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Tra esplosione dei costi, rischi di spillover nei mammiferi e l’avvio della campagna vaccinale in Pianura Padana, ecco come l’Italia prova a disinnescare la minaccia dell’aviaria.

Quella dell’influenza aviaria è un’emergenza che non è ancora rientrata da quando nel periodo 2020-2021 le autorità hanno registrat un’ondata epidemica di HPAI (aviaria ad alta patogenicità) di enorme portata che ha interessato la quasi totalità dei Paesi europei inclusa l’Italia. Nel nostro territorio, sono le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna a essere particolarmente colpite; queste zone, umide e paludose, rappresentano i principali siti di sosta e svernamento per gli uccelli migratori, costituendo un punto critico per la diffusione del virus. Oltre a ciò bisogna tener conto di un altro aspetto: l’elevata densità di stabilimenti avicoli. La Pianura Padana, infatti, ospita il 70%  dell’avicoltura italiana intensiva. Il Veneto, per esempio, conta 2.506 allevamenti avicoli, con oltre 48,6 milioni di capi presenti (al 31 dicembre 2025).

Alcuni numeri dell’aviaria

Per capire la portata dell’epidemia ci concentriamo sui dati del Veneto, una delle regioni maggiormente colpite in Italia. Dal 2020 ai primi di febbraio 2026 si sono verificati 316 focolai domestici su un totale di 477, con un impatto particolarmente rilevante nelle province di Verona, Padova, Vicenza e Treviso. Ciò ha determinato un peso economico enorme a carico della Regione che nel quinquennio 2020-2025 ha indennizzato gli allevatori per quasi 240 milioni di euro, considerando i danni diretti (abbattimento degli animali) e i danni indiretti (mancati introiti, blocchi produttivi e della filiera).

Ma i numeri non sono finiti qui. Dall’inchiesta di Food for Profit emerge come l’influenza aviaria stia raggiungendo nuovi record: nel 2025 ha colpito 699 allevamenti in tutta Europa, 64 di questi in Italia. È invece l’EFSA a diffondere un altro dato emblematico: tra il 6 settembre e il 14 novembre 2025 si sono registrati 1.443 casi di influenza aviaria ad alta patogenicità negli uccelli selvatici in 26 Paesi europei, quattro volte in più rispetto allo stesso periodo nel 2024 e il numero più elevato almeno dal 2016. Questa situazione sembrerebbe essersi riflessa anche sul costo delle uova che da luglio a dicembre 2025 è aumentato del 20%. Sebbene si sia ancora lontani dallo scenario degli USA dove la scorsa primavera mancavano le uova sugli scaffali e il loro prezzo era alle stelle, anche in Italia la situazione appare critica.

Il piano vaccinale

Per provare a far fronte all’epidemia, l’Italia ha deciso di avviare una nuova strategia di prevenzione basata sulla vaccinazione di galline ovaiole e tacchini che entrerà in vigore dalla primavera 2026. Il dottor Calogero Terregino, direttore del laboratorio europeo per l’influenza aviaria presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, ha spiegato a Il Fatto Alimentare che a maggio dovrebbero essere vaccinati i primi animali in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna in modo tale che a settembre buona parte della popolazione animale ad alto rischio sia immunizzata.

Polli da carne in un allevamento intensivo - Stefano Belacchi Essere Animali
Polli da carne in un allevamento intensivo – Stefano Belacchi Essere Animali

Ci spiega Terregino che l’idea di vaccinare per l’influenza aviaria è stata sdoganata da pochi anni, da quando, cioè, si è registrata un’altissima diffusione del virus negli animali selvatici. Come per tutte le malattie animali notificabili, in prima battuta la vaccinazione non è permessa in quanto renderebbe più difficoltoso individuare gli allevamenti con animali malati. «In questo caso, data la situazione epidemiologica particolarmente grave, la Commissione Europea ha deciso di avallare l’uso della vaccinazione a condizione che sia applicata una rigidissima attività di sorveglianza.

Aviaria ed esportazioni

Tale attività, tuttavia, è molto dispendiosa da diversi punti di vista, motivo per cui la vaccinazione per l’influenza aviaria non è stata ancora adottata dalla maggior parte dei Paesi europei e difficilmente potrà esserlo da quelli che dispongono di risorse limitate e devono gestire territori particolarmente estesi.» Ma, come ricorda Terregino, c’è un’altra motivazione che ha inciso sulla scelta di evitare la vaccinazione contro l’aviaria e riguarda l’incertezza sull’impatto sulle esportazioni. «Sebbene sia la Commissione Europea sia l’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale non pongano limiti all’export di prodotti animali vaccinati al netto dell’osservanza delle linee guida sulla sorveglianza rafforzata, è difficile prevedere le scelte dei Paesi importatori, in particolare dei Paesi terzi, come il Giappone, la Russia e gli Stati Uniti, che potrebbero non volerli per paura di introdurre il virus ma in alcuni casi anche per ragioni di opportunità.

Finché non c’è una regolamentazione chiara dei contratti commerciali vige l’incertezza. Gli USA per esempio», continua Terregino «finora hanno preferito non vaccinare seppur la situazione epidemiologica sia più compromessa di quella italiana. Finché non ci sarà una piena liberalizzazione, ci sarà sempre un punto interrogativo rispetto alle esportazioni, ma l’Italia ha preso questa decisione anche a fronte dei costi per i risarcimenti estremamente elevati che gravano sulla spesa sanitaria: si è deciso di usare quest’ulteriore arma nel tentativo di avere un numero di casi sotto una soglia ritenuta accettabile».

Biosicurezza e salto di specie

Il piano vaccinale rischia però di avere poco senso se non ci si impegna prima di tutto sulla biosicurezza negli allevamenti. «È questo il nodo principale: meno biosicurezza c’è, più alta è la possibilità che il virus si propaghi», sottolinea Terregino. «Nel centro e sud Italia il virus circola pochissimo e dei livelli di biosicurezza bassi non impattano come nel nord Italia dove l’altissima contaminazione ambientale non permette nemmeno piccole crepe nel sistema di biosicurezza». Eppure le immagini e le notizie diffuse anche da organizzazioni come Essere Animali raccontano di allevamenti intensivi dove le scarse condizioni igieniche rischiano di fare di quegli stessi impianti delle vere e proprie bombe a orologeria per la diffusione del virus.

Forse a far cambiare mentalità rispetto all’importanza della biosicurezza potrebbe essere l’attenzione riposta sul salto di specie. Ci spiega Terregino che i virus dell’aviaria, che circolano abbondantemente tra gli uccelli selvatici da una decina di anni, hanno dimostrato di riuscire a fare il salto di specie. «Oltre 90 specie di mammiferi – tra cui foche, leoni marini, volpi, orsi, faine e altri carnivori – sono state colpite e anche gli animali domestici sono stati coinvolti, in particolare i gatti che si sono dimostrati molto suscettibili arrivando in alcuni casi a fungere da sentinelle di infezioni presenti nel pollame. Negli USA, dal 2024 a oggi l’epidemia tra le mucche da latte ha coinvolto oltre 1.100 allevamenti.

Possiamo affermare con certezza che i virus attualmente circolanti mostrano una tendenza allo spillover nei mammiferi e, in alcuni casi, anche nell’uomo: l’uomo, per ora, si infetta a seguito di contatti diretti con animali infetti e/o loro escrezioni. Rimane tuttavia fondamentale mantenere un costante monitoraggio della situazione».

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Stefano Belacchi – Essere Animali

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