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Plastica: ascesa e caduta di un mito creato negli anni ’30. Articolo tratto dall’Almanacco della scienza del Cnr

The girl is holding a plastic cap. Close-up.

Proponiamo ai lettori questo interessante articolo ripreso dall’Almanacco della scienza del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) sulla storia della plastica, passata da grande novità negli anni ’30 a uno degli elementi più inquinanti del globo 90 anni dopo.

A lungo simbolo positivo di progresso, la plastica è un classico esempio di come, nel giro di pochi decenni, si siano trasformati i valori del sentire comune. Dopo i primi tentativi di produrre oggetti con celluloide e bachelite, il grande impulso alla produzione di massa di beni in plastica parte dagli anni ’30 del secolo scorso, con l’utilizzo in scala industriale del petrolio come materia prima. Come spesso avviene, sono le finalità militari delle guerre mondiali a dare un determinante impulso allo sviluppo di una tecnologia: in questo caso la necessità di elaborare materiali sintetici che sostituissero quelli naturali, difficilmente reperibili. Negli anni ’50 c’è il vero e proprio boom della plastica, che entra nelle case di tutti sotto forma di prodotti di uso comune, che divengono icone di ottimismo e di benessere, non a caso vengono immortalati anche dalla Pop Art. Oggi quelle stesse qualità positive di solidità e resistenza dei prodotti in plastica si sono trasformate in una minaccia per l’ambiente.

discarica plastica co2 gas serra
Il grande impulso alla produzione di beni in plastica parte dagli anni ’30 del secolo scorso, con l’utilizzo in scala industriale del petrolio

“La plastica, alla cui scoperta l’Italia ha contribuito in maniera determinante con Giulio Natta, premio Nobel per la Chimica nel 1963 e fondatore dell’Istituto di ricerca in chimica macromolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche, ha svolto un ruolo fondamentale in settori chiave, come l’imballaggio alimentare e non, i trasporti, l’elettronica, le costruzioni”, spiega Mario Malinconico dell’Istituto per i polimeri, compositi e biomateriali (Ipcb) del Cnr. “Le materie plastiche sono ovunque e hanno rivoluzionato moltissimi aspetti della vita quotidiana, grazie alla loro versatilità. Si stima che se dovessimo sostituire la plastica con cui realizziamo contenitori rigidi e flessibili, imballaggi in film e in schiuma con i materiali tradizionali come vetro, metalli, legno, si avrebbe un costo ambientale ed energetico tra le quattro e le sette volte superiori. Tuttavia, esse portano con sé un rischio: essendo materiali di sintesi prodotti in laboratorio, non si degradano in natura, dove non esistono enzimi in grado di ‘digerirli’. La loro massiccia dispersione negli ecosistemi, dovuta soprattutto al nostro smodato utilizzo di imballaggi con un ciclo di vita estremamente ridotto, determina un serio rischio per l’ambiente. Sottoposti all’azione degli agenti atmosferici, infatti, gli oggetti di plastica si dividono in parti sempre più piccole: è così che nascono le famigerate micro e nanoplastiche, la cui pervasività e dannosità sono ormai tristemente note”.

Le microplastiche e nanoplastiche costituiscono un pericolo non solo per mari e fiumi, su cui finora si era concentrata la ricerca, ma anche per la struttura dei terreni e per le possibili alterazioni che un accumulo potrebbe generare sulla capacità dei suoli di assimilare il carbonio. “È necessario sottolineare che il carbonio da cui si ottengono i polimeri, alla base delle materie plastiche, è un carbonio fossile, estratto dagli strati interni della Terra, il cui rilascio modifica il bilancio totale di carbonio presente in atmosfera. In questo senso, la plastica ha una funzione di ‘tampone’, poiché intrappola il carbonio di origine fossile in un materiale durevole. Se non venissero disperse nell’ambiente, le plastiche non creerebbero problemi di inquinamento”, conclude il ricercatore. “Intercettate con un efficiente circuito di raccolta differenziata, potrebbero essere riciclate più e più volte, prima di recuperarne il valore energetico. Oggi si stanno sviluppando anche processi di depolimerizzazione efficienti per riottenere le molecole costituenti e rifare i polimeri. Altra risposta della tecnologia è la cosiddetta bioplastica, ricavata da fonti rinnovabili, biodegradabile e compostabile, che si sta affermando nel settore dell’imballaggio ultrasottile e della raccolta della Forsu (Frazione organica del rifiuto solido urbano)”.

