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Acqua: un bene prezioso sempre più a rischio. Le regole da seguire per ridurre la propria impronta idrica

L’acqua, o meglio la scarsità di questo indispensabile elemento naturale, trova sempre più spazio nel dibattito economico e politico, come dimostra il 6° Forum mondiale dell’acqua tenuto a Marsiglia, dove hanno partecipato i rappresentanti di 150 Paesi.

 

Che si tratti di un bene sempre più prezioso ormai lo sanno tutti, anche perché l’acqua dolce rappresenta solo il 2% di quella a disposizione sul pianeta. Ma capire come viene utilizzata questa risorsa non è facile. Per questo è stato ideato un indicatore che contabilizza il consumo idrico riferito sia all’acqua che esce dai rubinetti e che utilizziamo tutti i giorni sia quella destinata alla produzione di alimenti e prodotti.

 

Questo indicatore si chiama “water footprint” (impronta dell’acqua) e serve per calcolare il volume annuo di acqua dolce utilizzata per produrre beni e servizi. Il calcolo può essere riferito alla persona singola, oppure a una comunità o a un’impresa. Si tratta di un metodo che valuta il livello di sostenibilità delle nostre abitudini e soprattutto dei nostri acquisti.

 

Questo concetto è stato creato nel 2002 da Arjen Hoekstra, esperto di Water Management all’università di Twente, nei Paesi Bassi. In un suo recente studio, il professore fissa l’impronta ecologica pro capite media a 1.385 metri cubi (*) l’anno. Un dato che tuttavia presenta variabili molto ampie, perchè i valori di un cittadino italiano o statunitense risultano essere quasi il doppio (rispettivamente 2.332 e 2.842).

 

Cosa incide sul consumo, reale e virtuale, di acqua? Tra i fattori che determinano la sostenibilità delle nostre abitudini, gioca un ruolo fondamentale l’approvvigionamento alimentare. A livello globale, il settore dell’agricoltura richiede infatti il 70% di tutta l’acqua utilizzata dalle diverse attività dell’uomo.

 

Partendo da questo elemento le scelte alimentari diventano un fattore decisivo. L’impronta idrica di un vegetariano corrisponde a 1.500/2.600 litri, contro i 3.000/5.000 litri di una persona con un’alimentazione a base di carne. Il motivo di questa disparità è che la filiera della carne e dei derivati richiede una quantità maggiore di acqua, soprattutto per produrre foraggio. È quindi molto più vantaggioso, dal punto di vista delle risorse idriche ottenere calorie, proteine e grassi direttamente dai vegetali.

 

Ma ogni alimento richiede una diversa quantità di acqua per la sua produzione. Il Barilla Center for Food & Nutrition, ha elaborato una doppia piramide: Alimentare – Ambientale; che mette in relazione l’aspetto nutrizionale con l’impatto ambientale, e ribadisce la grande quanità di acqua necessaria a realizzare alimenti di origine animale.

 

 

Per aiutare i consumatori a ridurre l’impronta idrica, alcune organizzazioni hanno messo a disposizione sui siti internet dei calcolatori in grado di valutare i consumi alimentari (e non solo) e di migliorarli. La più nota è la piattaforma Water Footprint network che dispone di due calcolatori, uno veloce, e uno approfondito che analizza i numerosi aspetti della quotidianità. Sul sito del Wwf si trova una versione animata, più semplice da utilizzare e in chiave “nostrana”, in cui sono inseriti cibi tipici della cucina italiana, come pizza, pasta, formaggio Parmigiano e mozzarella.

 

L’organizzazione fornisce anche una lista con 10 suggerimenti per un’alimentazione “eco”, a minore impatto ambientale:

1. Acquista prodotti locali

2. Scegli frutta e insalata “di stagione”

3. Riduci il consumo di carne

4. Evita il pesce appartenente a specie sovrasfruttate

5. Privilegia i prodotti biologici

6. Riduci gli sprechi

7. Acquista prodotti con poco imballaggio

8. Riduci il consumi di cibi eccessivamente elaborati

9. Bevi acqua del rubinetto

10. Evita gli sprechi anche ai fornelli

 

Nella tabella proponiamo l’impronta idrica degli alimenti più diffusi sulle tavole degli italiani calcolata con il sistema del Wwf.

 

(*) Un metro cubo equivale a mille litri di acqua.

