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Adolescenti e junk food: il cibo spazzatura domina le interazioni social dei ragazzi americani con i marchi alimentari

Beauty Girl Influencer Using Social Media on Smartphone with Like, Comment, Follower icon Around on Pink BackgroundIn che misura gli adolescenti, nella loro vita social, sono coinvolti nelle iniziative pubblicitarie dei marchi di cibo spazzatura e bevande dolci? La domanda è all’origine di uno studio condotto nel 2017 dai ricercatori del Ruud Center for Food Policy & Obesity dell’Università del Connecticut di Hartford e pubblicato su Appetite, nel quale poco più di 1.500 ragazzi di età compresa tra i 13 e i 17 anni sono stati invitati a rispondere a una serie di domande specifiche, che hanno fatto emergere un quadro a dir poco preoccupante.

Il 70% di loro ha infatti rapporti via social (cioè condivide, mette like o segue regolarmente su Facebook, Instagram, Snapchat o YouTube) con qualche brand, e il 35% di questi con almeno cinque marchi, quasi tutti relativi a snack, dolci, bevande zuccherate e fast food. Inoltre, il 40% degli intervistati passa almeno 4 ore al giorno davanti a uno schermo che non è la televisione (smartphone, tablet, computer…), rendendosi inconsapevolmente tramite per la propagazione di messaggi pubblicitari studiati apposta per essere veicolati attraverso i social media, per esempio tramite videogiochi, video e post di vario tipo.

Anche chi guarda la televisione è soggetto allo stesso bombardamento, che rimbalza da mezzo all’altro: chi passa più di due ore davanti allo schermo più tradizionale sviluppa poi un rapporto sui social media con almeno uno dei marchi più noti e frequentati, che comprendono McDonald’s, Pepsi, Hershey, Snickers, Doritos e Coca-Cola.

Se poi si vanno a vedere le risposte dei più piccoli (fascia 13-14 anni), si vede che non c’è differenza rispetto ai più grandi quanto a interazioni, anche se in media a quell’età gli adolescenti passano 30 minuti in meno al giorno davanti a uno schermo non televisivo.

adolescenti cibo spazzatura smartphone
La maggior parte dei marchi alimentari con cui gli adolescenti interagiscono sui social producono cibi poco sani

Anche in questo studio emerge la maggiore vulnerabilità delle classi sociali meno agiate e meno istruite, perché le percentuali più alte di interazioni si riscontrano tra gli afroamericani, tra gli ispanici e tra i figli di genitori con il livello di scolarizzazione inferiore. La maggiore esposizione si riflette poi da una parte nell’elevato tasso di malattie associate all’obesità, ma dall’altro in qualcosa che gli stessi ricercatori del Ruud Center hanno già dimostrato in studi precedenti, e cioè il fatto che le aziende prendono di mira proprio queste sottopopolazioni più fragili, aggravando la situazione. E hanno gioco facile, perché mentre la pubblicità in televisione è a pagamento, i messaggi diffusi via social sono gratuiti.

Non è un caso se i brand più conosciuti sono quelli che spendono di più in pubblicità mirata e progettata per essere accattivante – commentano gli autori – ma tutto questo deve finire. Al momento, le aziende aderiscono a un codice volontario, la Children’s Food and Beverage Advertising Initiative, che tuttavia è limitata ai bambini fino agli 11 anni: la prima cosa da fare, secondo loro, è estenderlo ai 14 anni, e costringere le stesse aziende a non focalizzarsi più sulle comunità più deboli. E poi, in attesa di norme vere e proprie, è necessario introdurre la sugar tax, per scoraggiare il più possibile il consumo.smartphone

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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