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Siamo andati a visitare l’azienda Agrisfera, cooperativa romagnola che gestisce una stalla biologica e fornisce latte bio alla Granarolo. Volevamo vedere come vivono le vacche allevate secondo il disciplinare bio, non in situazioni idilliache come certi piccoli allevamenti di collina, ma in una stalla “grande”.

Granarolo raccoglie circa 350 mila quintali all’anno di latte biologico, e 64 mila provengono da questa azienda, una tra le più grandi fra le 20 che producono latte biologico per la cooperativa. La maggior parte del latte viene pastorizzato, imbottigliato e destinato alla vendita diretta. Il resto è destinato alla produzione di derivati bio: yogurt, ricotta e mozzarella. 

A tutti è capitato di vedere servizi televisivi che mostrano allevamenti in cui gli animali – spesso polli o maiali – vivono in condizioni di sovraffollamento e a volte maltrattati. Sono numerose le persone che si chiedono come stiano davvero le cose. Le immagini terribili mostrate da questi video rappresentano situazioni eccezionali oppure la normalità?

In genere i video delle associazioni animaliste riguardano situazioni critiche rilevate in allevamenti di animali da carne. Nel caso delle vacche le condizioni di solito sono in migliori, soprattutto nelle stalle biologiche, anche per una questione economica: gli animali maltrattati producono meno.

La stalla bio

Agrisfera si trova a Mandriole, piccolo centro del ravennate, accanto al luogo in cui è morta Anita Garibaldi. La cooperativa risale al 1907 ma ha assunto la struttura attuale nel 2001, in seguito alla fusione di due realtà locali. L’azienda gestisce circa 4.000 ettari di terreno, di cui 3.800 coltivati, 1.300 dei quali secondo il disciplinare bio. “I terreni sono destinati a diverse colture (fra cui cereali, erba medica, mais, vite e frutta). Dai terreni coltivati con il metodo biologico si ricava l’80% del foraggio con cui sono alimentate le vacche.”Le stalle ospitano circa 1.100 capi, di cui 520 sono in lattazione. Attualmente si producono 64 mila quintali di latte biologico all’anno tutti destinati a Granarolo.

“La nostra azienda è come una piccola città – spiega Elena Vannini, venticinque anni, responsabile tecnico –  è composta da diverse stalle, dove le vacche sono suddivise in base all’età. In ogni capannone gli animali usufruiscono di un proprio spazio. I vitelli maschi e femmine sono separati ma, come prevede il disciplinare bio, vivono in gruppo e non isolati come avviene nelle altre stalle. Quando le manze sono abbastanza grandi (fra i 13 e 15 mesi) vengono fecondate e comincia il ciclo produttivo. Nella fase del parto e anche nel periodo post-parto gli animali vivono in gruppi ristretti, perché richiedono più attenzione. Una volta che iniziano a fare latte le femmine sono inserite nei gruppi in lattazione e iniziano a familiarizzare col robot per la mungitura automatica”.

Il massaggio

Mentre Vannini racconta, entriamo in grandi stalle aperte, dove gli animali sono in “stabulazione libera”, cioè hanno la possibilità di muoversi e interagire fra loro. In primavera, estate e autunno escono per pascolare nel boschetto che fa parte dell’azienda. Le vacche sono curiose, tranquille e non spaventate. 

“Questo comportamento è tipico di animali che stanno bene – fa notare il direttore, Giovanni Giambi – e per noi è importante perché vuol dire una buona produzione di latte di ottima qualità. Da alcuni anni Granarolo ha chiesto a tutti i produttori di tenere le vacche libere e non legate, come ancora può accadere in allevamenti diversi da quelli della nostra filiera.”Gli animali devono avere a disposizione sempre cibo fresco per potere mangiare liberamente. Ci sono poi gli abbeveratoi, gli spazi per stendersi e nelle nuove stalle anche grandi spazzole per farsi “massaggiare”.

Ogni vacca produce circa 39 litri al giorno e vive 5-6 anni. La selezione genetica ha fatto molto per aumentare la produttività, però le linee utilizzate nel biologico sono diverse. In questo caso la selezione spinge verso caratteristiche di “rusticità” per ottimizzare la resistenza degli animali alle malattie. Oggi, anziché spingere verso una maggiore produzione di latte, si lavora per avere animali più longevi, garantendo loro un certo benessere. Un’altra differenza fra biologico e convenzionale, oltre alla provenienza del foraggio da colture bio, è che le vacche non sono sottoposte a trattamenti ormonali per accelerare l’ovulazione.

Mungere con il robot

“La mungitura è gestita da un robot – spiega Giambi. In un primo momento il sistema può sembrare molto “industriale”, in realtà il metodo è decisamente più rispettoso perché permette alle vacche una maggiore libertà. Gli animali possono infatti decidere quando vogliono farsi mungere. Così, da un lato si garantisce loro la possibilità di socializzare, mangiare e riposare e farsi mungere quando credono. Un altro aspetto importante è che possiamo raccogliere informazioni sulle abitudini delle vacche, sul loro stato di salute e sulle caratteristiche del latte”.

