Bottiglia di birra

Nascondere, mistificare, sviare l’attenzione, negare l’evidenza, ammorbidire linee guida, pronunciamenti e documenti ufficiali, affinché il pubblico non capisca e sottovaluti il rischio. Sono sempre le stesse le strategie messe in campo dai grandi cartelli internazionali per evitare che i danni alla salute associati ai loro prodotti vengano alla luce. È successo con il tabacco e poi con le bevande zuccherate. E ora ci risiamo con le bevande alcoliche che, nonostante i rischi siano noti e certificati da decenni, sono oggetto di difese accorate da parte di molti politici e di manovre di distrazione di massa da parte dei produttori. 

Lo hanno dimostrato senza possibilità di essere smentiti Gemma Mitchell e Jim McCambridge, ricercatori dell’Università di York, nel Regno Unito. Grazie al Freedom of Information Act (la legge statunitense che obbliga a rendere accessibili i documenti riservati di interesse pubblico). Gli autori hanno avuto accesso ai carteggi tra le associazioni di categoria dell’industria degli alcolici e quello che dovrebbe essere il più inviolabile degli istituti per la ricerca sull’alcol e l’alcolismo, il National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism (NIAAA). È emerso, come illustrato in un articolo pubblicato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs, che, anche in questo caso, le influenze delle aziende hanno condizionato pesantemente tutta la politica del NIAAA degli ultimi dieci anni.

Vino rosso versato in un calice da una bottiglia
Due ricercatori britannici hanno ottenuto l’accesso alla corrispondenza tra dirigenti del National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism americano e i rappresentanti dell’industria dell’alcol

La storia parte da lontano, come si legge nell’editoriale che la rivista ha dedicato alla vicenda, insolitamente lungo e dettagliato proprio per rimarcarne la gravità. Tutto ha avuto inizio da uno studio clinico chiamato MACH 15, organizzato dal NIAAA, finanziato con 30 milioni di dollari dallo stesso istituto, ma anche con 67,7 milioni di dollari stanziati da cinque tra i principali produttori di alcolici. Nello studio, lanciato nel 2017, si sarebbe dovuto analizzare l’effetto del consumo moderato di alcol su 7.800 anziani a rischio di eventi cardiovascolari reclutati in 16 centri di Stati Uniti, Europa, Africa e Sud America. Lo studio, però, è stato interrotto già nel 2018, dopo che una revisione indipendente, effettuata dal National Instituite of Health (di cui il NIAAA è una branca) e dal suo direttore di allora Francis Collins, ha rilevato tali irregolarità metodologiche nella selezione dei centri, dei ricercatori e dei pazienti, dettate dai ‘suggerimenti’ delle aziende, che qualunque risultato sarebbe stato del tutto inutilizzabile, perché viziato da pregiudizi statistici troppo rilevanti. Lo scandalo è stato così grave da spingere i ricercatori inglesi a ricorrere al Freedom of Information Act per analizzare tutta la documentazione relativa alle relazioni tra il NIAAA e le aziende negli anni tra il 2013 e il 2020.

Ciò che ne è emerso sono i costanti e strettissimi rapporti tra 43 membri del NIAAA e 15 rappresentanti di gruppi industriali. In particolare l’analisi si è concentrata sulle comunicazioni tra 12 dirigenti dell’istituto, i rappresentanti di due produttori, AB InBev e Diageo, due associazioni di categoria, il Beer Institute e il Distilled Spirits Council of the United States (DISCUS), e l’International Alliance for Responsible Drinking (IARD), organizzazione sponsorizzata sempre dalle aziende. Tre gli ambiti sui cui la corrispondenza è stata più fitta: la ricerca scientifica e i risultati che via via ne emergevano, le discussioni sulle decisioni politiche e l’elaborazione di linee guida, come quelle su dieta e cancro, e le indicazioni al grande pubblico. 

glass of lager beer on table birra alcol bicchiere computer
I rappresentanti dell’industria e le associazioni di categoria avevano accesso a informazioni riservate sui risultati delle ricerche e sulle politiche pubbliche sull’alcol

L’analisi dei contenuti ha poi svelato quanto i produttori di bevande alcoliche abbiano influito quasi su ogni aspetto delle decisioni prese dal NIAAA e quanto amichevoli fossero i rapporti, facilitati anche da situazioni assai poco commendevoli, come la presenza di membri dell’istituto agli incontri sponsorizzati dalle aziende. Senza dimenticare le cosiddette porte girevoli, cioè il fatto che scienziati dell’istituto in molti casi, una volta terminato il mandato al NIAAA, siano finiti a lavorare per le stesse aziende, portandosi in dote tutte le informazioni riservate acquisite.

Il commento a questo ennesimo scandalo, contenuto nell’editoriale, non può che essere una richiesta pressante a monitorare molto da vicino qualunque studio che, più o meno direttamente, è stato sponsorizzato da un’azienda, e il coinvolgimento di interessi privati nelle politiche pubbliche relative agli alcolici (per esempio, la tassazione specifica). Inoltre, bisognerebbe rendere di fatto impossibili le porte girevoli ed escludere i portatori di interessi privati dalle stanze dove si valutano i dati scientifici e si decide quali indicazioni fornire al pubblico. Tra l’altro, sarebbe necessario rivalutare tutto ciò che è emerso dal NIAAA almeno dal 2013 a oggi e definire nuove regole per le fondazioni che nascondono interessi privati, oltreché su tutto ciò che accade nei meeting e nelle iniziative sponsorizzate e apparentemente educative. 

La vicenda – conclude poi l’editoriale – riguarda solo all’apparenza esclusivamente gli Stati Uniti, perché il mercato degli alcolici è ormai del tutto globalizzato e presente in rete, come ha dimostrato l’immediata levata di scudi partita in numerosi Paesi, a cominciare proprio dall’Italia, in seguito alla decisione di un Paese piccolo come l’Irlanda di apporre, sulle bottiglie, un messaggio sui danni dell’alcol.

© Riproduzione riservata Foto: Fotolia, AdobeStock

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Gianbattista
Gianbattista
1 Marzo 2023 08:16

L’aspetto più allarmante di quanto descritto nell’articolo è nella conclusione: succede ovunque.
La presenza degli interessi privati nelle scelte politiche di qualsiasi tipo e di ogni latitudine è sempre più invadente e determinante.

giova
giova
16 Marzo 2023 14:52

” Grazie al Freedom of Information Act (la legge statunitense che obbliga a rendere accessibili i documenti riservati di interesse pubblico)”: mi sembra che in Italia non disponiamo di una legge così “potente” da permettere l’acquisizione di informazioni industriali …