Suini in un allevamento intensivo; concept: maiali

Pubblicato nel 1964 e ora tradotto in italiano, il saggio di Ruth Harrison ha ispirato le prime norme sul benessere animale e resta un punto di riferimento nel dibattito sugli allevamenti intensivi.

Lo scorso 2 luglio si è tenuta a Milano la presentazione di Animal Machines Un’indagine sull’industria dell’allevamento intensivo di Ruth Harrison, pubblicato nel Regno Unito nel 1964, e appena riproposto in italiano dall’editore Franco Angeli. Il saggio è la prima denuncia documentata delle condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi, pubblicata proprio nel momento in cui si affermava la ‘modernità agricola’ e si diffondeva l’uso di antibiotici e mangimi industriali, oltre alla selezione genetica orientata a una maggiore resa: basti pensare, scrive Giacomo Lorenzini nella prefazione all’edizione italiana, “che in Gran Bretagna la produzione di carne passò da 762mila tonnellate nel 1947 a un milione e 760mila tonnellate nel 1960, e se nel 1950 solo il 5/10% delle galline ovaiole era allevato in gabbia nel 1970 la percentuale superava il 75%”.

Le cinque libertà del benessere animale

Il saggio di Harrison, nato dalla lettura del volantino di un’associazione contro la crudeltà sugli animali, ha contribuito far modificare la normativa britannica in materia, oltre a mettere le basi delle “cinque libertà del benessere animale” istituzionalizzate nel 1965 dal Farm Animal Welfare Council (FAWC) – libertà dalla fame e dalla sete, dal disagio, dal dolore e dalle malattie, libertà di esprimere i comportamenti della specie, libertà dalla paura e dall’angoscia – che oggi dovrebbero essere applicate negli allevamenti.

Animal Machines Ruth Harrison Franco Angeli 2026Anche se descrive la situazione britannica, il saggio è uscito all’epoca con la prefazione – riproposta nell’edizione italiana – di Rachel Carson, la celebre autrice del saggio Primavera silenziosa che denunciava i danni causati dall’uso in agricoltura di pesticidi e di sostanze inquinanti e cancerogene. Illustrato da un ampio dossier fotografico in gran parte realizzato dal marito dell’autrice, Animal Machines analizza la condizione di tutte le specie allevate per carne, latte o uova, in un documentato reportage che non risparmia al lettore dettagli cruenti, basato su interviste, testimonianze, fonti ufficiali, articoli scientifici e manuali tecnici. 

La prima indagine sugli allevamenti intensivi

Il libro resta anche oggi un’analisi illuminante della condizione animale, che ci permette di vedere i progressi fatti ma anche di capire quanto resta da fare. Perché se alcune delle realtà descritte da Harrison – come l’uso costante di antibiotici e ormoni – sono cambiate, il suo assunto fondamentale resta valido. Oggi, scrive l’autrice, gli animali “non vivono prima di morire, ma esistono soltanto”. Ruth Harrison è stata educata da genitori vegetariani e pacifisti, ma non si presenta ai suoi lettori come “vegetariana e nonviolenta”: il suo è un reportage, non un testo ideologico, e non auspica un mondo senza carne, ma un mondo in cui agli animali destinati al macello sia offerta un’esistenza dignitosa .

“Anche oggi, quando parliamo di benessere degli animali di allevamento, dovremmo piuttosto parlare di mitigazione del malessere, – sottolinea Ermanno Giudici, autore ed esperto di benessere animale che ha coordinato la presentazione del saggio, – anche se tendiamo a non percepirlo, a separare la realtà degli allevamenti animali dalla carne che acquistiamo confezionata nei supermercati”. E resta ancora attuale l’interrogativo sollevato da Harrison: “Abbiamo il diritto di trattare creature viventi unicamente come macchine per produrre cibo?”: un meccanismo disumanizzante anche per gli operatori, che distrugge il rapporto comunque da sempre presente tra gli allevatori e i loro animali. “Noi umani tendiamo a essere antropocentrici e l’equiparazione degli animali con le macchine fa parte della nostra cultura, – osserva Emanuela Prato Previde, psicobiologa e docente universitaria, – possiamo però imparare a trasferire su altri esseri viventi l’empatia che abbiamo sviluppato nei confronti della nostra specie”.

Tacchini allevamento
In quanto esseri umani, ci risulta automatico equiparare gli animali allevati alle macchine

Prima dell’approccio One Health

Ma il saggio di Harrison segnala anche fino a che punto gli allevamenti intensivi incidano sulla qualità del cibo, senza dimenticare i rischi dovuti all’antibiotico resistenza generata da un uso sconsiderato di questi farmaci. Un monito particolarmente attuale all’epoca in cui è stato scritto il saggio, ma valido anche oggi “e un precursore dell’approccio One Health promosso anche dalle Nazioni Unite che evidenzia l’interconnessione tra la salute umana, la salute animale e l’ecosistema” sottolinea Prato Previde.

“Oggi la richiesta di un minor consumo di proteine animali risponde a un’alternativa etica, ma è anche un’opzione sempre più  interessante per i consumatori come dimostra il fatto che anche imprese che producono carne stiano proponendo alternative vegetali, – osserva Giudici, – in futuro poi potrebbe diventare una vera necessità per non sprecare proteine animali e acqua”. E se abolire il consumo di carne non è possibile, si può però lavorare per disciplinare gli allevamenti in modo corretto, “partendo dalle cinque libertà, rispetto alle quali dobbiamo comunque andare avanti – ricorda Prato Previde, – perché negli anni e con una maggiore conoscenza della psicologia animale il concetto di benessere animale si è evoluto”.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Franco Angeli

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