 

Valeria Nardi

Foto: Photos.com

 

Prodotto

Impronta idrica:

litri di acqua consumati

 Carne bovina 1Kg

15.503 

 Olio di oliva 1 litro 13.353 

 Burro 1Kg

5.553 

 Carne di maiale 1Kg

4.803 

 Caffè 1Kg 4.738 
 Olio di semi 1 litro 4.234 

 Legumi 1Kg

4.057 

 Carne di pollo/tacchino 1Kg

3.903 

 Riso 1Kg

3.440 

 Pasta 1Kg

1.926 

 Ciliegie 1Kg

1.602 

 Zucchero 1Kg 1.520 

 Pane 1Kg

1.390 

 Yogurt 1Kg

1.264 

 Uova 6 unità

1.251 

 Latte 1 litro

1.033 

 Vino 1 litro

852 

 Mele 1Kg

702 

 Limoni 1Kg

644 

 Uva  1Kg

508 

 Ortaggi congelati 1Kg

324 

 Birra nazionale 1 litro

317 

 Patate 1Kg

289 

 Arance 1Kg

282 

 Merendine 1Kg

279 

 Insalata 1Kg

239 

 Pomodori freschi 1Kg

202 

 Carote 1Kg

197 

 Shopper 1 unità

27 

 Acqua 1 litro


 

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2 Commenti

  1. Un sistema del 2002 che non tiene conto del progredire delle tecniche d’irrigazione. L’uso dell’acqua è stato notevolmente ridotto e le tabelle sopra riportate sono assolutamente improponibili ormai.
    Che tra i dieci consigli da seguire ci sia quello di consumare prodotti biologici la dice lunga sullo schieramento di chi l’ha scritta. Come se le tecniche di produzione bio della carne utilizzasse meno acqua delle altre!!
    Ad ogni modo l’acqua è un ciclo..

  2. Il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall’agricoltura (i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d’allevamento). Quasi la metà dell’acqua consumata negli Stati Uniti è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame.

    Gli allevamenti consumano una quantità d’acqua molto maggiore di quella necessaria per coltivare soia, cereali, o verdure per il consumo diretto umano.

    Dobbiamo sommare, infatti, l’acqua impiegata nelle coltivazioni, che avvengono in gran parte su terre irrigate, l’acqua necessaria ad abbeverare gli animali e l’acqua per pulire le stalle.

    Una vacca da latte beve 200 litri di acqua al giorno, 50 litri un bovino o un cavallo, 20 litri un maiale e circa 10 una pecora.

    L’acqua richiesta per produrre vari tipi di cibo vegetale e foraggio varia dai 500 ai 2000 litri per chilo di raccolto prodotto. Il bestiame utilizza in modo diretto solo l’1,3% dell’acqua usata in totale in agricoltura; tuttavia, se si prende in considerazione anche l’acqua richiesta per la coltivazione dei cereali e del foraggio per uso animale, la quantità d’acqua richiesta è enormemente più elevata.

    Il settimanale Newsweek ha calcolato che per produrre soli cinque chili di carne bovina serve tanta acqua quanta ne consuma una famiglia media in un anno. Cinque kg di carne non bastano a coprire il consumo di una settimana, per la stessa famiglia!

    Facendo un calcolo basato sulla quantità di proteine prodotte si ottiene un rapporto molto sbilanciato a sfavore degli allevamenti: per un chilo di proteine animali occorre un volume d’acqua 15 volte maggiore di quello necessario alla produzione della stessa quantità di proteine vegetali.

    In organizzazioni come l’OMS e la FAO, aumenta sempre di più la preoccupazione per l’impatto dell’allevamento industriale sull’utilizzo delle terre coltivabili e conseguentemente sulla possibilità o meno di nutrire il mondo in modo efficiente.

    Esse affermano: "L’aumento del consumo di prodotti animali in paesi come il Brasile e la Cina (anche se tali consumi sono ancora ben al di sotto dei livelli del Nord America e della maggior parte degli altri paesi industrializzati) ha anche considerevoli ripercussioni ambientali. Il numero di persone nutrite in un anno per ettaro varia da 22 per le patate, a 19 per il riso fino a solo 1 e 2 persone rispettivamente per il manzo e l’agnello. Allo stesso modo, la richiesta d’acqua diventerà probabilmente uno dei maggiori problemi di questo secolo. Anche in questo caso, i prodotti animali usano una quantità molto maggiore di questa risorsa rispetto ai vegetali." (Fonte: WHO/FAO, Diet, nutrition, and the prevention of chronic disease. Report of the Joint WHO/FAO expert consultation, 26 April 2002)

    Il direttore esecutivo dell’International Water Institute di Stoccolma, ha dichiarato "Gli animali vengono nutriti a cereali, e anche quelli allevati a pascolo richiedono molta più acqua rispetto alla produzione diretta di grano per il consumo umano. Ma nei paesi sviluppati, e in parte in quelli in via di sviluppo, i consumatori richiedono ancora più carne […]. Ma sarà quasi impossibile nutrire le future generazioni con una dieta sul genere di quella che oggi seguiamo in Europa occidentale e nel Nord America".

    Aggiunge inoltre che i paesi ricchi saranno in grado di aggirare il problema importando acqua virtuale, il che significa importare cibo (mangime per animali o carne) da altri paesi, anche da quelli che non hanno abbastanza acqua. (Fonte: Alex Kirby, "Hungry world ‘must eat less meat’", BBC News Online, August 15 2004)