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Soft drink: Poli e Fatati contestano le conclusioni di un articolo sulle bevande edulcorate

Abbiamo letto con attenzione il commento di Agnese Codignola, su Il fatto alimentare, ai tre articoli su soft drinks e sovrappeso ed obesità pubblicati alcune settimane addietro sul New England Journal of Medicine.

Le scriviamo perché l’interpretazione della giornalista non ci sembra aderente alla realtà dei risultati ottenuti negli studi citati.

 

Non entreremo, per brevità, nel merito dello studio di genetica, e dello studio di sostituzione delle bevande zuccherate con bevande acaloriche (ma saremo lieti di esaminarli per i suoi lettori se lei lo riterrà opportuno).

 

Vorremmo invece commentare in dettaglio lo studio Randomized Trial of Sugar-Sweetened Beverages and Adolescent Body Weight (di Cara Ebbeling et al.). Il lavoro prende in esame gli effetti di un intervento educativo finalizzato a ridurre il solo consumo di bevande zuccherate su peso e IMC di adolescenti sovrappeso o obesi. L’intervento si dimostra efficace sui consumi dei soft drink, che crollano dell’80% circa nel gruppo di intervento rispetto ai consumi pre-studio.

Le differenze (attenzione: è importante!) si mantengono statisticamente significative anche due anni dopo l’inizio dello studio (il consumo passa infatti da 1,7 dosi/die a 0,2 dosi/die dopo un anno ed a 0,4 dosi/die dopo 2 anni). Osserviamo invece l’andamento del peso nei due gruppi esaminati, pure valutato dopo 1 anno e dopo 2 anni di studio.

 

Dopo il primo anno si registrano diminuzioni piccole ma significative di peso e di IMC nel gruppo che aveva ridotto il consumo di bevande zuccherate, rispetto al gruppo di controllo non oggetto dell’intervento. Al termine del secondo anno di sperimentazione, tuttavia, nonostante il calo dei consumi di soft drinks nel gruppo di intervento si sia mantenuto, non si osservano più differenze significative tra il peso ed il BMI degli adolescenti dei due gruppi.

Tra i non-Ispanici, che rappresentano l’80% circa del campione, la riduzione del consumo di soft drinks non funziona per nulla: non si associa infatti ad alcuna diminuzione significativa del peso dopo un anno, e sembra associarsi addirittura ad un aumento ponderale (pure non significativo) dopo due anni.

 

Il lavoro, quindi, porta in realtà a concludere che un intervento di successo finalizzato a scoraggiare il consumo di bevande zuccherate (concettualmente analogo all’intervento di tassazione di queste bevande, ipotizzato nell’estate appena trascorsa nel nostro Paese) non produce benefici nella gestione del peso corporeo nel tempo.

È probabile che nei soggetti nei quali il consumo di soft drinks è sceso siano state attivate altre scelte alimentari o di stile di vita che ne hanno completamente neutralizzato l’effetto di restrizione calorica: confermando quindi ancora una volta che l’obesità non dipende da un elevato consumo di un singolo alimento come i soft drinks, ma da uno squilibrio tra apporto calorico e dispendio energetico totale.

 

Vorremmo osservare, incidentalmente, che queste (e non altre), sono le conclusioni degli autori dell’articolo stesso: In conclusione, – dicono infatti gli autori – la sostituzione di bevande zuccherate con bevande non caloriche non migliora il peso corporeo su un periodo di osservazione di due anni; differenze tra gruppi in termini di peso corporeo e di qualità della dieta sono state tuttavia osservate dopo un anno.

 

Qualcuno potrebbe poi ricordare che la stessa ricercatrice pubblicò, alcuni anni addietro, uno studio simile, nel quale osservò che una restrizione del consumo di bevande dolci, in una popolazione mista (che comprendeva soggetti normopeso, sovrappeso ed obesi), non influenzava significativamente il peso corporeo.

