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Stop a wet market e carne di animali selvatici: al lavoro una commissione per un accordo globale. Ma è la strada giusta?

Fin dalle prime settimane di pandemia, uno degli obiettivi indicati più volte dalle autorità sanitarie di diversi paesi e da organismi internazionali per prevenire nuove epidemie è l’abolizione o la regolamentazione della vendita di carni di animali selvatici, così come quella dei mercati in cui si attua la macellazione dal vivo, i cosiddetti wet market, sospettati di essere l’origine della pandemia di coronavirus. Da allora, in realtà, non è successo molto, ma nei prossimi mesi ci potrebbero essere novità. Come rivela un’esclusiva della Reuters, una commissione, voluta dall’Unione europea, sta lavorando sul tema, con lo scopo di giungere a un trattato globale da sottoscrivere nel 2024, e la speranza di arrivare a un accordo preliminare entro il prossimo agosto.

Due i pilastri sui quali si dovrebbe appoggiare: la progressiva chiusura o comunque la forte regolamentazione dei wet market e l’obbligo di segnalare qualunque virus potenzialmente pericoloso, con incentivi per i paesi che lo rispettano. Quest’ultimo aspetto, in tutta evidenza, tiene conto di quanto successo con il Sudafrica, immediatamente ‘punito’ per aver segnalato la presenza della variante Omicron di Sars-CoV-2 con limitazioni ai voli e altre misure restrittive: un precedente che – questo il timore – potrebbe spingere altri paesi a non comunicare eventuali virus o varianti emergenti. Per questo ora si sta ragionando su misure quali l’accesso preferenziale e immediato a farmaci, vaccini e materiali sanitari per paesi a basso reddito che denuncino la presenza di microrganismi pericolosi. La discussione è presieduta da: Egitto, Giappone, Tailandia, Sudafrica, Brasile e, in rappresentanza dell’Europa, Paesi Bassi. Tuttavia, mentre l’Unione Europea preme per un accordo globale vincolante, il paese sudamericano, che rappresenta il continente americano (del nord e del sud), è contrario a impegni di questo tipo.

Una commissione è al lavoro per giungere a un trattato globale per vietare o regolamentare i wet market

Questa operazione parte da un’idea di fondo: quella di modificare abitudini molto radicate, a volte millenarie, ma oggi considerate pericolose. Quasi in un dialogo a distanza, un articolo degli antropologi ed ecologi sociali dell’Università di Yale, pubblicato su Environmental Research Letters, invita a considerare tutta la questione della cosiddetta bushmeat, la carne di animali selvatici venduta nei wet market e non solo, in modo molto più aperto, tenendo conto del punto di vista dei milioni di persone che dovrebbero affrontare cambiamenti molto rilevanti. In particolare, gli autori si focalizzano su tre parametri che, a loro giudizio, dovrebbero essere tenuti in considerazione: il punto di vista locale rispetto a quello globale; le preferenze e le pratiche alimentari del mondo occidentale rispetto a quelle di altri paesi; il ruolo dei cacciatori rurali rispetto a quello dei consumatori urbani.

In generale, le esigenze delle popolazioni interessate dalle misure ipotizzate dagli esperti occidentali sembrano non ricevere il giusto peso nella discussione, anche se le conseguenze economiche e sociali ricadrebbero su di loro. Dal punto di vista sanitario, fanno notare inoltre, oggi si chiedono grandi interventi, in nome di una ‘salute globale’, a popoli che per decenni o secoli sono stati vittime di gravi malattie quasi del tutto ignorate dai paesi più ricchi. Inoltre, bisognerebbe usare più cautela quando si parla di progresso e di abitudini da cambiare, evitando di denigrare o sminuire culture consolidate e a volte millenarie, perché questi concetti non hanno lo stesso significato a tutte le latitudini, e spingere i paesi più poveri verso modelli occidentali non necessariamente è la scelta migliore.

