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Più tasse per tutti: uno studio dimostra che introdurre un’imposta sugli alimenti può contrastare inquinamento e malattie

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Uno studio ha dimostrato che introdurre tasse su intere categorie di prodotti può giovare ad ambiente e salute

C’è una soluzione che potrebbe mettere insieme il miglioramento della salute dei cittadini con la riduzione dei gas serra: l’introduzione di tasse elevate su intere categorie di alimenti come la carne.

Questa è la proposta contenuta in un articolo pubblicato dai ricercatori dell’Università di Oxford su Nature Climate Change che mostra, numeri alla mano, quali effetti si potrebbero ottenere a livello globale, penalizzando alcuni cibi. Il risultato è una sorta di quadratura del cerchio anche se l’ipotesi è difficilmente praticabile. Ma le idee vanno comunque messe in circolo, affinché ci si pensi e si riesca a dar loro corpo, anche se in forma più realistica.

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I ricercatori hanno mostrato come dovrebbero essere tassati soprattutto carne e derivati animali come latte e uova

Nella simulazione si dimostra che per riportare le emissioni di gas serra a valori accettabili sarebbe necessario introdurre una tassa del 40% sulla carne di manzo, del 20% sui derivati del latte, del 15% sulla carne di agnello, dell’8,5% su quella di pollo, del 7% su quella di maiale e del 5% sulle uova. Inoltre, gli oli vegetali dovrebbero essere tassati del 25%, visto che oggi costano pochissimo. Ciò causerebbe un relativo aumento dei prezzi che potrebbe portare, per esempio, gli americani a ridurre i consumi di carne bovina, al momento tripli rispetto alle dosi massime consigliate dalle autorità sanitarie. Lo stesso vale per altre categorie che avendo un prezzo maggiore verrebbero consumate meno. Così facendo in un anno le emissioni si ridurrebbero di un miliardo di tonnellate, una quantità pari a tutta l’industria dell’aviazione. In vite umane, invece, il risparmio sarebbe di circa mezzo milione ognio anno, considerando i principali big killer associati a obesità e diabete.

Naturalmente, hanno sottolineato gli autori, non si può pensare di introdurre la tassa tout court, perché non sarebbe compresa dalla popolazione. Lo dimostra il caso della Danimarca, dove una tassa sui grassi saturi ha resistito solo un anno, proprio perché non era stata adeguatamente spiegata. Piuttosto, bisognerebbe agire sulla scorta di quanto fatto in Messico, dove quella sulle soda sta funzionando, anche perché è servita a dotare le scuole di distributori di acqua gratuita. Inoltre è utile accompagnare questo tipo di misure con interventi di grandi testimonial, che illustrano al pubblico l’utilità del provvedimento.

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La tassa andrebbe diversificata a seconda dei paesi, per non penalizzare allevamenti di sussistenza

Infine bisognerebbe differenziare l’entità delle tasse a seconda del paese, per non penalizzare quelli più poveri dove l’allevamento dei bovini  garantisce un livello di alimentazione sufficiente, rispetto ad altri dove il consumo di carne è eccessivo.

E’ chiaro che sarebbe molto complicato convincere tutti i paesi del mondo ad adottare un provvedimento del genere, e probabilmente non ci si arriverà. Ma uno studio come questo alimenta il dibattito sulle misure da adottare e fa entrare nella discussione un elemento negletto: quello delle emissioni dovute agli allevamenti animali e al consumo eccessivo di carne. Finora, concludono gli autori, non si è mai posta troppa enfasi su questa componente, perché i cittadini considerano le restrizioni nell’ambito del cibo come sgradevoli ordini dall’alto e sono poco disponibili ad accettarle. Ma esperienze in corso in diversi paesi, relative alle bibite dolci, mostrano che certe misure possono avere un’efficacia insospettata e duratura, poiché modificano le abitudini. Questo accade soprattutto quando le nuove tasse sono inserite in piani finalizzati al miglioramento della salute e compensate da altri provvedimenti tangibili di segno positivo come, per esempio, la contemporanea detassazione di frutta e verdura.

