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Il politicamente corretto in cucina: quando è giusto cambiare i nomi di alimenti e ricette tradizionali?

Spaghetti alla belladonna invece della puttanesca, Bellezze di fanciulle al posto di minni di virgini o zizze di monaca, Sederello e non più Culatello di Zibello per indicare il celebre salume parmigiano, ma anche il cambiamento di nomi come Tripolini, Bengasini, Abissine e altri ai formati di pasta che richiamano un passato coloniale italiano. Tutto questo in nome di un politically correct che ha invaso anche il mondo dell’alimentazione e della cucina?

L’espressione angloamericana politically correct, in italiano politicamente corretto, designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti evitando ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone nella forma linguistica e nella sostanza evitando pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale, di disabilità fisiche o psichiche della persona. Malgrado gli ideali egualitari che lo animano, il politically correct solleva critiche soprattutto quando è portato agli estremi, accusandolo di una tirannia ideologica che limita la libertà d’espressione. Ciò accade soprattutto quando interviene solo sulla forma, ossia la lingua, piuttosto che sulla sostanza, in particolare quando le scelte linguistiche imposte sono eufemismi e quando diventa una dittatura, dilagando in tutti i campi anche in quello alimentare.

In Svizzera è stato chiesto di cambiare il nome dei dolci Mohrenköpfe (Teste di moro) perché ritenuto razzista

Recentemente Roberto Zottar in Il “politicamente (s)corretto” in cucina (Civiltà della Tavola, luglio 2020 pag. 6-7), considerando il dibattito sui nomi razzisti di alcuni cibi tradizionali, si è soffermato sul dolce Moro in camicia e su quanto avvenuto in Svizzera. Qui vi è stata una petizione contro i dolci ritenuti razzisti, per chiedere all’azienda zurighese Dubler AG di modificare il nome dei cioccolatini Mohren-kopf, Testa di nero e Moretto per il Canton Ticino e Tête de negre per i cantoni francofoni, in Bacio di cioccolato. Una richiesta analoga a quanto avvenuto in Germania dove i Negerküss o bacio del negro, sono divenuti Schokoküss, bacio di cioccolato.

Tra i dolci esteri dal nome ritenuto razzista oltre al Mohrenköpfe (Testa di moro) vi sono il Mohr im Hemd (moro in camicia) e il Negerbrot (pan nero al cioccolato e nocciole). In Italia, invece, vi potrebbero essere il Moretto gelato ricoperto di cioccolata, il budino Moretto, le liquirizie Morositas e Negritas e il vino Negroamaro. Equivocando con un’origine del nome del produttore (Moro, Mori, Moretti e simili) vi sono anche la birra Moretti, il salame Negronetto, l’amaro Montenegro e l’aperitivo Negroni: anche questi nomi da cambiare?

Nomi tradizionali come quello del Culatello di Zibello potrebbero non essere più ritenuti accettabili

Numerose sono le denominazioni di alimenti e ricette che potrebbero essere ritenute indiscrete e rientrare nel politically correct. In una breve elencazione, certamente non esaustiva, si possono ricordare formaggi come il Puzzone di Moena, il Bastardo del Grappa e le Zizzone di Battipaglia. Ma anche salumi con forme tali da farli denominare Coglioni di mulo o Palle del nonno, la Culaccia, la Culatta il già citato Culatello di Zibello e il Salame culare. Tra i vini vi sono la Passerina, il Nero di Troia, la Ficaia, il Bricco dell’uccellone e con riferimenti religiosi il Lacrima Cristi, il Vinsanto, il Sangue di Giuda e l’Inferno (senza citare vini con denominazioni o immagini di tipo politico).

