pasta spaghetti

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha messo la parola fine alla lunga battaglia legale sulla pasta a marchio Lidl, confermando che l’uso di simboli patriottici per mascherare l’origine straniera del grano è una pratica commerciale scorretta. Con la sentenza C-301/25 depositata il 30 aprile 2026, i giudici di Lussemburgo hanno dato ragione all’Antitrust italiana (Agcm), ribadendo che la sanzione da un milione di euro inflitta alla catena di supermercati è legittima: la trasparenza sulle confezioni deve essere immediata e non può essere nascosta tra le scritte minuscole sul retro del pacco.

La scelta di Lidl: la sfida giudiziaria contro tutti

La vicenda nasce nel 2020(ne avevamo parlato qui ), quandol’Antitrust aveva messo nel mirino diversi produttori di pasta per etichettatura ingannevole che richiamavano all’italianità del prodotto pur utilizzando grano di origine Ue e extra UE. Lidl Italia aveva scelto di andare avanti per vie legali, impugnando il provvedimento dell’Antitrust fino ad arrivare alla Corte Europea.

Pasta Lidl Combino
Pasta Lidl Combino

Al centro della contestazione ci sono le linee “Italiamo” (con la raffigurazione sulla confezione dello scudetto tricolore e la scritta “Passione Italiana”) e “Combino” (con immagini di paesaggi italiani e la dicitura “Specialità italiana”). In entrambi i casi, l’Antitrust ha stabilito che l’enfasi sull’italianità induceva in errore il consumatore, poiché il grano utilizzato era in gran parte straniero (UE e non UE) e questa informazione compariva solo lateralmente o sul retro, con caratteri grafici molto piccoli e difficilmente leggibili.

La difesa di Lidl si basava sul rispetto formale del Regolamento UE 1169/2011:  La tesi dell’azienda era semplice: “Se ho scritto l’origine del grano sul retro come dice il regolamento tecnico, non potete multarmi con le leggi generali dei consumatori”.

Diversi formati di pasta su un tavolo di legno
De Cecco, Divella hanno modificato le etichette, Lidl ha proseguito l’iter giudiziario

I casi De Cecco, Divella e Cocco

Mentre Lidl portava la questione in tribunale, gli altri protagonisti dell’indagine del 2020 si sono adeguati immediatamente, cambiando faccia ai loro prodotti per garantire trasparenza. De Cecco ha rimosso dalla parte frontale la bandierina tricolore e le scritte “Made in Italy” e “Metodo De Cecco”, inserendo con chiarezza: “I migliori grani italiani, californiani e dell’Arizona”.

Divella ha aggiunto nel campo visivo principale la dicitura: “Pasta di semola di grano duro coltivato in Italia e Paesi UE e non UE. Macinato in Italia”.

Margherita Distribuzione (ex Auchan) ha eliminato i riferimenti regionali e l’immagine dell’Italia dal marchio “Passioni”, specificando chiaramente l’origine del grano sul fronte.

Il Pastificio Cocco ha rimosso i riferimenti alla tradizione di Fara San Martino laddove potevano confondere sull’origine della materia prima, inserendo esplicitamente il riferimento al grano “Arizona”.

La Corte di Giustizia ha smontato la tesi di Lidl focalizzando l’attenzione su due elementi. Non basta che l’origine del grano sia scritta da qualche parte sul pacco. Se la parte frontale della confezione “urla” italianità attraverso colori e immagini, creando l’illusione di una filiera 100% nazionale, l’etichetta è ingannevole. Il consumatore medio, infatti, decide l’acquisto in pochi secondi guardando l’immagine principale, non studiando il retro con la lente d’ingrandimento.

Le aziende alimentari non possono più farsi scudo con i regolamenti tecnici. Ora è chiaro che chi inganna sull’origine dei prodotti può essere colpito due volte: dalle autorità sanitarie per la violazione delle etichette e dall’Antitrust per “pratiche commerciali scorrette”. E le sanzioni dell’Antitrust sono molto più pesanti, arrivando oggi fino a 10 milioni di euro.

La sentenza chiarisce un equivoco diffuso. Anche se un prodotto ha il marchio IGP (che certifica il luogo di lavorazione, come Gragnano), se l’azienda enfatizza eccessivamente l’origine italiana pur usando grano estero, rischia comunque la sanzione. Il marchio di qualità non è una “licenza di ambiguità”.

italiamo lidl pasta penne 2018
La confezione della pasta Lidl che richiama all’italianità contestata dall’Antitrust

Mazzo di spaghetti con foglie di basilico, pomodorini a grappolo, pomodoro cuore di bue, testa d'aglio; concept: pasta, made in Italy, dieta mediterranea

Cosa cambia ?

La decisione del 30 aprile 2026 chiarisce che le norme tecniche e il Codice del Consumo sono complementari. Questo significa che le aziende possono essere punite due volte: per la violazione tecnica dell’etichetta e per la pratica commerciale scorretta.

In breve: Il tempo delle etichette “furbe” sta finendo. Da oggi, il “Tricolore” diventa un impegno d’onore sulla provenienza reale di ciò che mettiamo nel carrello, e non più una semplice decorazione di marketing.

Cosa cambia per i consumatori?

Questa sentenza è una vittoria per chi si batte per la trasparenza. Da oggi, l’Antitrust ha le mani libere per colpire il cosiddetto “Italian Sounding” praticato non solo all’estero, ma anche sugli scaffali dei nostri supermercati.

I produttori dovranno essere molto più prudenti: usare il tricolore su un prodotto fatto con materie prime straniere non sarà più un “peccato veniale” da poche migliaia di euro, ma un rischio finanziario enorme.

Per approfondire: Sentenza Corte di Giustizia C-301/25

© Riproduzione riservata Foto: AdobeStock

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