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Indicare in etichetta quante porzioni contiene una confezione di cereali o una lattina di bibita non è banale. La proposta pratica della FDA

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Le indicazioni sulle porzioni  sono una punto critico delle informazioni nutrizionali in etichetta

Stabilire a quanto ammonta una porzione per alcuni alimenti come nel caso di cereali per la prima colazione, olio e margarine, creme spalmabili… è uno dei temi più controversi quando si parla di etichettatura nutrizionale. Dagli Stati Uniti, nel quadro politico di una diffusa lotta a obesità e sovrappeso, arriva una proposta realistica di armonizzazione dei parametri di riferimento.

 

Il Fatto Alimentare ha seguito con attenzione i progressi dell’Amministrazione Obama nell’affrontare tematiche legate all’alimentazione, all’esercizio fisico, alla disponibilità nelle scuole e nei supermercati di frutta, verdura e alimenti più sani rispetto al “junk food”.  Ora c’è un’altra importante novità, che riguarda le etichette dei prodotti alimentari e le tabelle nutrizionali.

 

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A quanto corrisponde una porzione di crema spalmabile? L’unità di riferimento per le calorie è di 100 g

La tabella nutrizionale, secondo prassi e legislazioni diffuse in ogni parte del globo, viene sempre riferita a una misura standard (in Europa si usa come parametro 100g/ml) ed eventualmente la porzione, anche se quest’ultimo concetto tende a essere poco definito. Quando si parla di un biscotto, di un vasetto di yogurt, di una barretta individuale la porzione è semplice, non è così quando si parla di bevande o di  alimenti non numerabili come i cereali per la prima colazione o passati e minestroni surgelati, per i quali l’unica alternativa è il peso, unità di misura scomoda. In alcuni Paesi, come il Regno Unito, si fa riferimento a quantità ormai consolidate nelle abitudini dei cittadini consumatori: un cucchiaio, un bicchiere o una tazza. Altrove non é così.

 

Oltretutto, le GDA (‘Guideline Daily Amounts’, o ‘Reference Intakes’ nel reg. UE 1169/11) offrono notizie sintetiche – e riferite spesso a quantità differenti – sull’apporto di una porzione rispetto al fabbisogno medio quotidiano di energia  Di conseguenza, quando sullo scaffale troviamo prodotti che appartengono alla stessa categoria merceologica, ma con GDA riferite a porzioni diverse  – come nel caso dei cereali per la prima colazione, che oscillano tra i 30 e i 40 grammi – è difficile fare un confronto tra i diversi marchi.

 

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A volte è difficile fare un confronto tra cereali. In alcuni Paesi si considerano come riferimento un cucchiaio o una tazza

Per questo, il regolamento UE 1169/11 ha previsto che la Commissione europea potrà stabilire indicazioni di massima sulle misure delle porzioni di alcuni alimenti, allo scopo di uniformare le informazioni date ai consumatori. Attenzione però: stiamo parlando di uno dei  35 atti di esecuzione affidati alla Commissione. In ogni caso queste decisioni arriveranno solo dopo altre scelte importanti come l’obbligo di indicare l’origine delle materie prime di alcuni prodotti monoingredienti (ad esempio la pasta).

 

Negli Stati Uniti – afflitti da malattie legate a sovrappeso, obesità e diete squilibrate – l’approccio alle porzioni è diretto. I problemi derivano dagli interessi dei  grandi gruppi industriali e distributivi che propongono  valori nutrizionali riferiti a  razioni molto più piccole rispetto a quelle che i consumatori assumono effettivamente. La Food and Drug Administration (FDA) ha perciò  pubblicato una proposta di revisione delle porzioni-tipo, ora soggetta per 90 giorni a una consultazione pubblica. Tra gli elementi da rivedere c’è per esempio la cattiva abitudine di proporre  come porzione di una bibita in lattina la metà del contenuto  (es. questa lattina di bibita contiene 1,5 o 2,5 porzioni: il massimo dell’ingannevolezza). Nel documento ci sono buoni spunti di riflessione, non solo per la Commissione, ma anche per le imprese europee di settore.

 

Dario Dongo

© Riproduzione riservata

Foto: Photos.com

 

  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

  1. Avatar

    Boh. Il concetto di “porzione” è a dir poco “soggettivo”.
    Se non si può (ovviamente) imporre una porzione “universale” (l’esempio per le bevande è la lattina/bottiglietta da 33 cl) forse il criterio più serio di valutazione è quello del “pacco/confezione” con cui viene venduto un determinato alimento.
    Ci sono sacchetti di patatine che vanno da 60 g a 500 g.
    A seconda della fame/stazza sia l’uno che l’altro potrebbero essere assimilabili a porzioni,
    Idem per le “tavolette” di cioccolato, da 30 a 200 g.
    Ovvero bisognerebbe tornare al classico criterio di RDA (Recommended Daily Allowance – dose giornaliera consigliata) che taglia la testa al toro

  2. Avatar

    In effetti, Maurizio, la proposta di revisione della FDA considera anche l’imballaggio e richiede, per le confezioni più grandi di quanto per legge definito porzione singola, ma che sono tipicamente consumate come porzione singola, l’indicazione dei valori nutrizionali come 1 porzione (o doppia dichiarazione – porzione/contenuto totale – in alcuni casi) Questo trovo sia molto corretto.