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Le tasse su alcuni prodotti sono utili per promuovere una sana alimentazione. Lo conferma anche l’Oms

Due carrelli della spesa uno di fronte all'altro: a sinistra cibo poco sano, super calorico, a destra frutta e veduraA giugno 2022 l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato un documento programmatico dedicato agli interventi per promuovere le politiche fiscali a favore del consumo di cibi salutari. Il documento, intitolato Fiscal policies to promote healthy diets: policy brief, affronta in particolare la questione della tassazione dei cibi e delle bevande meno salutari, per contrastare la malnutrizione che ancora oggi rimane uno dei maggiori problemi di salute pubblica su scala mondiale. Secondo una stima dell’Unicef riportata nel dossier, infatti, nel 2021 i bambini con un’età inferiore ai cinque anni in sovrappeso erano circa 39 milioni, 45 milioni erano deperiti (sottopeso) e 149 milioni mostravano un arresto/ritardo nella crescita.

Le politiche fiscali che fissano tassazioni su alimenti e bibite con un alto contenuto di grassi, zuccheri e sale e i sussidi per l’acquisto di cibi sani sono stati ripetutamente raccomandati dall’Oms per promuovere regimi alimentari corretti. Nel documento programmatico si fa riferimento alle imposte indirette su specifici prodotti, in modo da aumentarne il prezzo rispetto ad altri. Da un punto di vista politico, oltre a definire quali alimenti tassare, è importante scegliere che tipo di politiche fiscali attuare. Se l’obiettivo è la salute pubblica, le accise sono da preferire rispetto alle imposte sulla vendita o all’Iva, perché possono essere applicate su specifici prodotti e non su un’intera categoria di beni. Possono inoltre essere ad valorem, cioè calcolate in base al valore del prodotto, oppure specifiche, cioè calcolate in base ad alcune sue caratteristiche (per esempio le bevande zuccherate vengono tassate in base al contenuto di zucchero). Queste ultime sono ritenute le più efficaci perché incoraggiano i consumatori a scegliere gli alimenti non tassati e spingono le aziende a modificare le ricette.

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Le accise specifiche, cioè calcolate in base a qualche precisa caratteristica del prodotto, come il contenuto di zucchero, sono ritenute più efficaci

L’importanza di tali politiche fiscali è comprovata dagli esiti ottenuti dai Governi che hanno deciso di tassare alcuni cibi e il settore delle bevande zuccherate. Nel 2018 in Sud Africa è stata introdotta una tassa sulle bevande dolcificate. Questa, denominata Health Promotion Levy, si basa sul contenuto di zucchero utilizzato e determina un aumento di prezzo per ogni grammo di zucchero aggiunto al di sopra di 4 g/100 ml (i primi 4 g per 100 ml sono esentasse). Grazie alla sua introduzione, la vendita in volume delle bibite tassate è diminuita del 28,9% rispetto alle previsioni precedenti. Nel 2011 in Ungheria è stata invece introdotta la Public Health Product Tax, applicata sui cibi pronti e sulle bevande ad alto contenuto di sale, zucchero o caffeina. Una valutazione d’impatto ha stimato che la sua applicazione ha prodotto una riduzione del 3,4% dell’acquisto di alimenti trasformati. In Messico, nel 2013, il Governo ha introdotto un’imposta sulle bevande che ha determinato un aumento del 10% del prezzo dei prodotti tassati. Sempre in Messico, nel gennaio 2014, è diventata effettiva la tassa ad valorem indirizzata agli alimenti non essenziali con un valore energetico maggiore di 275 kcal per 100 g. Questa tassa è stata voluta per contrastare l’aumento dei casi di obesità e generare nuove entrate fiscali. Nel primo anno dopo l’introduzione della tassa, per i consumatori con uno status socio-economico elevato non ci sono stati cambiamenti sostanziali. Le cose sono andate diversamente per le persone di status medio, per le quali si è registrata una diminuzione del 5,8% nel consumo di questi prodotti, che è arrivata al 10,2% nella popolazione con un reddito basso.

Ci sono anche, meno numerosi, esempi di interventi fiscali realizzati per promuovere l’acquisto di prodotti considerati più sani. Tra questi, l’esenzione delle tasse nata per favorire il consumo di frutta, verdura, uova, acqua e yogurt nell’arcipelago di Tonga. Questo, infatti, nel 2016 ha abolito l’Iva del 15% su tali categorie di alimenti. Un provvedimento simile è stato attuato anche dal Governo delle Fiji che, nel 2012, ha eliminato un’imposta del 10% che gravava sulle verdure importate. La possibilità di introdurre tasse per favorire una dieta sana include comunque anche un cambiamento nella conduzione politica del Paese, l’attuazione di una riforma fiscale, lo sviluppo di una nuova strategia per la salute pubblica e un maggior dibattito sui problemi legati all’obesità e alle varie patologie connesse a un’alimentazione scorretta.

Secondo gli esperti dell’Oms gli esponenti politici dovrebbero essere preparati con solide evidenze scientifiche in grado di controbattere agli argomenti utilizzati dalle industrie alimentari per opporsi alle misure fiscali. Come avviene per le tasse sul tabacco, le critiche avanzate dall’industria rispetto alle politiche fiscali sulle bevande zuccherate possono infatti essere raggruppate in cinque tipologie: seminare dubbi screditando i dati scientifici e sviando l’attenzione su altre questioni; minacciare l’avvio di cause legali; usare una retorica contro la povertà; considerare poco sicuri gli introiti dovuti alla tassazione; porre l’accetto sull’occupazione. Se però si conoscono le esperienze di quei Paesi che hanno scelto di attuare una politica fiscale mirata, questi argomenti diventano facilmente confutabili.

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Roberto La Pira

  Francesca Faccini

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