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Dall’URSS alla Russia un effetto imprevisto e positivo: una significativa riduzione dell’impronta ambientale del paese

russia maiali famiglia allevamento Impronta ambientaleIl passaggio dall’Unione Sovietica alla Russia ha avuto un effetto imprevisto e positivo: una significativa riduzione dell’impronta ambientale del paese, soprattutto in termini di emissioni di gas serra. Non si sa, però, se attualmente il sistema agricolo e alimentare si muova ancora nella stessa direzione.

A fare i conti sono stati i ricercatori del Leibniz Institute of Agricultural Development in Transition Economies tedesco, che hanno studiato i dati di utilizzo del suolo, li hanno confrontati con le stime dei valori della CO2 intrappolata nei diversi tipi di terreni e hanno poi pubblicato i risultati su Environmental Research Letters.
Tra il 1991 e il 2011 il paese ha emesso 7,61 giga tonnellate di CO2 in meno rispetto all’epoca sovietica, ovvero un quarto rispetto a quanto emesso, nello stesso periodo, in seguito alla distruzione delle foreste dell’America Latina, i cui effetti sono stati compensati appunto per il 25%.

In quegli anni di passaggio dall’economia statalista a quella liberista, soprattutto nelle zone corrispondenti agli attuali Russia e Kazakhstan – spiegano gli autori – le persone si sono impoverite, e uno dei primi effetti è stato il crollo del consumo di carne, in particolar modo di manzo; questo, insieme alla cessazione dei sussidi statali per l’agricoltura, ha provocato un dimezzamento dei capi allevati (bovini, ma anche suini). Alla diminuzione del numero di animali si è poi aggiunto l’abbandono delle terre coltivate, rimpiazzate, in vastissime aree, da boschi e zone ricche di alberi e piante in grado di assorbire CO2.

Ora però la situazione è meno chiara, anche se la domanda di carne è in crescita: tra il 2000 e il 2008 è aumentata del 15%. Al momento non ci sono segnali di una ripresa forte dell’allevamento locale né di politiche alimentari di grandi dimensioni. Piuttosto, ci si affida all’importazione: oggi la Russia acquista l’80% della carne che consuma in primo luogo dall’America Latina, e contribuisce così indirettamente all’emissione di gas serra, perché gli allevamenti sudamericani sono tra le principali fonti di gas serra, essendo caratterizzati da sistemi antiquati e poco efficienti.
Per quanto riguarda lo sviluppo interno, i modelli attuali non sono nettamente improntati alla sostenibilità, e si teme che la diffusione di malattie e infezioni tra i bovini possa spingere i decisori russi ad assumere iniziative emergenziali poco rispettose dell’ambiente.

Il caso Russia, infine, è interessante perché emblematico della situazione di molti paesi a medio o basso sviluppo, che stanno crescendo ma che non sono attrezzati per pianificare uno sviluppo sostenibile e che, limitandosi ad acquistare all’estero alle condizioni più convenienti, finiscono per tenere in vita sistemi produttivi di altri paesi che continuano e emettere grandi quantità di gas serra.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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