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La Francia vuole tassare le bibite come è stato fatto in Danimarca e Ungheria. Luci e ombre di un provvedimento inutile

La Francia tassa la Coca–Cola”,La tassa sulle bibite decisa dal governo francese è un’ipocrisia”,  sono questi alcuni titoli apparsi sui giornali per commentare l’intenzione del governo  Sarkozy di tassare le bibite zuccherate.

Premesso che la nuova tassa inciderà pochissimo sulle tasche dei consumatori e dei  produttori (si dice 1 centesimo di euro a bottiglia), questo vuol dire che  l’accusa rivolta al Governo di appesantire il bilancio delle famiglie economicamente più deboli risulta abbastanza infondata.

La realtà è però molto semplice e non bisogna scomodare le famiglie per capire che si tratta di uno dei sistemi adottati dai ministeri delle finanze per fare cassa.

Una tassa così ridicola non disincentiva i consumi e non è certo il metodo per ricondurre sulla retta via chi beve abitualmente bibite zuccherate con o senza bollicine.

Va altresì detto che non siamo di fronte a una novità, visto che decisioni simili sono già state adottate in Danimarca e in Ungheria.

Qualche giornalista  nel commentare la notizia ha scomodato addirittura il proibizionismo e ha evidenziato nell’operazione un attacco alla libertà dei cittadini di consumare ciò che si vuole.  Per fortuna abbiamo letto sullo stesso quotidiano (Corriere della sera) un commento firmato da Giuseppe Remuzzi  in cui si dice che lo zucchero,  quando è assunto in maniera eccessiva,  rappresenta un pericolo per la salute al pari di altre sostanze come l’alcol. Questo pericolo per la salute purtroppo si trasforma in un costo reale per la società, perché le persone  obese o affette da malattie causate dall’eccesso di zucchero hanno bisogno di cure che incidono sul sistema sanitario (come evidenzia un articolo di Agnese Codignola pubblicato pochi giorni fa sul nostro sito a proposito del consumo allarmante di bibite zuccherate in USA).

Se lo zucchero incide in modo sensibile su alcune patologie collegate all’alimentazione, è logico un intervento istituzionale per arginare il consumo eccessivo correlato al consumo di bibite. La tassazione delle bottiglie non è però un sistema efficace, anzi, diciamo pure che risulta del tutto inutile.

Anche le campagne di educazione alimentare istituzionali e quelle  condotte nelle  scuole sulla corretta alimentazione, il più delle volte non sortiscono l’effetto sperato. Il motivo è semplice, risultano spesso invisibili rispetto alle iniziative  pubblicitarie e alle sponsorizzazioni dei produttori che invitano a consumare sempre di più.

La tassa sulle bibite è  un’arma spuntata che non contribuisce a ridurre i consumi. Un intervento davvero efficace per proteggere la salute dei cittadini dalle errate abitudini alimentari, dovrebbe focalizzare l’attenzione sulla pubblicità e sulle campagne promozionali portate avanti dai produttori di bibite. Basta un solo esempio per rendersene conto.

La campagna pubblicitaria “La formula della felicità” firmata da Coca-Cola nel maggio 2011 è stata censurata dal Giurì perché invitava le mamme ad abbinare il pasto dei bambini con una bottiglia di Coca-Cola (una campagna simile era già andata in onda nel 2010) .

E’ contro questi vergognosi messaggi che caratterizzano spesso il mondo degli spot che l’autorità sanitaria deve intervenire, e non certo tassando con un centesimo di euro le bottiglie. Purtroppo la realtà è diversa e molte aziende preferiscono pagare il balzello e portare avanti  tranquillamente campagne pubblicitarie immorali che incentivano il consumo dei loro prodotti. Per la cronaca la vicenda della Coca-Cola si è conclusa con la censura  della campagna (avvenuta dopo che  tutti i messaggi erano già usciti)  senza multe e senza provvedimenti.

Foto copertina e bibite :Photos.com

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  Roberto La Pira

Roberto La Pira
Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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