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Spreco alimentare: mancano dati precisi. Il consumatore non è il principale responsabile. La relazione del Barilla Food and Nutrition Center

I Paesi ricchi sprecano cibo che potrebbe nutrire le nazioni  più povere. Questa realtà è ormai entrata a far parte della consapevolezza dell’opinione pubblica. Ma quando si cerca di andare oltre gli slogan e di capirecosa è lo spreco alimentare, come viene quantificato, quali sono le sue cause e i rimedi  che potrebbero modificare la situazione, tutto si fa più confuso. I numeri diventano relativi, gli argomenti si confondono e le possibili vie d’uscita si fanno poco concrete.

 

Il Barilla Food and Nutrition Center (BFNC) ha stilato un voluminoso rapporto sull’argomento, elaborando i dati provenienti da varie fonti e ha invitato a parlarne alcuni esperti e protagonisti tra i quali:

–  Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria di Bologna ma, soprattutto, fondatore dei Last Minute Market, rete di raccolta e ridistribuzione degli scrati alimentari che conta ormai decine di punti di raccolta in tutta Italia;

–  Tristram Stuart, attivista inglese fondatore del movimento freegan, che si batte per uno stile di vita basato su un consumismo ridotto al minimo, autore di uno dei libri che più ha contribuito a svegliare le coscienze (Sprechi, Bruno Mondadori). L’autore ha vinto  numerosi premi internazionali e ha animato iniziative in luoghi simbolici come Time Square di Londra, dove prepara pranzi gratis per migliaia di persone servendosi solo di scarti. Lui stesso ha vissuto per diversi mesi senza acquistare cibo e nutrendosi solo di ciò che ristoranti e supermercati scartavano;

–  Jean Schwab, capo del National Food Recovery Initiative dell’Environmental Protection Agency (EPA) statunitense. L’incontro è trasmesso in diretta in streaming, e in esso sono stati discussi anche alcuni possibili rimedi.

 

Cosa si intende per spreco alimentare? Le definizioni proposte negli anni sono state molte, perché tutto dipende da  cosa si  prende in considerazione. I dati e le analisi cambiano se si  parte della filiera alimentare nel suo complesso o se si analizza solo una parte. Il BFNC propone due grandi categorie:

 

Food losses, ossia le perdite che si determinano a monte della filiera agroalimentare, principalmente in fase di semina, coltivazione, raccolta, trattamento, conservazione e prima trasformazione agricola;

Food waste, ossia gli sprechi che avvengono durante la trasformazione industriale, distribuzione e consumo finale.

 

La distinzione è cruciale, perché spesso, quando si citano i numeri dello spreco, non si fa differenza e si attribuisce al consumatore finale una quantità di spreco che sembra lontana dalla realtà, e che arriva al 30% circa; in altre parole, è come se – crisi o non crisi – ciascuno buttasse nella spazzatura un terzo di ciò che acquista, il che appare francamente poco credibile.

 

La prima confusione è dunque sulla definizione. Prima di tutto va chiarito  cosa si intende per spreco e si deve differenziare  tra cosa succede nei  campi (dovuti per esempio a condizioni metereologiche avverse, ad andamenti del mercato e a molti altri fattori), cosa si spreca nell’ambito della grande distribuzione per motivi estetici o precauzionali (il classico esempio è lo yogurt vicino alla scandenza, ma ancora buono e consumabile per molti giorni oltre la data)  e  il comportamento del consumatore finale.

Una volta chiarito queso concetto si possono analizzare alcune cifre, scegliendo quelle più affidabili.

 

Nel rapporto della fondazione Barilla si ricorda che, secondo la FAO, nel 2011 sono andati sprecati 1,3 miliardi di tonnellate di cibo nel mondo, pari a circa un terzo della produzione destinata al consumo umano. Secondo un altro studio, se si considera anche la conversione della produzione alimentare in mangime per animali, solo il 43% dell’equivalente calorico dei prodotti coltivati a scopo alimentare a livello globale viene direttamente consumato dall’uomo.

 

Secondo Eurostat, invece (la ricerca è del 2006), in Europa la quantità di cibo annualmente sprecato ammonta a 89 milioni di tonnellate, pari a 180 kg pro capite, ma questo dato non considera le perdite in fase di produzione e raccolta agricola. Infine, secondo dati che lo stesso rapporto definisce non sempre paragonabili, ogni anno in Italia ciascuno sprecherebbe 108 chili di cibo.

