L’associazione dei produttori parla di aumenti medi limitati, ma i dati sul ‘primo prezzo’ raccontano un’altra realtà: rincari più pesanti proprio per le uova più economiche.
In seguito alla pubblicazione dell’articolo Uova, prezzo +68% in 14 mesi. Ma aviaria e costi di produzione non spiegano il rincaro. Chi incassa davvero? abbiamo ricevuto una nota dall’associazione di categoria Assoavi, che pubblichiamo di seguito. Sotto, la risposta de Il Fatto Alimentare.
La lettera di Assoavi
Assoavi, associazione nazionale rappresentativa della filiera dell’uovo rileva che il principale dato su cui si basa l’articolo, ovvero l’aumento del 68% del “primo prezzo”, è fuorviante. Secondo i dati Circana-Iri, dal 2023 ad oggi le uova in guscio hanno, infatti, registrato un incremento di 0,03€/uovo nel discount e 0,04€/uovo nella GDO. Questo dato esprime la media ponderata di tutta la grande distribuzione italiana. L’aumento medio ponderato reale per le famiglie italiane misurato a febbraio 2026 riporta un aumento del 7,8%. Dato peraltro ben inferiore agli incrementi medi riscontrati nell’Unione europea come riscontrabile sul sito: https://agriculture.ec.europa.eu/farming/animal-products/eggs_en
Anche utilizzando la fonte citata (MIMIT), il dato risulta impiegato in modo inappropriato e ingannevole per i lettori: si tratta infatti della quotazione minima relativa alla sola area di Milano, non rappresentativa del contesto nazionale. Considerando per esempio la media, nella stessa area di Milano si osserverebbe addirittura un calo (da 2,28 del 2024 a 1,99 euro del 2025). Inoltre, in altre parti la stessa fonte (MIMIT) indica per gennaio 2026 un incremento sull’anno precedente dell’8,8% (MIMIT, pagina 8).
Tutte queste fonti riportano dati percentuali ben lontani dal 68% riportato nell’articolo. Inoltre, l’impatto dell’influenza aviaria sulla produzione si estende per mesi: un allevamento colpito ritorna operativo dopo 8-10 mesi dal focolaio. Pertanto, la produzione di uova risente sia dei focolai dell’anno in corso sia di quelli dell’inverno precedente per cui i numeri degli abbattimenti sono nettamente superiori a 1.200.000 capi.

L’articolo fornisce poi una interpretazione piuttosto superficiale del mercato, asserendo la sussistenza di pratiche commerciali scorrette da parte degli operatori. In realtà:
a) la domanda interna di uova negli ultimi anni è cresciuta significativamente, mentre la produzione è diminuita per effetto dell’aviaria e della transizione al “cage free”, che come noto riduce la capacità produttiva;
b) contrariamente a quanto affermato nell’articolo, l’Italia, storicamente autosufficiente nella filiera produttiva delle uova, nel 2025 ha aumentato fortemente le importazioni e contestualmente ridotto le esportazioni, con evidente impatto sui prezzi che hanno risentito delle quotazioni europee. Le importazioni di uova in guscio in Italia sono passate da 51 milioni di kg del 2024 ad oltre 91 con un aumento dell’80% a fronte di esportazioni diminuite da 62 milioni a 29 mio di kg (Rapporto Ismea Direz. Filiere e analisi dei Mercati);
c) nel mercato dei prodotti freschi, piccole variazioni dell’offerta possono determinare forti oscillazioni di prezzo, in quanto non vi è possibilità di stoccaggio di prodotto fresco;
d) la dinamica domanda-offerta si riflette anche nei rapporti tra produttori e allevatori, con prezzi più elevati per gli allevatori stessi in condizioni di scarsità.
e) i consumi in Italia sono in aumento di circa il 9% rispetto alla media 2021-2024 (ISMEA).
La risposta del Fatto Alimentare
Il dato dell’aumento del 68% si riferisce al prezzo minimo delle uova fresche rilevato dal MIMIT (fonte ISTAT) nell’area di Milano tra dicembre 2024 e dicembre 2025. Si tratta di un dato ufficiale, che fotografa l’andamento del segmento più economico del mercato, quello delle uova di “primo prezzo”, particolarmente rilevante per una parte significativa dei consumatori.
È noto che le medie ponderate – come quelle citate da Assoavi – tendono ad attenuare le variazioni più marcate. Tuttavia, ciò non significa che tali aumenti non esistano o non abbiano un impatto concreto: al contrario, proprio le fasce di prezzo più basse sono spesso quelle che registrano le oscillazioni più forti.
Per quanto riguarda l’influenza aviaria, è indubbio che i focolai abbiano effetti sulla produzione, anche nel medio periodo. Tuttavia, i dati disponibili per il 2024 e il 2025 indicano un impatto più contenuto rispetto agli anni precedenti e non tale da giustificare, da solo, aumenti molto rilevanti dei prezzi al dettaglio.
Anche l’aumento delle importazioni e la riduzione delle esportazioni segnalati da Assoavi confermano una tensione sul mercato, ma non spiegano integralmente dinamiche di prezzo così accentuate in alcuni segmenti. La verità emerge anche nelle due righe della lettera di Assoavi quando dice che “nel mercato dei prodotti freschi, piccole variazioni dell’offerta possono determinare forti oscillazioni”. Ed è quello che hanno fatto i grandi produttori italiani che hanno adeguato il prezzo ai listini europei anche se da anni non esistevano criticità. In particolare, resta aperta la questione del perché gli aumenti risultino più marcati proprio nelle fasce più economiche, quelle più sensibili per i consumatori. L’obiettivo dell’articolo era proprio quello di evidenziare queste dinamiche e stimolare un confronto trasparente sui meccanismi di formazione dei prezzi, nell’interesse dei consumatori.
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