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Polli più sostenibili con le fave e le razze a doppia funzione, senza rinunciare alla qualità. Lo studio tedesco

Polli e galline si possono allevare cercando di fare meno danni all’ambiente, evitando di sopprimere milioni di pulcini maschi appena nati e ottenendo al tempo stesso una carne di elevata qualità. Tutto ciò si può realizzare modificando gli ingredienti di base dei mangimi e scegliendo razze che siano adatte tanto alla produzione di uova quanto a quella di carni. Per quanto riguarda i mangimi, una proposta è quella di sostituire la soia, tra i principali responsabili della perdita di biodiversità, dell’utilizzo massiccio di fitofarmaci e dell’impronta associata al trasporto dei semi e delle farine per distanze enormi, con un legume considerato di prossimità in Europa: la fava (Vicia faba). Per ciò che concerne la scelta delle razze, ne esistono alcune con caratteristiche tali da soddisfare entrambe le esigenze, e anche se la resa è inferiore rispetto a quelle più usate dall’industria del pollame, la qualità delle loro carni e uova è elevata.

Queste sono le proposte che arrivano da uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Gottinga, in Germania, nell’ambito di un progetto chiamato “Potentials of sustainable use of regional breeds and regional protein feed in poultry production” (PorReE), i cui risultati sono appena stati pubblicati su Food. 

pollame
Mangimi a base di fave e l’uso di razze a doppia funzione possono rendere più sostenibili ed etici gli allevamenti di polli e galline

I ricercatori sono partiti da due razze di galletti europei a duplice funzione, chiamate Bresse-Gauloise (francese) e Vorwerk (tedesca), e da una razza ad alte prestazioni di quelle usate nei grandi allevamenti da carne, chiamata White Rock, e li hanno alimentati con diete a base di soia, oppure con due diversi mangimi a base di fave con differente composizione. Quindi sono andati a verificare la qualità della carne, analizzandola da diversi punti di vista (pH, acqua trattenuta nei tessuti, colore, consistenza e altro) compreso quello organolettico. Con l’aiuto di un panel di persone che hanno assaggiato i polletti, i ricercatori hanno dimostrato che non ci sono differenze significative tra le carni di polli alimentati con la soia e quelle degli animali che hanno mangiato fave. Ma, come hanno sottolineato, queste ultime presentano alcuni vantaggi. Primo tra tutti, garantiscono una maggiore indipendenza dai grandi produttori internazionali di soia. Poi contribuiscono a risanare il terreno perché, a differenza della soia, fissano l’azoto. Inoltre, indirettamente, favoriscono una maggiore biodiversità e aiutano ad abbattere gli inquinanti associati al trasporto.

Anche dal punto di vista della doppia produzione, per quanto riguarda carne e uova, la qualità risulta elevata, anche se le rese sono inferiori. E ciò significa che i loro prodotti sono più cari. Ma secondo i ricercatori tedeschi questo potrebbe non essere un problema, se i consumatori fossero adeguatamente informati sul fatto che questi polli non possono essere allevati con le  modalità industriali, che il loro benessere è dunque garantito, e che allevarli significa contribuire a mantenere o, per meglio dire, a recuperare una maggiore varietà genetica.

Nella stessa università ci sono ben quattro gruppi che stanno lavorando sull’accettazione dei consumatori, sugli strumenti migliori per informarli sulla maggiore sostenibilità dei polli a doppia funzione e su che cosa possono ottenere da diversi punti di vista qualora siano disposti a farsi carico di un piccolo aumento dei costi dei prodotti finali.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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Un commento

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    Ma anche la soia – come tutte l leguminose, tra cui la citata fava – fissa l’azoto grazie ai simbionti radicali, quindi da questo punto di vista nulla cambia (per questo le leguminose accumulano molte proteine). E per ridurre la dipendenza dall’estero non mi sembra una buona idea quella di coltivare fava che produce sì e no la metà della soia, meglio coltivare più soia qui in Europa, anche se in ogni caso non arriveremo mai all’autosufficienza dal momento che le superfici agricole non possono aumentare a piacimento.

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