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Senza zuccheri, senza glutine, biologici e vegani: è boom di panettoni salutistici. Ma solo quelli che rispettano il disciplinare possono usare il nome del dolce natalizio

Panettone christams cake and slice with bauble decorations, holly and winter flora over oak background with stars.
Per fregiarsi del nome di panettone e pandoro bisogna rispettare il disciplinare di produzione

Dal mese di novembre, nei supermercati di tutta Italia ci sono interi scaffali occupati da panettoni e pandori. Sono prodotti industriali che si differenziano da altri dolci per la qualità elevata degli ingredienti utilizzati. Proprio per salvaguardare le ricette nel 2005 è stato emanato un disciplinare che stabilisce gli ingredienti e le procedure da seguire perché un dolce possa fregiarsi del nome “panettone” o “pandoro”. Per il panettone gli ingredienti devono quindi essere farina di frumento, zucchero, uova fresche, burro, canditi, uvetta, lievito naturale e sale. Sono ammessi latte, miele, malto, aromi naturali (ci sono sempre), emulsionanti (ci sono sempre), mentre come conservanti si possono usare l’acido sorbico e il sorbato di potassio, che però non sono impiegati delle marche più diffuse. Un discorso analogo vale per il pandoro, anche se la percentuale di burro è maggiore (20% minimo contro il 16% del panettone) e il procedimento di lavorazione risulta diverso.

Al supermercato i prezzi della maggior parte dei dolci di Natale oscilla tra 4 e 7 €/kg, mentre lievitano sino a 12-15 euro per alcuni marchi (come Tre Marie e Loison) che si avvicinano di più al prodotto di pasticceria. I listini però scendono tantissimo con le offerte sottocosto utilizzate da tutte le insegne. Sul sito Esselunga (il 5 dicembre) un pandoro Maina da un chilo costava 3,48 € e un panettone Motta “originale” si portava a casa con 3,99 €.

Panettone senza zucchero SZ
I prodotti senza zucchero indirizzati ai diabetici non rispettano il disciplinare, per cui non si possono chiamare panettoni

Accanto a questi dolci ricchi ma semplici, troviamo un’infinità di panettoni e pandori modificati: “con” e “senza” qualche ingrediente. Si parte dai panettoni  senza canditi, oppure senza uvetta e senza canditi, destinati alle persone che non gradiscono questi ingredienti. Poi ci sono quelli con aggiunte di cioccolato, creme varie e liquori, fino ad arrivare ai panettoni e pandori senza glutine e ai “dolci di Natale” senza zucchero o vegani, quindi privi di ingredienti di origine animale.

Attenzione però: i dolci natalizi vegani non si possono chiamare panettoni, perché nella lista degli ingredienti mancano le uova e il burro previsti dal disciplinare. Lo stesso discorso vale per quelli senza zucchero, addolciti con dolcificanti. Questi prodotti mantengono la confezione e la forma tipica ma sulle diciture in etichetta riportano nomi di fantasia che richiamano il Natale. Per esempio il dolce “Senza zuccheri aggiunti” a marchio SZ dolcificato con maltitolo, ha un aspetto e una confezione simile al panettone, ma non propone la dicitura tipica. Lo abbiamo visto nei punti vendita Pam e Carrefour al prezzo di 9-10 euro al chilo. Lo stesso dolcificante si trova nel dolce “Senza Zuccheri Aggiunti” firmato Giampaoli, venduto in un punto vendita Coop a 14 €/kg. Questi prodotti sono interessanti per chi soffre di diabete e deve ridurre al minimo il consumo di zuccheri, ma per chi non ha problemi di salute non vale la pena, perché l’apporto calorico è analogo. Nel caso di Giampaoli si tratta di 366 kcal/100g, contro le 361 del panettone Motta “originale”.

Panettone Giampaoli
Il dolce Giampaoli è dolcificato con maltitolo al posto dello zucchero

Contrariamente a quanto sarebbe logico aspettarsi i panettoni senza glutine sono stati inseriti nel disciplinare da qualche anno. Il paradosso è che si possono etichettare come panettoni anche se manca proprio l’ingrediente principale: la farina di frumento. L’Aidepi giustifica questa decisione per non pensalizzare le persone che soffrono di celiachia, anche se si tratta probabilmente di una scelta che strizza l’occhio al marketing. È del tutto legittimo che le persone affette da celiachia possano condividere con amici e familiari un momento di festa accompagnato da un dolce tradizionale, ma la mancanza del nome panettone o pandoro sull’etichetta non può certo essere considerato un ostacolo.