Chinese typical fish and living animals market
Le discussioni sui wet market e la carne di animali selvatici spesso non tengono conto delle abitudini e delle culture dei paesi interessati

Chi decide quale tipo di alimento è adeguato per una certa popolazione o quale tipo di produzione è accettabile? Chi decide quali sono le pratiche di conservazione e sviluppo giuste? Si chiedono gli autori, sottolineando come i gusti e le abitudini, nel mondo, siano estremamente vari, come alimenti considerati prelibatezze in certi paesi siano ignorati o considerati disgustosi e repellenti in altri, e come un’idea moderna di difesa dell’ambiente e della salute non possa più essere solo declinata secondo i canoni occidentali. Imporre limitazioni e regole da lontano potrebbe inoltre avere effetti contrari a quelli ipotizzati, con la perdita di biodiversità e di equilibri che, nei singoli contesti, reggono. Infine, gli autori fanno notare come i confini siano ormai labili ovunque, e come la distinzione tra zone rurali e zone urbane sia ambigua, grazie alla crescita delle infrastrutture e agli stessi abitanti delle città che alimentano la domanda di selvaggina e a tenere viva l’idea che ciò che arriva dalla campagna sia naturale e sano.

La situazione è insomma molto più articolata di come a volte la si dipinge, e per contenere il rischio di nuove pandemie bisogna intervenire, certamente, ma con saggezza e rispetto, coinvolgendo le popolazioni interessate e tenendo presente la complessità estrema del tema.

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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6 Commenti

  1. Qualsiasi” tradizione barbarica”,che non ha mai rispettato ne’ regole,ne’ salute pubblica ,ne’ rispetto per gli animali ,e che puo’ mettere nuovamente in serio pericolo l’intero mondo globale ,non va mai regolamentata ,ma abolita. Altrimenti non si e’ compreso nulla.

    • Barbaro è coltivare soia in sud America, inscatolarla, infilarla in un container, spedirlo in Europa.
      Usare petrolio, gas, industria chimica, mineraria, creare una quantità enorme di gas serra, reflui inquinanti per farci dei bei hamburger vegani impacchettando dei piccoli bocconi in altrettanta plastica.
      Ma tanto è “riciclabile”(usando petrolio, gas, l’industria chimica. mineraria, trasporti, reflui inquinanti) facendone un bel golfino di PILE che ogni giorno sparge fibre non biodegradabili nell’ambiente, nell’acqua, nell’aria, e spacciare tutto questo per etico e sostenibile.
      L’unica proteina rinnovabile disponibile in qualsiasi periodo dell’anno a tutte le latitudini del mondo, senza che l’uomo faccia nemmeno una pernacchia è la proteina animale.
      La pratica dell’uso ESCLUSIVAMENTE locale di risorse rinnovabili senza industria va INCENTIVATA. Va Abolito tutto il resto!!!!

  2. Ho apprezzato molto la tessitura dell’articolo nel trattare un tema sensibile e importante, da affrontare certamente ma con gli occhi ben aperti e anche muniti di un certo spirito di autocritica.
    Calare le cose dall’alto è un vizio molto di moda da vecchi colonialisti incalliti, si dice ” fate ( anzi facciamo ) quello che vi pare con gli animali ma almeno disinfettate prima durante e dopo, la nostra è cultura sacra la vostra è barbarie nefasta.
    Ma siamo sicuri, con tutto quello che facciamo noi agli animali, di avere titolo per far prevalere le nostre usanze?
    O pensiamo che le nostre operazioni- nel rispetto del benessere animale e della salute umana- vengono fatte in luoghi chiusi e nascosti sono cose buone e giuste? trascorrete qualche ora in un macello, che siano polli maiali bovini è uguale, e poi raccontate quello che avete visto.
    E siamo sicuri che creare ambienti asettici e disinfettare ossessivamente tutto, usare antibiotici massicciamente in ogni dove sia stata una buona mossa?
    Facciamo pure la morale ai barbari incivili ma in argomento ” salute umana ” i nostri comportamenti con gli animali sono alquanto difettosi e ipocriti, a mio parere.

    • Parole sagge, noi occidentali stiamo creando i superbatteri tramite una serie di comportamenti tanto sciocchi quanto inutili dopo un lavaggio del cervello da parte delle pubblicità che ci vorrebbero disinfettare tutto dal bucato, al piano cucina, ai giochi dei bambini, al pavimento.

  3. La Cina si sta nuovamente chiudendo al mondo perche il Covid è risalito di botto in pochissimi giorni. Vietare per sempre i wet market è una necessità ,. Sono veicolo di infezioni virali….

  4. I superbatteri che Mario decanta con ragionamenti e parole poco saggie nascono dall’uso smodato che la gente fa degli antibiotici ,sopratutto gli italiani..E quanti se ne danno negli allevamenti intensivi per sopperire ad eventuali o potenziali infezioni.