 

Già da questi numeri, fondamentali per definire il fenomeno, si comprende quanto sia difficile avere dati oggettivi. Lo stesso accade quando si indagano le cause: secondo il rapporto nei Paesi industrializzati la quota maggiore degli sprechi avverrebbe nelle fasi finali della filiera agroalimentare (consumo domestico e ristorazione in particolare. Tra le cause vi sarebbero difficoltà del consumatore di interpretare correttamente le etichette degli alimenti; preparazione di porzioni troppo abbondanti (tanto nei ristoranti quanto a casa), errori in fase di pianificazione degli acquisti (spesso indotti da offerte promozionali); conservazione non adeguata. Tuttavia anche ciò che si perde tra campo e supermercato non è certo trascurabile: secondo uno studio dello stesso Segrè, infatti, in Italia nel 2009 la merce agricola rimasta nei campi ammontava a 17,7 milioni di tonnellate, pari al 3,25% della produzione totale; in questo caso, le cause principali sarebbero errori tecnici (calibri non corretti e così via), ordinazioni inappropriate e previsioni errate della domanda.

 

Come se ne esce? Il rapporto propone sette obiettivi da perseguire:

1) Definizioni e metrica comuni. Dare un significato univoco ai termini food losses e food waste e armonizzare a livello internazionale la raccolta dei dati statistici.

2) Capire le cause. Comprendere più nel dettaglio il perché degli sprechi alimentari nelle varie filiere agroalimentari e valutare meglio gli impatti.

3) Ridurre per recuperare meno. Investire prima nella riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari e poi sul loro recupero.

4) (Ri)utilizzare. Avviare iniziative di recupero degli sprechi, attraverso la distribuzione a persone svantaggiate, l’impiego come mangime o, come ultima alternativa, per produrre bioenergia.

5) Una priorità politica. Governare la riduzione dello spreco a livello istituzionale,  evitando  che l’adozione di standard provochi perdite e sprechi ingiustificati lungo la filiera.

6) Cooperare per risparmiare. Sviluppare accordi di filiera tra agricoltori, produttori e distributori per una programmazione più corretta.

7) Informare per educare. Rendere il consumatore consapevole dello spreco e insegnargli come rendere più sostenibili l’acquisto, la conservazione, la preparazione e lo smaltimento finale del cibo.

 

Il rapporto del Barilla Food and Nutriton Center costituisce uno strumento importante per  ragionare su  questi temi. Bisogna però tenere presente che gli studi basati sulla realtà quotidiana sopo pochi  (per esempio, molte catene della GDO non forniscono i dati sugli scarti) e che il primo strumento per invertire la rotta è il comportamento individuale.

 

Agnese Codignola

Foto: Photos.com, Rapporto FoodWaste Bcfn.

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3 Commenti

  1. Certamente continuare a vedere in TV pubblicità in cui l’unica mela buona è quella di un certo colore, di una certa grandezza e senza alcuna imperfezione, non aiuta a combattere gli sprechi alimentari. Così come altre pubblicità fatte dalla stessa Barilla.
    Né l’abbassamento degli standard qualitativi può aiutare, visto che quello già voluto dalla UE per il settore dell’ortofrutta, non ha diminuito lo spreco.
    Forse è anche il caso di dire che, certe materie prime di scarsa qualità, sono acquistate dove costa poco ed utilizzati per fare prodotti imbellettati dalla pubblicità. Il prodotto di seconda o terza qualità prodotto in Italia non viene così comprato, ma gettato.

  2. D’accordo lo spreco c’è ed è enorme, basta vedere i pomodori, i cavoli che rimangono sul terreno perchè non commerciali (taglia, colore ecc.), ma se pensate che raccogliendoli e mandandoli nei paesi bisognosi, potrete risolvere il problema della fame, avete sbagliato di grosso. Creeremmo solo delle tendopoli di disperati che vivono di sussidi, distruggendo quel minimo di imprenditorailità esistente. Garantire l’accesso ai mezzi di produzione che qui sembrano banali (attrezzi, concimi, sementi elette, microcredito, acqua) può consentire l’aumento delle produzioni, rivolgere loro un caro pensiero, mentre getto la mela ammuffita, può sollevare la coscienza, ma non sposta di una virgola il problema. Saluti

  3. Andrea Meneghetti

    Non se ne può più (almeno per quel che mi riguarda) di sentire questi approcci al problema così eticizzati e che escludono un’analisi davvero scientifica.
    Nel contempo sarebbe da capire perchè la Barilla prende in giro in questo modo il consumatore, ad esempio proponendo soluzioni che non possono essere applicate.

    Ho scritto parecchio sull’argomento anche se non si viene ascoltati, visto che non si è del "giro giusto" nonostante aver studiato parecchio.

    Per chi ha 5 minuti (o un pò di più) da perdere, qua incollo il link di ciò che ho fatto sull’argomento: http://eticalimentare.blogspot.it/2012/04/spreco-alimentare-e-perdita-fisiologica.html