Nei supermercati questi prodotti senza glutine  attirano l’attenzione di molte persone convinte che un alimento  per celiaci sia comunque più salutare. È vero che oggi esistono diverse forme di intolleranza “al grano” non ben definite nelle cause, ma è anceh vero che alla maggior parte delle persone il glutine non fa male. Occorre infine ricordare che gli alimenti industriali senza glutine per mantenere consistenza e sapore analoghi alla versione “tradizionale”, sono arricchiti di grassi, e integrati con addensanti o emulsionanti che non migliorano certo la ricetta. «Tutto il comparto gluten-free è in decisa crescita – precisa Bauli – La presenza nella grande distribuzione è sempre maggiore, oltre al canale delle farmacie e dei punti vendita specializzati. Il segmento dei pandori e panettoni ha segnato un incremento del 70% nella scorsa campagna di Natale e Bauli è leader con il suo Pandoro senza glutine.»

Panettone Motta senza glutine
I panettoni senza glutine sono sempre molto più costosi delle versioni tradizionali, ma sono previsti dal disciplinare

L’altro elemento da considerare è che questi alimenti sono sempre molto più costosi degli analoghi: il pandoro Bauli e il panettone Motta senza glutine, costano intorno a 18-19 euro al chilo. Si spende circa la metà per il panettone NutriSì, visto in un punto vendita Pam di Milano, che però, oltre a essere gluten-free, contiene lievito chimico e una quantità di grassi molto ridotta  (5 grammi su 100 contro i 14 del prodotto Maina). Si tratta di un dolce che effettivamente si allontana parecchio dal disciplinare!

Un altro settore in espansione è quello dei dolci preparati con ingredienti biologici, che però rispettano in toto il disciplinare. Si trovano soprattutto nei negozi specializzati, come NaturaSì, e in alcune catene di supermercati dove è esposto Galup (che propone pure un panettone integrale). Anche in questo caso i prezzi lievitano: fra i 15 e i 25 €/kg, fino ai 35 del panettone bio senza glutine di Fraccaro. Nei supermercati Coop si trova  il Dolce Natale (a forma di panettone basso) marchiato Nàttùra, con ingredienti biologici, 100% vegetali, adatto ai vegani; proposto con uvetta o con gocce di cioccolato, il formato da 500 grammi costa circa 11 €.

milano-veg panettone vegano
Anche le versioni vegane del panettone non rispettano il disciplinare, perché privi di burro e uova

Quella dei panettoni “salutistici” è una nicchia interessante in netta espansione. «La filosofia aziendale privilegia la qualità – dice Andrea Raineri della Vergani – i nostri dolci sono ancora in gran parte lavorati a mano e distribuiti prevalentemente nei nostri punti vendita e in alcuni supermercati nell’area milanese. Abbiamo voluto creare dei prodotti destinati a persone con esigenze particolari proponendo un panettone senza glutine, uno biologico e uno privo di ingredienti di origine animale, a marchio Milano Veg. Siamo all’inizio, e i numeri sono ancora piccoli» I panettoni di Milano Veg nei supermercati Esselunga e Pam di Milano hanno prezzi fra i 15 e i 19 euro al chilo.

Le possibilità sono tante: a noi la scelta!

Valeria Balboni

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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24 Commenti