In quello studio, si osservava in realtà un piccolo vantaggio sull’andamento del peso nei soli soggetti obesi, compensato dal fatto che nei soggetti normopeso il peso tendeva ad aumentare a seguito dell’intervento educazionale che riduceva il consumo di soft drinks. Sulla base di questo precedente, l’autrice ha replicato l’esperimento sui soli soggetti obesi: ma il quadro che è emerso è ancora più restrittivo; un risultato favorevole si osserva infatti tra i soli soggetti obesi di etnia ispanica (un dato, evidentemente, irrilevante per noi italiani).

 

Che dire, in conclusione? Che il problema del sovrappeso e dell’obesità sono di soluzione non banale. Molte persone sembrano pensare che sarebbe sufficiente eliminare o tassare i soft drinks (o altri alimenti ricchi di zuccheri o di calorie) per farli scomparire, o controllarne grandemente la diffusione. Non è così: e lo studio della Ebbeling conferma, in modo rigoroso, questa nostra interpretazione delle evidenze disponibili.

Ed è importante: sapere che un intervento è inefficace consente infatti di evitare di gingillarsi con non-soluzioni e di cercare, invece, altre strategie che permettano di ottenere il risultato desiderato.

 

Andrea Poli (direttore scientifico, Nutrition Foundation of Italy), Giuseppe Fatati (presidente Fondazione ADI)

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Risponde il fatto alimentare

La conclusione di Andrea Poli e Giuseppe Fatati è interessante ma non è l’unica. Possiamo sostenere con altrettanta efficacia che l’abitudine a bere una quantità elevata di bibite zuccherate come succede di frequente negli Stati Uniti e anche in altri Paesi educa i giovani ad un gusto dolce che diventa uno stile alimentare, il discorso vale anche per le bibite zero calorie o diet, a base di edulcoranti. Per cui alla fine anche riducendo i soft drink la dieta resta viziata da una quantità elevata di cibi dolci.

Molti studi, inoltre, hanno evidenziato come sostituire alimenti e bibite con la loro versione “light” non risolva i problemi di sovrappeso.

 

Non si deve dimenticare che i nutrizionisti consigliano solo un tipo di bevanda da bere a tavola: l’acqua, e ritengono devastanti gli effetti di un consumo elevato di soft-drink nel lungo periodo. E questo concetto emerge molto bene dalle ricerche riportate nell’articolo.

 

Le ultime pubblicità della Coca-Cola diffuse in Italia, si muovono proprio in questo senso, cercare di favorire l’abitudine del consumo della bibita a pasto, innescando così un serio problema di diseducazione alimentare. Questi messaggi sono un insulto al buon senso e al lavoro di educazione alimentare che si fa nelle scuole e in molti centri, e dovrebbero forse solleticare la sensibilità dell’Adi e di Nutrition Foundation of Italy.

 

Un’ultima nota sulla tassazione delle bibite. Si tratta di provvedimenti che servono a fare cassa allo Stato e non a dirottare i consumi come sarebbe auspicabile. Per ridurre i consumi  bisognerebbe  tassare le bibite zuccherate almeno del 20% altrimenti gli effetti sul calo delle vendite risultano irrilevanti.

Roberto La Pira

Foto: Photos.com

 

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3 Commenti

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    Concordo appieno con le osservazioni di La Pira e sottoscrivo la frase:"Questi messaggi sono un insulto al buon senso e al lavoro di educazione alimentare che si fa nelle scuole e in molti centri"

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    Come per moltissimi ( o quasi tutti gli argomenti …) è essenziale esprimere scetticismo sulla ricerca fatta con metodi scientifici ( definita dalle maggioranze educate da canale 5 : " scienza ufficiale " ….) Importante, anche, è controbbattere senza aver studiato nulla dell’argomento in modo serio.
    PERCHE’ NON INTERPELLIAMO GIACOBBO, CHE POTREBBE DARCI UN PARERE DEFINITIVO ?
    Poveri Poli e Fatati …….

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    Vorrei commentare sul concetto di scienza e studi scientifici, che per me sono la parte analitica indispensabile nell’osservazione degli eventi. Poi gli esseri umani con l’ausilio di tutti gli emisferi cerebrali,fanno una sintesi con l’aggiunta dell’intuito e del buonsenso, non quello comune di massa, che spesso è falsato se plagiato, ma quello innato e legato alla sopravvivenza nostra e dei nostri figli.