Il primo focolaio di Xylella fastidiosa pauca in Calabria riaccende l’allarme sulla diffusione del batterio che in Puglia ha già devastato milioni di ulivi.
È notizia di qualche settimana fa l’arrivo di Xylella in Calabria. Il primo focolaio di Xylella fastidiosa sottospecie pauca è stato accertato nel territorio di Taurianova in Provincia di Reggio Calabria, con positività riscontrata su sette piante di ulivo. Attraverso il Decreto n. 14746, la Regione ha istituito l’area delimitata, comprendente la zona infetta – che coincide con la zona di 50 metri attorno alla pianta infetta – e la relativa zona cuscinetto – corrispondente a 2,5 km dall’area infetta e che interessa anche porzioni dei territori di Cittanova e Terranova in Provincia di Reggio Calabria.
Con l’obiettivo di impedire la diffusione del batterio, la Regione Calabria ha dichiarato l’adozione del Piano d’Azione per l’eradicazione del focolaio, che disciplina le misure di eradicazione, monitoraggio e controllo dei vettori. Alberto Grimelli, agronomo e giornalista nonché direttore di Teatro Naturale, ha dichiarato a Il Fatto Alimentare che il fatto che Xylella abbia raggiunto la Calabria, sebbene non sia sorprendente, è allarmante poiché significa che in qualche modo il batterio si può diffondere a centinaia di chilometri di distanza dalle aree di contenimento. “Bisogna capire come Xylella sia arrivata, – rivela Grimelli. – Per ora si pensa che probabilmente il focolaio sia partito da un ulivo di un giardino. Il punto è: da dove arriva quella pianta?”.

Che cos’è Xylella
Xylella fastidiosa è un batterio fitopatogeno responsabile di gravi danni a colture fondamentali mediterranee come gli ulivi, i mandorli, le viti e gli agrumi. Come si legge nel rapporto dell’EFSA – l’Autorità europea per la sicurezza ambientale –, il batterio è stato identificato come uno dei principali candidati tra i parassiti da quarantena prioritari dell’Unione Europea, con conseguenze economiche e ambientali potenzialmente devastanti. Una delle caratteristiche più insidiose è la sua capacità di diffondersi rapidamente attraverso insetti vettori, come la sputacchina media (Philaenus spumarius), particolarmente attiva nei climi mediterranei.
Secondo gli esperti dell’EFSA, la velocità di diffusione del batterio varia tra gli 0,1 e gli 8 km all’anno, a seconda della densità degli insetti vettori e delle condizioni climatiche locali. Il periodo di latenza della malattia, cioè il tempo che intercorre tra l’infezione e la manifestazione dei sintomi, può durare da due a otto anni, rendendo molto difficile il contenimento della malattia. C’è un altro aspetto che rende il batterio particolarmente allarmante: la sua facilità di mutare geneticamente. Finora sono conosciute cinque sottospecie: fastidiosa, morus, multiplex, pauca e sandyi.
Ma cosa succede quando Xylella infetta un albero? Il batterio colonizza lo xilema, il sistema di vasi all’interno del tronco con cui le piante trasportano i nutrienti verso la chioma. Un muco gelatinoso prodotto dal batterio intasa questi vasi, impedendo l’arrivo di acqua e sali minerali verso le foglie. Nel momento in cui le foglie si seccano, si arresta la fotosintesi: a questo punto la pianta non produce più i composti organici di cui ha bisogno e di conseguenza appassisce.

Xylella fastidiosa pauca: il caso del Salento
In Puglia la Xylella fastidiosa è probabilmente arrivata nel 2008, ma le autorità ne hanno riconosciuto ufficialmente la presenza solo nel 2013. A oggi si stima che abbia portato al diseccamento di oltre 21 milioni di ulivi e che abbia infettato oltre 8.000 km2 di territorio: il 40% dell’intera superficie regionale. Nel libro La morte dei giganti, Stefano Martella spiega come secondo i ricercatori il batterio sia arrivato in Salento attraverso una pianta di caffè proveniente dal Costarica, Paese che ogni anno esporta verso l’Europa decine di milioni di piante, principalmente a scopo ornamentale. Molto probabilmente il batterio, dopo aver superato l’Oceano Atlantico, è arrivato tramite la pianta di caffè fino al mercato florovivaistico di Taviano, un paese a pochi chilometri da Gallipoli, l’epicentro dell’epidemia.
Secondo Grimelli all’epoca in Puglia non si fece abbastanza. “Nel 2013, 2014, 2015, si sarebbe dovuto procedere ad abbattimenti più intensivi e più immediati in modo da confinare la malattia, – spiega a Il Fatto Alimentare. – Inoltre Xylella, essendo un batterio, è sensibile agli antibiotici. Si sarebbe dunque potuto estendere l’uso di determinati antibiotici su un territorio confinato. Ciò avrebbe però significato la sospensione della produzione di tutti i frutti della terra per un determinato periodo di tempo in modo da evitare fenomeni di antibiotico resistenza. Teoricamente quest’approccio, a fronte di adeguati indennizzi, sarebbe stato possibile, ma venne valutato impraticabile poiché l’area soggetta a Xyella era troppo estesa.” A oggi lo stato dell’arte indica un effettivo rallentamento dell’epidemia: i chilometri che Xylella percorre sono inferiori, ma è importante sottolineare che la progressione si è solo rallentata, non si è fermata.
Non tutte le cultivar sono uguali
La sottospecie che ha colpito sia la Puglia sia la Calabria è la pauca, conosciuta come batterio killer degli ulivi. In Salento, dove Xylella fastidiosa pauca ha colpito duramente, sono particolarmente diffuse due cultivar di ulivo: l’Ogliara salentina e la Cellina di Nardò. Entrambe le varietà sono molto suscettibili al batterio. Sebbene non ci siano cultivar immuni a Xylella, ne esistono alcune resistenti come la Favolosa e Leccino. Entrambe riescono a trovare una forma di equilibrio con il batterio. Il fatto che siano state individuate delle piante capaci di convivere con Xylella non esclude però il problema di come affrontare la malattia. Ricorda infatti Grimelli che Xylella si trova oramai alle porte di Bari, l’area più produttiva d’Italia per quanto riguarda l’olio d’oliva con una superficie produttiva di 98.900 ettari. Ciò significa che se il batterio dovesse colpire questa zona, metterebbe a rischio l’intera produzione di olio d’oliva italiano.
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