  1. Questa storia tutta burocratica, che le preparazioni con ricetta differente da quella tradizionale, non si possano chiamare per nome è veramente incomprensibile ed assurda.
    -Se il Panettone ha ingredienti diversi non si chiama più Panettone, ma solo per le etichette, perché chi lo compra e chi lo vende (tutti gli interessati), lo chiama Panettone.
    -Se il Latte è vegetale e non lo ha fatto la vacca, ma è bianco ed ha la stessa identica funzione di quello animale, non è Latte ma Bevanda (ad esclusione di quello di mandorla, chissà per quale recondito motivo), ma tutti lo chiamano Latte in barba ai divieti burocratici.
    -Se il Pane era fatto con farina integrale completa, non si poteva chiamare Pane (per la legge truffa del dopo-guerra), mentre se ha la farina bianca raffinata con l’aggiunta di crusca, diventa Pane di Tipo integrale, ma è Pane. Il pane integrale per chi lo compra e chi lo vende si chiama Pane integrale e basta. L’altro è finto integrale.
    La realtà è molto più veritiera delle astrazioni protettive burocratiche, che proteggono non si sa chi, visto che i consumatori sanno benissimo cosa vogliono e stanno acquistando.
    Che i celiaci, gli intolleranti a qualcosa (latte, burro, glutine, mandorle, uvetta, ecc..), i salutisti, i vegani e chi segue una qualsiasi dieta preventiva o medica, non possa consumare il PANETTONE a Natale, LATTE a colazione e PANE integrale ai pasti, è un vera cattiveria psicologica immotivata ed illegale, visto che i nomi in questione non sono marchi registrati da alcuno e quindi di tutti.
    Cosa diversa è il Panettone/Pandoro Tradizionale Italiano, il Latte Vaccino/Caprino ed il Pane Bianco.

    • Ezio. Se qualcuno ti vende un cappotto di lana senza lana si chiama frode in commercio … 🙂
      Vogliamo parlare di “vino” fatto senza uva ?
      Di olio “extravergine” fatto con olive di facili costumi ?
      Si fanno tante chiacchiere sul “made in Italy” taroccato all’estero e poi il “panettone” senza farina, senza uova, senza latte, senza canditi va bene ?
      Basta chiamarlo “Dolce di Natale” e nessuno si risente.
      Curioso che un prodotto “senza niente” costi poi al kg quanto un “prestigioso” panettone di pasticceria ovvero anche 10 volte piu’ di un prodotto commerciale in offerta (ieri, da Carrefour, “nota marca” a 1,99 al pezzo)

    • Roberto La Pira

      I panettoni sono quasi tutti venduti sottocosto. Il prezzo reale se fosse commercializzato come gli altri prodotti da forno sarebbe di 7-8 euro.

    • Luciano Poletti

      se mi chiamano panettone una schifezza senza zuccheri senza burro senza latte che cavolo di panettone è?
      me lo spiega?

    • MAurizio un cappotto, giacca, o altro capo che sia, si chiama sempre cappotto, giacca, pantalone, ecc.. indipendentemente dal tessuto in cui è realizzato dichiarato in etichetta.
      Non credo che quando vai ad acquistare un cappotto di cotone, chiedi quell’abito più lungo e pesante di una giacca che s’indossa d’inverno per ripararsi dal freddo, ma lo chiami semplicemente Cappotto.
      Perché il nome rappresenta la forma e la funzione, non certo il materiale con cui è realizzato.
      Il vino artificiale chimico è una truffa e basta, indipendentemente dal nome.
      Olio è tutto e la differenza la fa il frutto d’origine aggiunto ed eventualmente il metodo d’estrazione: oliva, girasole, lino, mais, ecc…
      Il Panettone Made in Italy è solo quello TRADIZIONALE, con la ricetta classica prevista e non le varianti recentemente aggiunte: cioccolato, creme, liquori, farine diverse, lieviti, grassi diversi, dolcificanti, ecc…
      Tutti hanno la stessa forma e la funzione è sempre la stessa (un dolce molto lievitato che si mangia a Natale, da tutti, anche dai celiaci, gli intolleranti, i vegani ed altri stili di dieta/vita).
      Poi sul prezzo di vendita del nostro squisito e prestigioso Panettone Tradizionale Italiano, grazie alle catene della GDO e salvo pochissime eccezioni, è svalutato e svenduto a prezzi di realizzo.
      Luciano, un Panettone senza zuccheri non esiste, ma con malto di riso o succo concentrato di mele, agave, ecc… con olio di girasole è semplicemente un panettone Dietetico, non è Tradizionale ma sempre Panettone è per chi lo preferisce così, senza essere necessariamente una schifezza!!
      Esiste anche il Panettone Gastronomico con inserimento di caviale, uova, tonno, salmone, ecc.. ma è Panettone Gastronomico, non è una truffa ed ha la forma/funzione di cibo natalizio e si chiama Panettone.
      In sintesi il mio messaggio è, che viste le moderne varianti gastronomiche sul tema, il nome della forma/funzione rimane la stessa anche se cambia la ricetta e non è necessariamente una truffa al ribasso, ma esigenze dietetiche e gastronomiche.
      Basta identificarle chiaramente nel nome caratterizzante: Tradizionale, Gastronomico, Integrale, Senza Glutine, Senza Lattosio, Senza Zucchero, ecc…

