Vogliono fare i “green” a tutti e costi e non lo sono per niente.

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    gentile fummelier non mi sembra come dice lei. un conto è che i soldi vadano all’az. umbra (azionisti o proprietari), un conto è creare lavoro in Italia per lavoratori italiani
    Paolo

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      Sig. Bulleri, lei può aver ragione ma la questione sollevata è: a chi vanno i soldi della vendita degli asciugamani fatti in Portogallo? All’azienda in etichetta, quindi italiana e, in seconda analisi, umbra. Che poi l’azienda deleghi manodopera straniera a minor costo la produzione di alcuni o tutti i loro prodotti e con i soldi incassati paghino i portoghesi invece degli italiani, non è la questione del contendere. È esattamente quanto scrivevo in precedenza: si intende ciò che vorremmo che fosse scritto, non quello che è in realtà dichiarato.
      Vede, in linea di principio sono d’accordo con Lei e con quanti si sentano frustrati da situazioni come queste, in cui si pensa di supportare, sostenere aziende, professionisti, negozi, etc. italiani ma, correggetemi se sbaglio, il fatto alimentare ed altri sono ANNI che si battono, informando, per far capire alle persone l’importanza di leggere bene le etichette, imparare a capire la realtà inserita in mezzo a miriadi di frasi, slogan, marketing di ogni tipo. Davvero credete alle immagini, musiche e parole delle pubblicità? Senza controllare? Senza approfondire? Senza informarsi? Beh, allora non posso che concludere con una frase ormai iconica: “e le marmotte incartano la cioccolata”.
      Con simpatia

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    Ma per tornare al quesito della signora Rosa , il manufatto era avvolto in plastica sigillata , come era possibile sapere prima chi aveva lavorato e chi aveva millantato? Il cinismo è realistico ma la rabbia è giustificata e alla fine i commenti sarcastici e i riferimenti alle filastrocche di Ugo Tognazzi paragonati alle spiegazioni dei distributori sono perfettamente abbinabili.

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    Sig. Gianni, appunto. La Sig.ra Rosa si è sentita presa in giro, ha chiesto spiegazioni a Coop e la “toppa è risultata peggiore del buco”. Se è vero che dal prodotto imbustato e sigillato non si potesse ricavare la zona di produzione, altrettanto vero e plausibile è che non fosse scritto nemmeno nei depliant o pubbilicità della promozione dei premi a raccolta. A questo punto, passata la fase di lamentela, ognuno di noi – Sig.ra Rosa compresa – può fare delle scelte secondo il proprio livello di frustrazione e indignazione in merito alla questione; dal non fare nulla al decidere di non acquistare mai più prodotti dell’azienda umbra e/o dalla catena gdo coinvolta. Nel mezzo possono esserci altre opzioni di scelta, ma almeno una va fatta; l’inidignazione fine a se stessa – a mio parere – è non solo inutile, ma anche dannosa.
    In buona sostanza: ti sei sentito preso in giro? Comportati di conseguenza, altrimenti è solo fuffa.

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