Gli animali che vivono nella stalla biologica hanno dei collari che permettono raccogliere informazioni. Il robot per la mungitura riconosce la vacca e valuta se deve essere munta due o tre volte al giorno, in base al quantitativo di latte prodotto. Quando la vacca si avvicina, la macchina individua le mammelle, le massaggia e le disinfetta, poi le tettarelle si attaccano e si registra il quantitativo di latte . Il robot inoltre fa le analisi e, se le caratteristiche non sono adeguate, il latte viene separato. Il sistema permette inoltre di raccogliere informazioni sulle abitudini, sul loro stato di salute e sulle caratteristiche del latte”.

Che impatto ha avuto sulla gestione la scelta di passare al biologico? “Quando, nel 2016, siamo passati al nuovo  sistema – racconta Giambi – alcuni soci erano preoccupati, perché l’approccio della gestione tecnica sarebbe cambiata concentrandoci essenzialmente sulla prevenzione delle criticità nei campi e nelle stalle. Poi abbiamo visto che la produzione funziona, le vacche stanno bene e oggi siamo pronti ai cambiamenti che l’Europa chiede, verso sistemi di gestione sempre più sostenibili”.

Tutto bene quindi?

“Non ci piace – continua il direttore – il modo in cui vengono prese le decisioni a livello europeo. Pur con elementi positivi, abbiamo l’impressione che a Bruxelles non si tenga conto della voce dei produttori. Certe norme sono troppo restrittive, e risultano di difficile realizzazione o addirittura  improponibili. Oggi si parla molto dell’inquinamento provocato da agricoltura e allevamento, ma non si parla del fatto che questo è diminuito negli ultimi 50 anni. Il sequestro del carbonio viene fatto anche dagli allevatori, immettendo per esempio le deiezioni animali in impianti di biogas e biometano. Adesso l’impiego di prodotti chimici, rispetto a qualche decina di anni fa è decisamente ridotto, perché per i trattamenti e le concimazioni, si è passati da un approccio “a calendario” a sistemi che permettono di analizzare l’ecosistema campo e valutare in modo preciso l’eventuale bisogno di concimi o antiparassitari, riducendolo al minimo”.

“La colpa è anche nostra – constata Giambi. – Non  sappiamo raccontarci. È importante parlare di quanto si sta facendo per realizzare un’economia circolare. Qui, per esempio, la produzione di rifiuti è praticamente nulla. Le deiezioni delle vacche sono raccolte da sistemi automatici e convogliate direttamente all’impianto di produzione del biogas, che produce energia elettrica da immettere in rete. Il digestato prodotto in questo impianto è utilizzato come concime ed è un ottimo concime. Lo stesso destino hanno i sottoprodotti di origine vegetale, ciò che deriva dalla lavorazione del foraggio, del mais e delle mele. Un altro aspetto di cui si dovrebbe parlare di più è l’innovazione. L’agricoltura zootecnia 4.0 per noi è fondamentale: utilizziamo sensori che analizzano in continuo i parametri chimico-fisici dei campi per razionalizzare tutte le pratiche agricole. Esempi? La sensoristica applicata all’irrigazione, alla distribuzione degli antiparassitari, alla semina e alle concimazioni a rateo variabile.”

Nella stalla biologica di Agrisfera si raccolgono informazioni sulle abitudini delle vacche, sul loro stato di salute e sulle caratteristiche del latte
Nella stalla biologica di Agrisfera si raccolgono informazioni sulle abitudini delle vacche, sul loro stato di salute e sulle caratteristiche del latte

Una gestione circolare

Tutti sistemi che permettono di utilizzare le dosi giuste di antiparassitari, di concimi e di seme a seconda del punto del campo, tenendo conto delle esigenze specifiche. Sistemi tecnologici avanzati sono utilizzati anche in stalla per miscelare le componenti del foraggio, mantenendo il corretto rapporto fra i diversi nutrienti. C’è anche il robot “spingiforaggio”, simile a certi robot aspirapolvere che si muove all’interno della stalla, per avvicinare il foraggio e renderlo facilmente disponibile agli animali.

“Ogni stalla dell’azienda è continuamente monitorata – fa notare il direttore –  e queste innovazioni abbinate all’impiego delle nuove tecnologie fanno sì che risultino carbon negative. In ogni caso per capire come funziona la produzione del latte e comprendere il significato del prezzo, bisogna visitare gli allevamenti. Per questo le stalle di Agrisfera sono sempre aperte al pubblico, (previo appuntamento)”.

© Riproduzione riservata. Foto: Agrisfera

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paolo
paolo
27 Gennaio 2024 12:19

L’azienda in questione gia’ impegnata sul fronte del benessere animale potrebbe puntare ad un riconoscimento che li aiuti a comunicare cio’ che stanno facendo per gli animali sperando che qualcuno non si inventi una certifica di facciata. Ci tengo ad aggiugnere anche che le vacche potrebbero vivere, anche se e’ considerata un’eta’ avanzata, 20 anni che io sappia per cui perdere la vita ad 1/4 di quella probabilmente disponibile spiacerebbe a chiunque.

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