    • Roberto La Pira

      Proviamo a fare lo stesso discorso con altri prodotti IGP o DOP togliendo l’ingrediene princiapale. Pr esempio: Parmigiano Reggiano senza latte vaccino ma con con latte di soia, Mortadella senza carne di maiale macon con idrolizzati di proteine soia

    • Facciamo lo stesso approccio in modo coerente ed uniforme:
      -Formaggio è tutto il Formaggio: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Provolone, ecc.. IGP e DOP identificano tipologia di formaggio e zona di produzione protetta, ma sono tutti Formaggi, compreso il formaggio di soia (tofu) e il nuovissimo formaggio di mandorla.
      -Mortadella è una forma tipica di un salume agglomerato di carni magre e grasse con qualche aggiunta di guarnizione, ma c’è la Mortadella di pollo e di tacchino. Poi recentemente la ricetta tradizionale vede anche aggiunte tecnologiche per meglio stabilizzare e conservare il prodotto, come proteine del latte e della soia, ma sempre Mortadella è, anche se non è di maiale e non è più la ricetta antica tradizionale.
      -Bresaola, idem come sopra ed il fatto che sia realizzata con carni di pollo e tacchino è solo una variabile sul tema.
      -Latte è tutto quello che identifichiamo come un liquido biancastro che consumiamo a colazione, indipendentemente dal contenuto in ricetta di altri ingredienti caratterizzanti, come il cacao o altre amenità interessanti, attraenti ed integrative.
      -Pane è quel lievitato di farine diverse e diversamente lievitate a seconda della quantità o assenza di glutine, ma ha la funzione di accompagnare una pietanza o contenerla, se facciamo panini e tramezzini.
      -Pizza è un disco di pasta lievitata realizzata con farine diverse e diversamente lievitate, farcita in mille modi diversi e sempre Pizza è, ma la Pizza Napoletana è una cosa sola ed ha un’unica ricetta.
      -Panettone per me è un pane alto dolce o salato, con farine ed ingredienti vari in base alle esigenze e richieste dei consumatori. Poi c’è il Panettone Tradizionale Italiano a ricetta unica protetta.
      -Pandoro, Colomba pasquale, Frollini, Taralli, Brioches, Crackers, Grissini, ecc… idem come sopra (taralli tradizionali pugliesi, grissini torinesi, ecc..).
      Tutti alimenti che hanno un nome identificativo di una forma/funzione e non di una ricetta specifica, che sarà esclusiva e caratterizzante solo per alcuni Tradizionali e protetti da IGP e DPO, dove possibile e riconosciuto.

    • Roberto La Pira

      Anche il Pandoro ha una ricetta unica come il Panettone

    • Roberto La Pira

      In Italia il Panettone è una ricetta precisa e protetta da un disciplinae non può essere un generico pane dolce o salato

    • Aggiungo anche l’esempio della Pasta:
      -di forme diverse caratterizzanti (spaghetti, penne, fusilli, ecc…), di e con farine diverse, aggiunte e ricette fantasiose a centinaia, ma sempre di Pasta si tratta, si vende e si acquista.
      Spero di aver chiarito ed applicato per esteso il mio punto di vista.

    • Vi segnalo a titolo di esempio, che in commercio i termini Panettone e Pandoro sono usati per tutte le più fantasiose ricette possibili:
      http://www.eataly.net/it_it/il-natale-buono-di-eataly/panettoni-e-pandori
      C’è il Panettone Pandorato, il Panettone Olio (con olio EVO), il Panettone Integrale, ecc..
      Mentre quello a ricetta tradizionale protetta è denominato CLASSICO.
      Sono tutti fuori legge, oppure il temine generico Panettone/Pandoro identifica solo la forma/funzione e la ricetta è una specificazione?

