Lavoratore agricolo che esamina le spighe di grano in fase di maturazione in un campo coltivato, primo piano della mano maschile che tocca le colture, messa a fuoco selettiva

Riproponiamo un articolo molto interessate di Alessandro Volpi pubblicato il 31 gennaio su Valori in cui si fa chiarezza sui prezzi dei prodotti agricoli.

Le proteste degli agricoltori in gran parte dell’Europa hanno varie motivazioni, diverse da zona a zona, ma una è comune a quasi tutti i contesti. Si tratta della micidiale instabilità dei prezzi dei prodotti agricoli, il cui andamento è sempre più slegato dalle dinamiche produttive e dalle condizioni della domanda e dell’offerta reali, dipendendo invece da dinamiche interamente finanziarie.

La determinazione dei prezzi agricoli avviene in primis nelle grandi Borse merci del Pianeta, in particolare in quelle di Chicago, di Parigi, di Londra e di Mumbai, che non sono istituzioni “pubbliche”, bensì realtà private i cui principali azionisti sono costituiti dai più grandi fondi finanziari globali. Nel caso del Chicago Mercantile Exchange, i pacchetti più rilevanti sono in mano a Vanguard, BlackRock, JP. Morgan, State Street Corporation e Capital International Investitors. Presenze in parte simili compaiono nella Borsa di Londra e in altre sedi minori.

A questo dato se ne aggiunge un altro, fondamentale. Soprattutto nelle Borse di Chicago, di Londra e di Parigi la stragrande maggioranza degli operatori non è costituita da produttori e compratori reali, quelli cioè che producono realmente il grano e quelli che lo comprano realmente, ma da grandi fondi finanziari e da fondi specializzati nel settore agricolo che, senza aver alcun contratto di compravendita dei beni, scommettono sull’andamento dei prezzi. E sono proprio soprattutto le scommesse a determinare i prezzi reali.

Il prezzo dei prodotti agricoli è sempre più slegato dalle dinamiche produttive e dalle condizioni della domanda e dell’offerta reali
Il prezzo dei prodotti agricoli è sempre più slegato dalle dinamiche produttive e dalle condizioni della domanda e dell’offerta reali

Il caso dei “derivati meteorologici”

C’è, a tal proposito, una singolare storia che vorrei provare a raccontare in poche righe. Esistono ormai dalla metà degli anni novanta i “derivati meteorologici”. Si tratta di prodotti finanziari nati in origine per coprire i produttori agricoli contro il rischio di condizioni meteorologiche avverse. A tale scopo esistevano ed esistono le assicurazioni specifiche ma, in realtà, simili strumenti tendono a riguardare solo gli eventi estremi. Sono nati così i derivati, con l’intento di garantire una copertura anche da rischi meno gravi. Quindi un produttore di cereali che avesse temuto una stagione poco o troppo piovosa avrebbe potuto comprare i derivati e coprirsi.

Dall’inizio del nuovo millennio, però, il mondo dell’onnipotente finanza ha deciso, con il pieno avallo delle istituzioni internazionali, di consentire l’acquisto e la vendita di questi titoli anche a chi non fosse legato alla produzione dei beni soggetti alle oscillazioni climatiche, trasformandoli così in vere e proprie scommesse. Se le aspettative dei fondi sono orientate all’aumento dei prezzi, scommettono al rialzo e trascinano così i prezzi a livelli insostenibili, in caso contrario puntano direttamente al ribasso, giocando sullo scoperto, con danni pesanti per i produttori.

Dunque all’origine delle instabilità dei prezzi si pongono gli strumenti finanziari generati da questi fondi “scommettitori”, i quali sono anche, come appena ricordato, i “proprietari” delle Borse stesse. Non hanno nulla a che fare con la produzione e il commercio reali dei beni agricoli scambiati, ma sono i principali player di prezzo.

Sono i colossi finanziari che determinano la formazione dei prezzi agricoli

Tuttavia, la finanziarizzazione dei processi di determinazione dei prezzi di beni agricoli presenta altri elementi sconcertanti. Come detto, nelle Borse, a fronte di tanti fondi finanziari, ci sono pochi produttori. Ma i produttori chi sono? Nel caso dei cereali, si tratta di quattro grandi società: Archer-Daniels Midland, Bunge, Cargill e Dreyfus. Le prime due in particolare sono possedute dai grandi fondi, Vanguard, Black Rock e State Street: i medesimi operatori finanziari nelle Borse merci di Parigi, Londra e Chicago.