© Riproduzione riservata

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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15 Commenti

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    sarebbe una misura che mi troverebbe molto d’accordo…

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    Follia allo stato puro!! Ma se invece di spendere i soldi in ricerche inutili per pagare consulenti, gli stessi soldi venissero spesi per introdurre nelle scuole la materia EDUCAZIONE ALIMENTARE (compresa Educazione Civica) non sarebbe un guadagno per l’intera umanità? La dieta mediterranea, portata in tutto il mondo, migliorerebbe la salute a qualche miliardo di cittadini e ci togliamo dalle palle i sostenitori di tasse&cazzate che, prossimamente, per ridurre le emissioni in atmosfera tireranno fuori la proposta di tassare i fagioli e la carta igienica! Ma utilizzare l’intelligenza, no?

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    Fantastico.. si potrebbe anche tornare all’economia bellica, con il razionamento delle derrate alimentari, si fà una bella tessera, anzi una card (che fà più chic), con la quale si può acquistare: 1 pollo alla settimana, 6 uova al mese, 1 kg di farina, 1 litro di latte al giorno… Oltre a ridurre l’inquinamento si farebbe anche a meno della palestra, sai che dieta…

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    Fabrizio Brioschi

    Ma…magari pensare a prendere le cose per il verso giusto? Nel senso di cercare finalmente di limitare l’aumento della popolazione mondiale invece che pensare all’aumento all’infinito della stessa ed al conseguente rompicapo di trovare da sfamarla tutta. Forse coltivando…Marte?
    Via siamo seri. Si smetta di sumentare la popolazione proprio dove sappiamo che regna la fame e la cronica lincapacità produttiva di cibo. Dove non si mangia in tre non si mangerà mai in trenta e senza fare gli ipocriti.
    Noi ridurremo secondo questi soloni di Oxford le nostre capacità alimentari, pagheremo più tasse per impoverirci ulteriormente (si dice che 1 bimbo su 3 in Italia è oggi a rischio povertà!) per un teorico impatto sulla produzione di CO2 mentre i cosidetti “paesi emergenti” Cina, India, Pachistan, Africa in toto continueranno con la loro corsa all’inquinamento da carbonio e follia demografica. Fino a quando?
    FB

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    Qualche giorno fa avevo commentato l’articolo sulla soda tax proprio dicendo che c’era il rischio che i governi si facessero prendere troppo la mano ed ecco qua.. detto fatto.
    Siccome adesso il futuro è purtroppo orientato al vegano e le linee guida dietetiche (o meglio, la credenza popolare) sono ferme al 1950 si rischia davvero che vengano tassati i pilastri dell’alimentazione umana, cioè quanto citato nell’articolo: olio, uova, latticini, burro, carne.
    Credo che se questo cibo venisse tassato così pesantemente senza un motivo serio ci sarebbero fortunatamente delle sommosse popolari.
    Sinceramente piuttosto che mangiare cibo di cartone epurato di tutto e frullati di soia sono disposto a reindirizzare la mia spesa mensile sul cibo tassato e se poi mi rimane poco per il resto pazienza: vorrà dire che farò girare l’economia ancora meno di quel che sto già facendo, del resto prima di tutto viene la salute.

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      Tassato senza un motivo serio?
      Ma lei dove vive?
      le consiglio caldamente di guardarsi il documentario cowspiracy (tanto per citarne uno) che può trovare liberamente su youtube con i sottotitoli in italiano, poi ne possiamo anche riparlare…

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      Sergio,

      Per quello che ne so io, i pilastri dell’alimentazione umana sono:
      1°: frutta e verdura
      2°: cerali

      e non certo carne e derivati animali.

      http://www.piramideitaliana.it/pg-af/giornaliera.php
      https://www.dietagenetica.it/wp-content/uploads/2014/03/NuovaPiramideAlimentare3.png
      http://www.fondazionefegato.it/Portals/0/FIRE/piramide-alimentare.jpg

      I motivi per tassare la carne rossa in america e altri paesi ricchi, come spiegato nell’articolo, sono 1) l’eccessivo consumo, che danneggia la nostra salute, 2) l’eccessiva produzione, che danneggia l’ambiente. Personalmente trovo che siano entrambi motivi estremamente validi.