    • Roberto La Pira

      Nella gran parte dei casi si tratta di denominazioni fuorilegge. Il decreto interministeriale del 2005 ha avuto quale primo obiettivo definire un vero e proprio disciplinare cui la produzione di alimenti designati come ‘panettone’ e ‘pandoro’ deve uniformarsi, per ciò che attiene a ingredienti e processo. Ogni difformità rispetto ai criteri identificati nel decreto, se pure apprezzabile, fa venire meno la legittimità d’impiego dei suddetti nomi che – ai sensi del reg. UE 1169/11 (e già prima, della dir. 2000/13/CE – sono da intendersi quali ‘nome legale del prodotto’

    • Probabilmente la realtà del mercato è cambiata e la sensibilità del marketing aziendale l’ha percepita e si è adeguato alle nuove esigenze: celiaci, intolleranti ed allergici, vegani, macrobiotici e sfiziosi vari.
      Non resta che adeguare la legislazione alla nuova realtà con piccoli ed opportuni aggiustamenti, come motivavo, mantenendo la ricetta originale protetta con la dicitura “TRADIZIONALE/CLASSICO Made in Iltaly” come stanno facendo molti produttori e lasciare libertà all’uso del nome generico Panettone/Pandoro/Colomba, ecc.. alle moltissime varianti in commercio e future.
      Bisogna farsene una ragione, oppure denunciare tutti i produttori che violano lo stagionato decreto del 2005, facendo molto dispiacere a tutti quelli che non possono o non vogliono mangiare la ricetta classica tradizionale Italiana, ma chiedono il Panettone/Pandoro a Natale e la Colomba a Pasqua.

  2. Stefano Bentley

    Scusate , ma non comprendo se alla fine sia o meno legittima l’etichettatura di un PANETTONE SENZA GLUTINE, come nel caso Motta riportato nell’articolo …il disciplinare prevede l’utilizzo di farina di frumento?

  3. Victor Macavero

    Caro Fatto Alimentare (o per chi legge). Per noi allergici alla frutta a guscio, avete per caso rilevato se ce’ un Pandoro che non riporti la dicitura classica “Puo’ contenere tracce di Frutta a guscio” o similari ?
    Vorrei comprarne uno, ma ormai quel “disclaimer” lo portano tutti.

    Grazie.

    Victor

  4. “Panettone e pandoro sono i migliori prodotti da forno della pasticceria industriale italiana, penalizzati da una politica di prezzi sottocosto adottata dai supermercati che ne svilisce l’eccellenza.”

    Ma scusate…chi ha creato tutta questa speculazione se non la gdo insieme alle grandi industrie alimentari?! Chi ha ideato i volantini sottocosto se non la gdo insieme all’industria alimentare?! Chi decide a monte i prezzi d’acquisto se non la gdo insieme all’industria alimentare?! Chi decide gli ingredienti (tramite sondaggi mirati e ricerche d’opinione indotte) se non la gdo insieme all’industria alimentare?! Le due realtà viaggiano di pari passo, e l’una si avvale dell’altra per tutelare i propri interessi! E’ così da quando sono nati i supermercati…quindi di cosa stiamo parlando?! Non è stata fatta nessuna petizione per richiedere il panettone vegano…quindi perchè venderlo?!

  5. Ezio,

    tu scrivi “Panettone per me è un pane alto dolce o salato…” giustamente usi “per me”, perché un’altra persona potrebbe definirlo in un altro modo.

    Definire un prodotto dal punto di vista merceologico è necessario per tutelare i consumatori nei confronti delle frodi e, in ultima analisi, per sapere che cosa acquistiamo.

    Il succo di frutta per esempio è prodotto a partire dai frutti, senza nessuna aggiunta, altrimenti, se aggiungi acqua e/o zuccheri lo chiami nettare, bevanda o con altri temrmini stabiliti per legge. Quando scrivo la lista della spesa scrivo “succo di frutta” e magari penso al nettare di albicocca, quando un’azienda mette in commercio una bevanda a base di frutta deve invece usare il nome corretto. Ai consumatori conviene essere informati su queste “differenze”, per scoprire per esempio che il succo d’arancia è arancia al 100% mentre la bevanda “Arancia rossa” che pare molto simile o addirittura meglio, può contenere anche solo il 20-30 % di succo di arancia.

    Tornando al panettone, possiamo essere d’accordo o meno sulla necessità di tutelare la ricetta, ma visto che la normativa esiste, andrebbe rispettata.

