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Zuccheri alla sbarra: OMS, esperti di nutrizione e ora anche la FDA chiedono di ridurre la quantità nella dieta degli statunitensi

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Anche la FDA ha chiesto una riduzione nel consumo di zucchero

Gli esperti di nutrizione e salute lo chiedono da anni, e ora anche  la Food and Drug Administration ci mette il suo sigillo: gli statunitensi devono assumere meno zuccheri e in quantità tale da non superare il 10% delle calorie giornaliere. In altre parole, dopo i tre anni di età, una quantità pari a circa 50 grammi, o 12,5 cucchiaini o, ancora, una lattina di cola al giorno. Per i bambini con meno di tre anni, invece, la quantità consigliata è 25 grammi al giorno (6 cucchiaini).

Sull’argomento, l’OMS è ancora più restrittiva rispetto alla FDA: pur concordando sul 10% (ed escludendo dal conteggio gli zuccheri naturali contenuti nella frutta, nella verdura e nel latte), incita tutti a scendere al 5%. L’American Heart Association fissa in 100 calorie (6 cucchiaini) e 150 calorie al giorno (nove cucchiaini) le quantità consigliate, rispettivamente, a donne e uomini. Secondo i National Health and Nutrition Examination Surveys, le raccolte dati sullo stile di vita, circa la metà delle calorie provenienti da zuccheri aggiunti, negli Stati Uniti, deriva da bevande dolci, includendo anche i tè, il caffè nelle sue più diverse declinazioni, il latte con aggiunte varie, gli energy drink e i succhi di frutta. Gli statunitensi prendono dagli zuccheri aggiunti circa il 13,5% delle loro calorie giornaliere, con grandi differenze a seconda dell’età e della condizione sociale ed etnica. Ma – hanno ricordato gli esperti sul New York Times – rinunciare alle bevande zuccherate, probabilmente, non basta, perché gli edulcoranti ad alto contenuto calorico quali lo sciroppo di mais, il fruttosio, il miele, sono ovunque, non solo nei soft drinks e non solo nei cibi più scontati quali i dolci. Li si trova nei condimenti, nelle salse, nelle minestre, in molti piatti pronti, in numerosi alimenti in scatola, nei prodotti da forno salati e così via.

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Lo zucchero è presente naturalmente in succhi, yogurt e frutta

Secondo i Centers for Diseases Control, coloro che assumono in misura maggiore zuccheri sono gli afroamericani, i più poveri e i più giovani: i bambini e gli adolescenti si attestano sul 16% delle calorie giornaliere, mentre i giovani di età compresa tra 20 e 30 arrivano al 14%. La FDA, per aiutare i consumatori a non superare le nuove soglie, ha annunciato di avere in programma anche una modifica delle etichette, che oggi riportano soltanto la quantità di zuccheri totali non distinguendo tra quelli naturalmente presenti negli alimenti e quelli aggiunti. Secondo gli esperti del Center for Food Safety and Applied Nutrition della stessa agenzia, il provvedimento potrebbe essere molto utile, come dimostrano casi come quello dello yogurt alla frutta, che può contenere grandi quantità di zuccheri, ma quasi nessuno di questi aggiunto.

Naturalmente diversi esponenti delle aziende alimentari e di enti quali l’International Food Information Council (che riceve ingenti finanziamenti dalle stesse, comprese Coca-Cola e Pepsi) hanno ribattuto che la doppia dicitura porterebbe solo a un risultato: la confusione, e hanno ricordato che in alcuni studi è emerso che di solito si tende a sovrastimare la quantità di zuccheri presenti in un alimento dove sia scritto “contiene zuccheri aggiunti”, a comprarlo di meno, e ricordano che dal punto di vista metabolico, l’organismo non distingue tra zuccheri aggiunti e non, e che quindi la distinzione sarebbe inutile.

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Una proposta? Indicare in etichetta gli zuccheri distinguendoli tra aggiunti e naturali

I nutrizionisti hanno invece sottolineato che, anche se ciò che conta per il peso è l’ammontare totale delle calorie, non importa assunte come, in realtà prenderle da una bibita gasata o da un frutto non è la stessa cosa. Le prime infatti vengono definite vuote, perché non apportano alcun nutriente benefico, né danno quel senso di sazietà che permette di non esagerare, mentre le seconde apportano vitamine, sali minerali, fibre, calcio e così via. Non solo. Secondo diversi esperti, il cervello non reagisce allo stesso modo alle calorie vuote e a quelle piene e molti dati emersi negli ultimi anni confermano che i danni ci sono a prescindere dal peso, e che chi assume il 25% delle calorie giornaliere dagli zuccheri ha un rischio di morire per una malattia cardiovascolare triplo rispetto a chi si ferma al 10%.

Infine, una critica meno scontata: molti degli alimenti introdotti a partire dagli anni settanta per ridurre l’apporto di grassi, e per aumentare quello di fibre, sono addizionati di zuccheri, per renderli più appetibili (si pensi, per esempio, a molti cibi integrali). Come andrebbero i consumi di questi alimenti privati degli zuccheri? La questione non è di poco conto, e fa emergere il limite principale di tutta la materia: concentrarsi su una sola categoria di nutrienti è un approccio probabilmente non corretto, perché i benefici di un provvedimento possono essere controbilanciati da effetti collaterali imprevisti e squilibri su altre classi di alimenti. L’unica soluzione è avere un approccio globale all’alimentazione e allo stile di vita.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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