Tra i cibi e le ricette tradizionali con nomi impudenti vi sono il pane Cafone della Campania, il Brandacujun ligure, i già citati Spaghetti alla puttanesca, le diverse Minni di virgini e Sise delle monache, gli Strozzapreti romagnoli e gli Strangolapreti trentini, i palermitani Cazzilli di patate, i Bigoli veneti, ai Cazzetti d’angelo romani, i Pisarei e fasò piacentini, i Grattaculi laziali, il piatto leccese Pollu cusutu ’nculi (pollo cucito nel culo) e la pesca a Poppa di Venere. Non fanno invece parte delle denominazioni discusse le ricette ora proibite che nelle cucine regionali italiane, quando regnava la fame, erano preparate con carni di animali un tempo tradizionali oggi non più accettate (gatti, rondinotti, passeri, volpi, porcospini, ghiri, scoiattoli, orso, topi o quaglie dei poveri, serpenti ecc.), o accettate solo da una popolazione sempre più ristretta (cavallo, asino, rane, lumache ecc.) oppure vietate (tartarughe, novellame e datteri di mare, delfini, pettirossi ecc.).

cavallo
Non rientrano nella discussione sul politically correct ricette a base di carni non più accettate, o che lo sono solo da una parte della popolazione, come quella di cavallo

Anche in cucina bisogna saper distinguere. Per le denominazioni che richiamano condizioni passate e presenti con valori sociali e che fanno riferimento a concezioni razziste o politiche superate può valere il politically correct. Diverso è per le denominazioni tradizionali nelle quali si usano espressioni un tempo soprattutto popolari, molte delle quali sono divenute di uso comune e tra le quali tipico esempio è il termine “culo” in tutte le sue declinazioni, iniziando dal vaffanculo già accettato anche dalla Treccani, e in questo caso il politically correct è una tirannia ideologica.

Diverso è per quanto riguarda le ricette politically correct nelle quali però spesso si equivoca, confondendo tra la più diffusa con la grande varietà di tradizioni del passato. Per esempio lo scalpore suscitato a Bologna per la decisione dell’Arcivescovo Matteo Maria Zuppi di volere tortellini senza carne di maiale per i musulmani non considera che un suo precedente Arcivescovo Domenico Svampa (1851–1907) nei giorni di magro mangia i tortellini con ripieno di carne di rana cotti in brodo di rana. In modo analogo i parmigiani che ritengono canonica e unica la bomba di riso con il piccione non sanno che il cuoco di Maria Luigia Vincenzo Agnoletti prepara la bomba di riso anche con il pesce o con le verdure. Ma questa è un’altra storia.

© Riproduzione riservata Foto: depositphotos.com, Fotolia.com

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Roberto La Pira

  Giovanni Ballarini

Giovanni Ballarini
Professore Emerito dell’Università degli Studi di Parma e docente nella Facoltà di Medicina Veterinaria dal 1953 al 2002

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6 Commenti

  1. Avatar

    Proprio il cibo, l’espressione massima della convivialità e della condivisione messo in mezzo dalla/alla politica.
    E chi stabilirà l’origine dei nomi ? Nel dubbio, lo zelante di turno trasformerà le “palle di Mozart” in “sfere di Mozart” ?
    Probabilmente è giusto, la società e il mondo sono in continua evoluzione, ma fa davvero sorridere pensare a dell’anticlericalismo mangiando gli strozzapreti … .

  2. Avatar

    Giusto? Evoluzione? Questo è delirio ipocrita! Questo è colpire la tradizione! Dato che non c’è voglia di risolvere i veri problemi dei paesi arretrati o di superare certe becere discriminazioni misogene, ci si lava la coscienza con queste scemenze.

  3. Avatar

    Roba a dir poco imbarazzante. Guardate alle vere problematiche anziché alle stupidaggini.

    • Avatar

      Concordo, non ho parole…

      Più andavo avanti a leggere l’articolo, più stentavo a credere ai miei occhi…

      Mai pensato di offendere le donne mangiando degli spaghetti alla puttanesca.

      Poi, per dire, la birra Moretti: Moretti è un cognome, modifichiamo pure quello?!?

      E il vino Negroamaro?

      Basito.

  4. Avatar

    mi sembra una questione di facciata e di gran ipocrisia, quando poi in Italia non si riesce a far una legge che tuteli i diritti di tutte le persone in modo equo. Una legge che tuteli i diritti mi sembra un tantino più importante e concreta rispetto a menarla sul nome di un gelato o di alcuni formati di pasta.
    Oppsss …. ma allora va cambiato anche il nome al finocchio!!! … che ortaggio irrispettoso e offensivo!!!

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