  6. Valeria, le mie ragioni le ho motivate chiaramente distinguendo la ricetta da tutelare dal nome generico che identifica la forma/funzione dell’alimento.
    Il consumatore acquista il Panettone o il Pandoro che più gli piace, o che può consumare, chiamandolo per nome con l’eventuale aggiunta che lo caratterizza.
    Per le normative di legge da rispettare, meglio che rivolgi le tue osservazioni alle aziende produttrici ed ai distributori, perché anche per loro non sembrano molto logiche ne vincolanti quelle vigenti per questi alimenti e quello con la ricetta tradizionale lo chiamano Classico.
    Per i succhi di frutta non è una novità che nonostante si conoscano le differenze, la maggioranza dei consumatori non distingue il Succo dal Nettare.
    Anzi quando chiede un Succo in realtà e da decenni vuole un Nettare dolcificato, perché senza zucchero purtroppo, piace a pochi.
    I consumatori più esigenti, per distinguere bene il succo di frutta lo appellano Succo Puro, terminologia più appropriata e meno generica della terminologia in vigore onestamente poco chiara.
    In sintesi per indicare un Panettone tradizionale italiano, è meglio la denominazione di Classico, al solo appellativo generico, perché da solo, per tutti, comprende tutte le varianti possibili.
    Sarebbe ora di aggiornare le normative alla nuova realtà, con denominazioni più chiare, dirette, logiche ed inclusive, senza escludere per inutile pignoleria milioni di consumatori.

  7. fabrizio_caiofabricius

    Il Gluten-free è soprattutto una furbata commerciale per aumentare i guadagni dell’industria alimentare confidando e sfruttando le antiscientifiche scemenze viralmente incontrollate ma di moda della Rete.

    E così come la salutare ed economica pasta di grano duro , emblema del miglior Made in Italy del mondo e regina dell’agroalimentare che valorizza i territori dell’Italia centro-meridionale si cerca di sostituirla con un misto mais -riso che non potrebbe nEMMENO CHIAMARSI PASTA secondo un’ottima legge del 1961 tra l’altro ad alto indice glicemico ma con prezzo 5 volte superiore, destino analogo e parimenti lucroso è per il panettone.

    Dei 600 000 VERI CELIACI interessa poco (anche perchè spesso rimborsati dalle ASL),
    invece i milioni malati immaginari e in crescita sono un fantastico luccicante nuovo mercato da blandire con pubblicità più o meno occulte.

    D’altronde, me l’ha scritto micuggino su feisbbuk, ” il glutine ffà ‘nsacco male e ffà ingrassà” o NO?

    • Fabrizio,
      io sono una vera celiaca (biopsia duodenale) e tuoi toni sono molto offensivi.
      Di certo ignori il fatto che siamo molti di più in Italia e che il buono dell’ASL non è così cospicuo da permettere di scegliere tutto ciò che si desidera. Quindi alla tua salute io a Natale mi mangerò un panettone senza glutine.

      Buon natale a tutti, ma non a Fabrizio
      Giovanna

    • fabrizio_caiofabricius

      Per Giovanna 18 dicembre

      Mi spiace essere stato frainteso (chi ha coraggio di prendere posizione contro gli striscianti luoghi comuni ne è spesso soggetto, ahimè), ma anch’io ho amici e parenti celiaci e ne condivido le difficoltà specie per i ragazzi che spesso si sentono “diversi” quando escono a cena con gli amici. Ben vengano ovviamente prodotti che possano mitigare questo disagio e condividere insieme le occasioni conviviali come le feste. Ma non è di questo che si parlava.
      I molti celiaci che conosco concordano che questa campagna pubblicitaria martellante non è certo per venire incontro alle loro sacrosante esigenze, ma per “allargare” furbescamente i potenziali clienti a milioni di persone (non ci vuole molto a fare due conti relativi agli investimenti pubblicitari e possibili ritorni economici in termini numerici) per cui il glutine non è certo un veleno insinuandone invece il dubbio e meri scopi commerciali , ma danneggiando sia la loro salute sia l’enorme filiera che parte dal grano e che è alla base della sopravvivenza dell’agricoltura centromeridionale e dell’agroalimentare italiano e relativi milioni di posti di lavoro.

