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Vitamina D: secondo il Bfr è inutile l’integrazione ad alti dosaggi per un ruolo anti Covid

Forse anche in risposta alle notizie che si sono diffuse negli ultimi mesi in merito a un ipotetico ruolo anti Covid, l’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio, il BfR, ha pubblicato un documento sulle quantità necessarie e sufficienti di vitamina D da assumere ogni giorno per mantenersi in salute, sulle vie attraverso le quali farlo e sul ruolo che possono avere i supplementi con dosaggi alti, che sono, come recita il titolo, non necessari. Anzi, possono essere dannosi.

In particolare, gli esperti tedeschi si sono concentrati sui supplementi che contengono 50 o 100 microgrammi del precursore, il colecalciferolo, ricordando che l’EFSA ha definito la soglia massima, chiamata UL (da Upper intake Level), in 100 microgrammi giornalieri, comprensivi di tutte le possibili fonti, e che quindi è necessario stare attenti a non eccedere, quando si assume un supplemento che lo contiene.

vitamina D
È impossibile che il corpo produca troppa vitamina D

La vitamina D si forma nella pelle per esposizione alla luce del sole, e viene assunta solo in misura marginale con la dieta. È di fatto impossibile che il corpo ne produca troppa, e anche con gli alimenti normali, ai quali non sia stata aggiunta, è oltremodo raro che si giunga a un sovradosaggio. In genere, anche se non ci si espone al sole, si ritiene che l’assunzione di 20 microgrammi al giorno, sufficiente a garantire più del 97% del fabbisogno, si possa ottenere con una dieta equilibrata.

Ma con i supplementi la faccenda cambia anche perché, appunto, il colecalciferolo esogeno si somma a quello prodotto dall’organismo e a quello introdotto con gli alimenti. Ciò spiega perché, anche in base agli ultimi studi, non sia ritenuto necessario assumerli, soprattutto su base giornaliera e per lunghi periodi. Un consumo occasionale, invece, non è ritenuto pericoloso.

Il BfR ricorda i rischi che si corrono con un eccesso di vitamina D: si va dalla debolezza muscolare e dalla stanchezza al vomito e alla stitichezza, ma nei casi più gravi si possono avere aritmie e calcificazione dei vasi sanguigni, così come calcoli renali fino alla perdita della funzionalità renale in toto.

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La vitamina D si forma nella pelle per esposizione alla luce del sole, e viene assunta solo in misura marginale con la dieta

Solo chi è in condizioni di accertata carenza, in situazioni mediche specifiche, o ha fattori di rischio noti, conclude il BfR, può avere un motivo valido per assumere un supplemento a dosaggio elevato, e nel caso deve farlo solo su consiglio medico, proprio perché i dosaggi sufficienti sono molto bassi, ed è facile sbagliare.

In questi stessi giorni i ricercatori della Queen Mary University di Londra hanno annunciato l’avvio di una sperimentazione clinica estesa, su 5.000 persone sane, con alte dosi di vitamina D assunte per sei mesi a scopo preventivo verso il Sars-CoV-2 e le altre infezioni respiratorie. L’idea è che ci possa essere un effetto protettivo perché molti inglesi (2 su 5) in inverno si trovano normalmente in stato di carenza, anche se non lo sanno, e riportare i valori a quote normale significherebbe rafforzare le difese contro i virus. Il Governo già raccomanda l’assunzione di 10 microgrammi al giorno nei mesi nei quali non ci si espone al sole, e di recente ha invitato a prolungare l’assunzione per tutto l’anno, viste le permanenze in casa obbligate, date dai lockdown.

Ma ora si vuole fare un passo ulteriore. I partecipanti determineranno i propri valori di vitamina D a casa, con una specie di prick test, e poi riceveranno una dose personalizzata che va dai 20 agli 80 microgrammi al giorno. Va però ricordato che altri studi condotti in questi mesi basati sulla stessa ipotesi non hanno approdato a nulla. Non solo. Nello scorso mese di maggio ricercatori di Gran Bretagna, Unione Europea e Stati Uniti hanno pubblicato, sul British Medical Journal Nutrition, Prevention and Health, un documento congiunto contro la supplementazione ad alte dosi in funzione anti Covid, proprio per i rischi associati, e per la infondatezza del presupposto scientifico. Solo i medici inglesi, come hanno fatto anche quelli irlandesi e quelli di altri paesi del Nord Europa, continuano a mantenere la raccomandazione per i bassi dosaggi (10 microgrammi, pari a 400 Unità Internazionali) e, anzi, hanno invitato le autorità ad aumentare i dosaggi consigliati per contrastare gli effetti del lockdown.

Tra le ipotesi di una minore severità del Covid nell’Europa del Nord nella prima fase c’è stato chi ha ipotizzato un effetto protettivo proprio alla supplementazione della vitamina D, che le popolazioni del Mediterraneo non assumono altrettanto regolarmente. Tra queste ultime vi sarebbe, per questo motivo, un’elevata diffusione di stati carenziali. I quali, uniti all’età dei pazienti della prima ondata, avrebbero peggiorato il quadro clinico e reso la risposta dell’organismo meno efficace. Purtroppo, la situazione della seconda ondata anche in Europa del Nord mette in crisi questa ipotesi, e anche la vitamina D come scudo anti covid.

© Riproduzione riservata

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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2 Commenti

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    Spunto interessante, divulgativo ma non completo in quanto non contempla le pubblicazioni di riviste scientifiche di alto profilo e i dati che evidenziano che i soggetti ricoverati in rianimazione erano fortemente carenti e oltretutto non viene valutato l’effetto sul sistema immunitario in quanto la D3 è considerata come un ormone a tutti gli effetti. Non alte dosi ma supplementazione costante giornaliera certamente si.

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    Confermo quanto scritto prima di me da Giancarlo. Avere in casa un medico mette al riparo dalla confusione generata dalla campagna in corso per minimizzare l’importanza per l’organismo della vitamina D.

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