Guerra e speculazione fanno salire i costi lungo la filiera alimentare: ecco perché i prezzi del cibo subiranno un’impennata nei prossimi mesi.
“Un rincaro dei prodotti alimentari a due cifre”. Non ha dubbi l’economista Andrea Di Stefano quando gli chiedo cosa succederà nei supermercati nei prossimi mesi. I consumatori mal sopportano già l’aumento dei prezzi del gasolio e della benzina, ma è solo l’antipasto di una selva di rincari che non risparmierà nessuno: il carrello della spesa è destinato a esplodere.
La folle guerra di Trump e Netanyahu provocherà un terremoto sui prezzi a livello internazionale. Questo elemento è rimasto finora sottotraccia, ma il primo segnale è arrivato dal Consorzio di tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP, che ha diffuso un comunicato annunciando il ritocco dei listini a causa del rincaro del trasporto aereo, visto che il 35% della produzione è destinata all’esportazione e viaggia nelle carlinghe degli aerei. Il collegamento fra le bufale di Capaccio Scalo e lo stretto di Hormuz può sembrare virtuale, ma l’incremento dei prezzi è reale. Si tratta di un segnale che si propagherà in fretta all’intero settore alimentare.

Il nodo dei fertilizzanti
Per capire il collegamento fra bufale e petrolio bisogna partire dai fertilizzanti, componente essenziale dell’agricoltura moderna. Sono composti da urea, ammoniaca, concimi a base di fosforo, roccia fosfatica e zolfo. Tutti ingredienti che provengono in buona parte da impianti localizzati in Iran, in Qatar e nei Paesi del Golfo (il 45% dell’urea, il 27% dell’ammoniaca, il 25% dei concimi fosfatici) e poi sono esportati via nave attraverso lo stretto di Hormuz in tutto il mondo.
“Queste materie prime hanno raggiunto incrementi di prezzo stratosferici. L’urea agricola (46%) è il prodotto più colpito: in Italia i prezzi sono volati con un incremento medio del 36% in un mese. A metà febbraio l’urea era quotata intorno ai 580-590 euro a tonnellata (Borsa Merci Torino), ma le tensioni di marzo l’hanno spinta rapidamente verso l’alto. Il solfato di ammonio ha registrato aumenti del +20%, il nitrato di ammonio del +13%. Va ricordato che la produzione di urea dipende dal gas metano: se il gas aumenta a causa del conflitto, il prezzo dell’urea sale anche se lo stretto di Hormuz restasse aperto.”
Quando il cibo si trasforma in commodity
“Ormai le materie prime, anche alimentari, sono trattate come commodity – precisa Di Stefano – e quindi i listini, come avviene per il petrolio, sono influenzati dalla speculazione che fissa prezzi elevati in previsione. Questo accade anche se in Europa i fertilizzanti non mancano: le aziende agricole hanno già trattato i terreni o dispongono di scorte, ma acquistare oggi è diventato carissimo”.

I distributori e i grandi centri di stoccaggio (come i Consorzi Agrari d’Italia) spesso non vendono al costo storico, cioè a quello a cui hanno acquistato mesi prima, ma al prezzo di sostituzione. Se un silos è pieno di urea comprata a 400 euro, ma il venditore sa che per riempirlo domani serviranno 700 euro, adegua immediatamente il prezzo. Questo serve a generare il capitale necessario per il prossimo acquisto, ma di fatto si traduce in un extra-profitto speculativo immediato su scorte già pagate.
Prezzi stellari oggi, per l’incertezza di domani
“Siamo di fronte a una dissociazione totale tra realtà e finanza – spiega Di Stefano. – Le aziende agricole hanno già i magazzini pieni o i terreni trattati, ma il sistema dei futures impone prezzi stellari in previsione di una carenza che in Europa, per questa stagione, non esiste. È una tassa sull’incertezza che pagano gli agricoltori subito e i consumatori tra pochi mesi al supermercato.”
Si tratta di un esempio classico di disallineamento temporale tra la logistica reale e la speculazione finanziaria, per cui i prezzi schizzano immediatamente e l’agricoltore italiano paga oggi un prezzo ‘di guerra’ per un prodotto che è fisicamente fermo da mesi in un silos a pochi chilometri da lui. “In un momento di economia di guerra – continua Di Stefano – la politica dovrebbe valutare la sospensione dei titoli derivati sulle materie prime agricole per impedire che l’insicurezza alimentare e l’inflazione diventino scommesse finanziarie”.
La bomba a orologeria dei prezzi
Ma siamo solo all’inizio. Il problema dei fertilizzanti riguarderà nei prossimi mesi soprattutto l’emisfero australe. Il Brasile è il più grande importatore mondiale di fertilizzanti necessari per i raccolti di soia e mais. I fertilizzanti sono poi fondamentali per le coltivazioni di riso in Asia. Se i prezzi per l’emisfero sud esplodono a causa di Hormuz, si crea un effetto risucchio: i produttori globali dirottano ogni carico disponibile verso chi è disposto a pagare di più, svuotando anche le riserve residue in Europa o rendendole carissime.

A questo punto entra in gioco la mozzarella di bufala. Se il mais che si semina ora costa il 30% in più per via dei fertilizzanti, il prezzo del mangime per le bufale tra sei mesi sarà molto più alto. Questo incremento dei costi si associa agli aumenti del trasporto navale e aereo, alla lievitazione del prezzo dell’energia necessaria per gestire gli allevamenti e il processo produttivo del caseificio e, infine, all’aumento della plastica per il packaging ricavata dal petrolio.
Una crisi trasversale
Tutti i prodotti alimentari risentiranno della crisi. I mangimi rappresentano la principale voce di spesa degli allevamenti di polli, tacchini, suini, bovini e persino del settore ittico. Questo si tradurrà in aumenti significativi. Probabilmente non succederà nelle prossime settimane, ma la pressione è destinata a crescere rapidamente e nessuno chiederà il permesso per far lievitare i listini. Il governo non dispone di strumenti efficaci per intervenire in un ‘mercato libero’, né per calmierarli né per farli diminuire quando la crisi sarà finita.
C’è un ultimo elemento da considerare. Nessuno sa quali impianti siano stati colpiti o danneggiati dalle bombe, e questa situazione crea un ulteriore elemento di incertezza che si riversa sui prezzi. Non si sa con certezza se e in che modo siano stati colpiti gli impianti di produzione dell’urea, della plastica e le altre strutture. Sono stati danneggiati o distrutti al 50%? Quando torneranno operativi? Ci vorranno sei mesi o due anni per ritornare alla normalità? È anche questa incertezza a riversarsi sui mercati e, inevitabilmente, sui prezzi che pagheremo al supermercato.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24