      Fortunamente su questo blog e altrove c’ è chi ha capito cosa veramente intendessi:

      Chiara
      15 dicembre 2016 at 17:19
      Ho un’amica celiaca che prenderebbe volentieri a sberle tutti quelli che mangiano gluten-free senza averne necessità. Lei è contenta di avere le etichette che le segnalano ciò che può mangiare (anche perché NON si tratta solo di ingredienti senza glutine ma anche di preparazioni che si devono assicurare che il glutine non entri nemmeno per sbaglio nel prodotto), ma a quanto pare c’è gente abbastanza stupida da scambiare una etichetta per una cosa buona e salutare, forse perché siamo abituati a segnalazioni fatte in questo modo.
      Probabilmente se iniziassero a venire fuori etichette tipo “contiene mercurio!” sarebbe solo questione di tempo prima di far venire fuori una nuova moda…e tutti a comprare roba col mercurio!

      Francesco, 10 nov:

      …caro Fabrizio, condivido pienamente quanto dici e mi indigno doppiamente come agronomo e padre di un ragazzo celiaco. Sfruttare la vera malattia per cercare di spostare i consumi verso prodotti diversi dal frumento per larga parte della popolazione non celiaca è operazione di basso marketing che stigmatizzo con decisione….

      Un caro augurio anche e soprattutto a Giovanna.

  8. Veramente l’argomento dell’articolo non era la celiachia, ma il nome del dolce natalizio vietato per decreto del 2005 alle varianti fuori ricetta tradizionale.
    Quindi visto che oggi in Italia a chi non può e non vuole mangiare il prodotto classico gli è precluso acquistare il Panettone o Pandoro isolandoli come diversi, si reclama al contrario di poter utilizzare la denominazione generica completata con la ricetta che lo caratterizza. (Panettone classico/tradizionale, Panettone integrale, senza…, con…,)
    In modo inclusivo per tutti, senza condannare alla diversità patologica, dietetica e colpevolmente modaiola, chi sceglie una ricetta adeguata ai suoi desideri/necessità.
    E buon Panettone Pandorato a tutti, nessuno escluso!!

  9. fabrizio_caiofabricius

    Chi condanna o minimizza la “diversità patologica” è chiaramente un essere socialmente spregevole, e immagino che non le sia neanche venuto in mente di riferirsi a quanto ho scritto.

    Il metodo Boffo lasciamolo comunque ai protagonisti della triste contesa politico-giornalistica.

    Il panettone, come tanti altri prodotti dell’agro-alimentare trae origine dalla larga diffusione del frumento da tempi storici e preistorici nel Bacino del Mediterraneo e per contagio culturale oggi in gran parte del mondo occidentale con espansione crescente anche nel resto del Mondo.

    Trovare ingredienti alternativi che permettano un consumo dei prodotti della tradizione storico-culturale anche a chi soffre VERAMENTE di celiachia è una gran bella conquista di cui non si può che essere soddisfatti.

    Ma è fin troppo evidente l’atteggiamento furbesco e opaco di far credere che il glutine (proteina di riserva che esiste sin dai tempi delle brave trisavole del 9000 a.C. che addomesticarono il primo farro monococco) sia in fondo un veleno per tutti (forse eh, per carità! Ma nel dubbio, mah! si dice, l’ho leggiucchiato sul web) e quindi , ma sì, invece della pasta di ottimo grano duro a 1.50 €/kg diamo retta allo spaventapasseri che con costosissima pubbicità martellante ci suggerisce che il grano è “male” e va sostituito DA TUTTI con una miscela di riso e mais ad alto indice glicemico, carica di fumonisine e ad un prezzo quintuplicato E CHE NEMMENO DOVREBBE CHIAMARSI PASTA SECONDO UNA CHIARA E PREZIOSA LEGGE DEL 1961 che tutela l’eccellenza italiana dell’uso esclusivo del grano duro (pregherei questa testata di approfondire). E riempiamo gli scaffali della GDO di improbabili prodotti taumaturgici FREE-FROM rigorosamente vicino agli scaffali bio…più d’uno abboccherà.

    E direi neanche di nominare la nobilissima parola di Libertà (di scelta??!!) , che in queste manovre di marketing è volerla veramente svilire.

    Per finire: quest’anno la FAO lo ha dedicato alle Leguminose, preziosi alleati dell’uomo da tempi lontanissimi nell’alimentazione insieme ai creali e nella fertilità dei terreni. Fortunatamente non ho trovato ancora nessun santone internazionale che voglia demolire a fini di lucro questa fondamentale alleanza. Eppure se il glutine è diventato uno spauracchio per far cassa figuriamoci cosa si potrebbe dire dei conclamati fattori antinutrizionali e VERAMENTE tossici di molte leguminose (favismo, latirismo…)