      L’alternativa non è certo mangiare cibo di cartone epurato di tutto e frullati di soia, ma piuttosto: frutta fresca, verdura di stagione, legumi (lenticchie, ceci, fagioli, fave, piselli, soia..), cereali e derivati (pasta, pane, riso, farro, grano saraceno, miglio, quinoa, orzo..), tutto cibi gustosissimi e nutrienti, e diminuire il nostro consumo di carne e derivati animali (non è mica necessario eliminare completamente!)

      Spero che un giorno lei riveda le sue priorità in fatto di alimentazione..

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    Sintesi:
    -applichiamo tasse governative per ridurre i consumi;
    -i produttori saranno costretti a diminuire i costi produttivi per contenere il prezzo al consumo;
    -aumenteranno farmaci e promotori della crescita per alzare la resa dell’allevamento;
    -mangeremo ad un prezzo più alto un prodotto ancora più scadente di quello attuale.
    Ma le soluzioni più semplici e corrette, di obbligare gli allevatori a gestire allevamenti di qualità, con rispetto per la salute ed il benessere animale, con il risultato di produrre carni sane e di migliore qualità, non viene in mente a nessuno?
    Producendo bene, i costi ed il prezzo saranno equi e più alti in modo da remunerare gli allevatori, con il risultato finale di adeguare i prezzi al risultato voluto di ridurre fisiologicamente consumi eccessivi e drogati da un mercato impazzito.
    Dal punto di vista del consumatore, pagare di più un prodotto qualitativamente migliore è accettabile, mentre per la stessa qualità o peggiore è inaccettabile per tutti.

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    Proposta assurda. Se si vietassero in tutta Europa (almeno) gli allevamenti intensivi e tutti gli animali venissero allevati nel loro ambiente naturale, secondo il proprio ciclo naturale che madre natura ha previsto, i loro prodotti costerebbero di piu come è giusto che sia. Si tornerebbe a mangiare carne 1 volta a settimana per chi non vuole farne a meno.
    Per chi dei poveri animali schiavizzati non gliene importa nulla ne guadagnerebbe comunque la propria salute, il clima (e quindi ancora la salute), il benessere dell’animale al quale non sarebbe più necessario imbottirlo di antibiotici per sopravvivere alle attuali terribili condizioni igeniche, di stress, di paura ect.. (a tutto vantaggio di chi consuma la sua carne o i suoi derivati).

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    Vedo che ci sono professori e professoresse dell’allevamento “intensivo”….ma siete mai entrati in uno di questi?? Quando volete, per passare dalla teoria alla pratica, massima disponibilità a mettervi a disposizione l’elenco degli allevamenti associati ad Unicarve, scegliete a caso e vi accompagniamo a visitarli (di giorno, non come certe trasmissioni che da mesi mandano in onda i soiliti filmati, rubati di notte, per dipingere scenari tipo “lager”).
    Infine, se qualcuno conosce degli allevamenti dove maltrattano gli animali, ci segnali l’indirizzo che provvediamo noi a mandare i Veterinari Ufficiali o i Carabinieri che, se riscontrano irregolarità, ben venga che li chiudano.
    Lasciatemi dire che fa specie leggere commenti su come limitare le produzioni anzichè come distribuire la richezza alimentare a chi non ne ha! Toglietevi le fette di salame dagli occhi e guardate oltre il muro della vostra saccenza, scoprirete un mondo diverso da come ve lo immaginate e, non è mai troppo tardi, per fare del bene a milioni di poveri e denutriti.

