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Meno take away, meno obesi: limitare la diffusione dei ristoranti da asporto potrebbe aiutare a prevenire l’obesità

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I take away sembrano favorire la diffusione dell’obesità

In Gran Bretagna, nell’ultimo decennio, la spesa per cibi consumati fuori casa è aumentata del 29%. Contestualmente, sono proliferati i take away e i negozi che vendono cibi caldi. Alcuni studi hanno cercato di verificare se l’esposizione ai negozi di cibi pronti ha un’influenza sulla dieta e il peso corporeo, ma l’attenzione degli studiosi si era sinora concentrata sulle zone residenziali, con risultati non significativi.

 

Ora, alcuni ricercatori dell’Università di Cambridge hanno realizzato uno studio allargato, pubblicato dal British Medical Journal, che ha coinvolto oltre cinquemila persone e che ha esaminato l’influenza che l’esposizione ai takeway nelle zone vicino a casa, al posto di lavoro e alla strada più breve tra casa e lavoro. La conclusione della ricerca è che, considerando queste tre aree congiuntamente, si può concludere che l’esposizione a negozi di take away è associata a un maggior consumo di cibo da asporto, a un maggior peso corporeo e al rischio di obesità. Infatti, gli adulti risultano esposti, in media, a 32 negozi di take away e quelli più esposti consumano maggiormente cibo d’asporto, hanno in modo significativo un maggior indice di massa corporea e hanno quasi il doppio delle possibilità di diventare obesi, rispetto a coloro che sono meno esposti.

 

L’influenza dell’esposizione ai takeway è particolarmente significativa nei  pressi dei luoghi di lavoro ed è qui che, secondo i ricercatori, le autorità pubbliche dovrebbero porre delle limitazioni al proliferare di negozi di cibi d’asporto.

 

Beniamino Bonardi

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Foto: Thinkstockphotos.it

  Redazione Il Fatto Alimentare

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3 Commenti

  1. Nuovamente viene confermato il ruolo fondamentale delle autorità pubbliche sul problema della crescente ‘sindrome’ di sovrappeso e obesità che coinvolge la popolazione dei paesi sviluppati in particolare pericolosamente in aumento fin dalla giovane età. Il problema però è consapevolizzare direttamente il consumatore sui rischi di salute che lo possono coinvolgere nell’abuso di una alimentazione spazzatura piuttosto che proibire soltanto l’apertura di nuovi locali in un momento di crisi economica crescente. Insomma gli equilibri in questione sono difficilmente realizzabili se non con una pianificazione nazionale delle attività economiche che sia strettamente correlata con studi epidemiologici di settore.

    • Sono d’accordo. E’ una questione di consapevolezza, che dovremmo acquisire fin da piccoli.

    • giulia acerbis

      Completamente d’accordo… ci vuole consapevolezza, ma la consapevolezza non basta… un aiutino dalle leggi ci vuole. Il tabagismo attivo e passivo e’ stato ridimensionato con le legge Sirchia, grazie anche dalle proposte del Prof. Veronesi che l’ha preceduto. purtroppo vietare un ”droga” scomoda come il tabacco, fa sbizzarrire il Male a crearne alte, magari pure piu’ pericolose… vedi alcool, anfetamine, ketamine, doping, caffeina, cibo spazzatura ecc. ecc.