L’intera dinamica della formazione dei prezzi agricoli, su cui incidono assai poco le retribuzioni del lavoro contadino, strutturalmente molto basse, risulta pertanto nelle mani di colossi finanziari che controllano Borse, scommesse e produzione: un gigantesco monopolio mondiale rispetto al quale ogni altra variabile, persino quella dell’offerta complessiva di beni agricoli, appare decisamente secondaria.

Trattore spruzza pesticidi o fertilizzanti su un campo; concept: glifosato, agricoltura
L’intera dinamica della formazione dei prezzi agricoli risulta nelle mani di colossi finanziari che controllano Borse

I fondi d’investimento hanno in mano anche il sistema alimentare

Del resto, i fondi hanno in mano anche il complesso del settore alimentare. Tra le prime dieci società per fatturato troviamo Associated British Foods (di cui Berkshire possiede il 9,2%, Vanguard l’8,5, BlackRock il 7 e State Street il 4), Kellogg’s, (che è nelle mani di Vanguard per il 9%, di BlackRock per il 9 e di State Street per il 3,8),  Mondelēz (di cui Vanguard detiene il 9,1%, BlackRock il 7,3 e State Street il 4,4), Pepsico(che è posseduta da Vanguard per il 9,3, da Black Rock per il 7,8 e da State Street per il 4,2%).

Il processo di concentrazione ha ancora ulteriori risvolti. I terreni agricoli degli Stati Uniti sono circa 900 milioni di acri; di questi una trentina sono nelle mani di una ristretta cerchia di grandi finanzieri che li hanno comprati non certo per interessi agricoli. Si tratta di John Malone, grande azionista dei media, di Ted Turner, di Jeff Bezos, di Bill Gates e di pochi altri. Hanno acquistato queste sterminate pianure perché il prezzo della terra, negli Stati Uniti, è cresciuto tra il 2021 e il 2022 del 34%. Si tratta di un aumento trascinato dalla lievitazione dei prezzi dei cereali, a loro volta infiammati dalla speculazione dei titoli derivati sui cereali stessi. Così i grandi finanzieri, che hanno scommesso sui derivati, possono comprare e vedono crescere il valore dei terreni che acquistano.

La finanza sta monopolizzando la già monopolistica agricoltura americana consegnando a un club di ultramiliardari la determinazione dei prezzi mondiali.

Alessandro Volpi, pubblicato il 31 gennaio su Valori.

© Riproduzione riservata

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gianni
gianni
10 Febbraio 2024 19:51

Attualità e la stanza dei bottoni.
Serena Milano, segretario generale di Slow Food Italia, su un giornale nazionale e riportato da Giuseppe Caprotti dice:
https://www.giuseppecaprotti.it/unaltra-agricoltura-e-possibile/
———-In questa sporca partita, chi perde? Quasi tutti: gli agricoltori, destinati a vivere di sussidi (finché ci saranno) per pagare pesticidi e fertilizzanti, i cittadini, che faticheranno a scovare cibi sani e di qualità, i giovani che erediteranno suoli desertificati e acque inquinate. Chi vince? L’agroindustria e le multinazionali che controllano il mercato di semi, fertilizzanti e fitofarmaci.——-
Perchè contrariamente ad altri legumi sulla soia c’è stato l’interesse di quei soggetti, indicati molto chiaramente dal sig. Volpi e dal signor Pinton, che governano gli interessi presenti e futuri, genetizzano riccamente un prodotto che produce di più, è utile anche all’allevamento intensivo, che prima e poi procura ingenti utili al reparto pesticidi, insomma decidono e incassano, perchè sono tutte azioni nei loro portafogli e il resto conta poco o nulla.
Magari si facessero dibattiti pubblici eppure anche i prodotti ingenierizzati stentano a mantenere la loro perfezione passando dal laboratorio al campo aperto ma niente paura, ostinatamente ci sono continuamente nuovi prodotti da provare, sterili e costosi, la cui sostenibilità il più delle volte è solo sulla carta, ma prosperano per gli ingenti finanziamenti dei suddetti soggetti, che utilizzano una parte di ciò che hanno spremuto per creare paradigmi insostenibili per le comuni aziende e facendo girare la giostra al loro ritmo.
Tutto il resto è pubblicità commerciale e tifo da bar sport.

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