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    Vede Giuliano se lei rappresenta un’associazione di produttori di carni bovine, dovrebbe preoccuparsi di scoprire voi e denunciare, chi con comportamenti impropri danneggia tutta la vostra categoria e non aspettare gli scandali evidenti e documentati dei giornalisti d’inchiesta.
    Dalle sue affermazioni sembra che la realtà non esista e che lei viva nel mondo degli auspicabili desideri condivisibili da tutti i consumatori, ma ainoi tutti, questo mondo è ancora da realizzare.
    Coraggio e buon lavoro, sapendo che i consumatori più o meno attenti a quello che mangiano, sono tutti dalla parte di chi offre il migliore made in italy, al giusto prezzo.

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    Carissimo Ezio, noi abbiamo associati, in controllo, alla data odierna, 742 allevamenti, quando vuole, le loro porte sono aperte.
    I nostri allevatori stanno già realizzando “gli auspicabii desideri”. I giornalisti d’inchiesta vanno benissimo e noi li rispettiamo per il lavoro che fanno, purchè non “sparino sul mucchio” e non utilizzino. manipolandole, immagini trite e ritrite che, quando vuole, le spiego come funzionano, visto che ho avuto modo di spiegarlo a Piazzapulita, invitato da Corrado Formigli, con la presenza della vegan Maugeri e del giornalista Zucconi.
    Se passa per Legnaro, l’aspetto per mangiare una bistecca in compagnia. e parlare del sistema allevatoriale italiano.

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    Grazie Giuliano per l’invito e le chiedo di promuoversi verso le altre associazioni di allevatori meno virtuose della vostra, come quelle avicole per esempio, contagiandoli con i vostri buoni principi di qualità nostrana, allo scopo di invertire, tutti, quella brutta sporca tendenza a fare chili a tutti i costi, invece che buona carne sana, non pompata e senza farmaci non indispensabili.
    Le colpe di qualcuno si allargano a macchia d’olio, mentre le virtù non sono contagiose e solitamente non fanno notizia.

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      Carissimo Ezio, le rispondo al termine di una riunione organizzata per mettere a punto un sistema di tracciabilità elettronica dell’uso del farmaco in allevamento bovino (ricetta elettronica) affinchè ci possa essere un accesso pubblico alla Banca Dati Nazionale, per rispondere ai luoghi comuni/leggende metropolitane (come scrive Cristina: “il benessere dell’animale al quale non sarebbe più necessario imbottirlo di antibiotici per sopravvivere alle attuali terribili condizioni igeniche, di stress, di paura ect.) con dati certi alla mano, per arrivare in tempi brevi a dare ai consumatori la possibilità di conoscere come hanno vissuto i bovini e la qualità dei prodotti che acquistano. Sostanzialemente noi ci stiamo impegnando in 4 direzioni:
      – quella del benessere animale: promuovere verso gli allevatori associati l’analisi del BA con l’utilizzo di veterinari abilitati dal CRENBA (Istituto Zooprofilattico di Brescia – Centro di refernza nazionale del benessere animale) per garantire standard elevati e correggere eventuali punti critici;
      – quella del monitoraggio sull’uso dei farmaci (come detto sopra);
      – quella della qualità delle produzioni, con l’utilizzo di disciplinari di produzione approvati dalla Commissione europea, dal Mipaaf e dalla Regione e controllo delle materie prime per garantire la qualità dell’alimentazione (e qualità dell’acqua di abbeverata, controllo dei parassiti, controllo del clima);
      – quella della tracciabilità totale delle carni, per informare il consumatore
      Riguardo le produzioni avicole, ci sono delle aziende che stanno sviluppando progetti del tipo “antibiottici zero” che spero contagino tutto il settore, come noi stiamo facendo per il nostro.
      La differenza la può fare il consumatore nel privilegiare i prodotti che danno informazioni complete e chiare (francamente non so quanto utile sia per i consumatori il Reg. 1169 che introduce l’obbligatorietà delle qualità nutritive di un prodotto, omettendo lo stabilimento di produzione e l’indispensabile origine di tutti i prodotti contenuti nei trsformati e/o preparati). Un cordiale saluto.