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Antibiotici nei mangimi usati come additivi. Negli USA sono più di 30, di cui 18 ad alto rischio per l’uomo

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L’utilizzo di alcuni antibiotici favorisce lo sviluppo di batteri resistenti, che possono essere trasmessi all’uomo

Tra il 2001 e il 2010 la Food and Drug Administration (FDA), l’ente di controllo statunitense su alimenti e farmaci,  ha riesaminato la sicurezza di impiego di trenta antibiotici nei mangimi, contenenti penicilline e tetracicline. Si tratta di sostanze utilizzate  ome additivi per favorire la crescita degli animali e prevenire le malattie a cui sono esposti negli allevamenti di tipo industriale.

 

Questo riesame della FDA è avvenuto in modo riservato ma ora un’organizzazione ambientalista, il Natural Resources Defense Council, è venuta in possesso, grazie al Freedom Information Act, dei documenti relativi a quella procedura e ha pubblicato un rapporto in cui sostiene che, probabilmente, oggi nessuno di quei trenta antibiotici otterrebbe l’autorizzazione a essere usato come additivo nei mangimi.

 

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Oggi nessuno di quei trenta antibiotici otterrebbe l’autorizzazione a essere usato come additivo nei mangimi

Diciotto di questi antibiotici, autorizzati decenni fa, sono stati giudicati dai nuovi studi della FDA come ad alto rischio per l’uomo, perché il loro utilizzo nei mangimi favorisce lo sviluppo di batteri resistenti che possono essere trasmessi all’uomo attraverso la catena alimentare. Per gli altri dodici antibiotici, i produttori avevano presentato documentazioni sulla sicurezza che oggi sarebbero giudicate insufficienti per ottenere l’autorizzazione.

 

Il rapporto afferma che non si ha alcun riscontro di azioni della FDA tese a revocare le autorizzazioni concesse all’uso di queste sostanze come additivi nei mangimi. Nel frattempo due sono stati ritirati volontariamente dal mercato dai produttori e nove risultano ancora utilizzati negli allevamenti.

 

Beniamino Bonardi

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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9 Commenti

  1. Ed in Italia com’è la situazione??

  2. Nell’allevamento intensivo fu prassi normale usare prodotti auxinici tra cui antibiotici ed altre sostanze, per migliorare l’indice di conversione o di accrescimento. A memoria, la prima esportazione negli USA di prosciutto crudo stagionato fu bloccata per la presenza nelle carni di “tetracicline” parliamo della seconda metà degli anni 80 del secolo appena passato (1985-1990).

  3. Buongiorno,
    vorrei suggerire una correzione, Beniamino scrive: “Si tratta di sostanze UTILIZZATA NON a fini terapeutici ma come additivi per favorire la crescita degli animali e PREVENIRE LE MALATTIE a cui sono esposti negli allevamenti di tipo industriale”.
    una sostanza utilizzata al fine di prevenire le malattie è una sostanza ad uso terapeutico, più precisamente si chiamano mangimi medicati e servono a curare e prevenire.
    In America la legislazione è un po differente, sulla carta da noi in Italia non è permesso l’uso di farmaci ad uso auxinico.
    In generale però io non mi scandalizzo per il fatto che FDA stia facendo un riesame, è giusto che periodicamente i principi attivi e/o additivi in genere vengano riesaminati.
    in ultimo ricordiamo che il problema non è l’USO di determinate sostanze, ma il residuo di esse.

  4. Anche a residuo zero, l’altro enorme problema irrisolvibile per la salute pubblica, e di grande attualità, è la selezione di specie microbiche patogene resistenti agli antibiotici.

  5. Maurizio Paleologo

    In merito al blocco dell’esportazione dei prosciutti citato da Dario, forse si intendeva il famoso caso del blocco del prosciutto di Parma di cui alcune partite vennero trovate positive ai sulfamidici (in USA) circa nel 1990?
    Circa quanto affermato da Giovanni “in ultimo ricordiamo che il problema non è l’USO di determinate sostanze, ma il residuo di esse”, dissento. Come ha giustamente scritto Costante, pure in assenza di un residuo misurabile (perchè un residuo ci sarà comunque) nelle carni, resta il danno fatto contribuendo alla selezione di ceppi batterici resistenti agli antibiotici.

  6. Questo caso dei maiali è un tipico esempio con il quale si può avvalorare la tesi sulle necessità dell’indicazione dell’origine nei prodotti alimentari.
    Negli Usa la “sensibilità riconosciuta a livello governativo” è la FDA. In Europa mi sembra sia l’Efsa e (fortunatamente) non agiscono propriamente di comune accordo quando si tratta di autorizzare pratiche alimentari.
    Sarà pure che quando questi ipotetici maiali arrivano in Italia non contengono più nessun residuo di quelli non ammessi. Ma tutto ciò che è “successo prima” ?!? (vedi anche il post del Sig. Maurizio) ….
    (fermo restando l’importanza e la necessità di effettuare i controlli locali sulle produzioni nostrane)