Edward Bartolucci articolo tratto dall’Almanacco della scienza del Cnr

© Riproduzione riservata. Foto: stock.adobe.com

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5 Commenti

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    Disgraziatamente non è ancora il momento di compiangere la scomparsa della beneamata, ci sono larghi movimenti per la sua sostituzione ma se dovessi scommettere sull’uscita di scena non sarei così sereno…….comunque ripensando a tutto il ciclo del petrolio, ai danni dell’estrazione (migliaia di km quadrati di territori terrestri e marini morti, fracking ecc.) lavorazione (celestiali impianti chimici che purificano il cielo) trasporti navali pericolosi, dispersione (materiali di ogni dimensione fin dentro il corpo umano e ovunque), a sentir dire che un derivato addizionato con sostanze chimiche poco salutari viene considerato un tampone contro la dispersione del carbonio, con tutto il rispetto per l’articolo e chi scrive mi viene da pensare male.
    I primi disastri sono insiti nella natura del prodotto grezzo, mentre la dispersione dipende in parte dalla negligenza e in parte dal modo in cui sono commercializzate e percepite, delle cose che valgono poco non ci si prende cura sufficiente.
    Siamo d’accordo che il materiale è comodo e poco costoso ma non credete sia ora di voltare pagina?
    Ah già c’è il covid, aspettiamo ancora un attimo, guanti mascherine ecc quasi tutto “usa e getta”, rigorosamente, come se non ci fossero alternative, non siamo ancora pronti.

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      Condivido la sua amara ironia, sig. Gianni. <> E’ come dire: se le centrali nucleotermoelettriche non fossero soggette ad incidenti di varia gravità sarebbero sicure.

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      Ti sono sfuggiti ameno un paio di passaggi chiave:

      “Si stima che se dovessimo sostituire la plastica con cui realizziamo contenitori rigidi e flessibili, imballaggi in film e in schiuma con i materiali tradizionali come vetro, metalli, legno, si avrebbe un costo ambientale ed energetico tra le quattro e le sette volte superiori.”

      Purtroppo non possediamo un pianeta da quattro a sette volte più grande, e dovendo contentarci di questo la sostituzione istantanea della plastica con vetro, metalli, legno, creerebbe un problema da quattro a sette volte maggiore.

      “La loro massiccia dispersione negli ecosistemi, dovuta soprattutto al nostro smodato utilizzo di imballaggi con un ciclo di vita estremamente ridotto, determina un serio rischio per l’ambiente.”

      La soluzione quindi non è precipitarsi a sostituire le sedie in plastica con sedie in legno, ma procedere nella sostituizione dei prodotti usa e getta con altri durevoli e riutilizzabili, o fabbricati in materiali biodegradabili (incluse le mascherine, anche se appare evidente a chiunque che fornire 8miliardi di mascherine in cotone o seta ogni settimana alla popolazione mondiale sia *leggermente* oltre le capacità attuali).

  2. Avatar

    Probabilmente mi sto ammalando dal momento che sono d’accordo con il sig.Mauro……..a parte gli scherzi è ovvio che le cose sarebbero graduali a partire appunto dagli oggetti” usa una volta e getta” non esistendo una bacchetta magica, che non esiste in nessun campo, per poi proseguire in altri ambiti critici.
    Quando si capiscono gli errori si deve procedere con strategie in tempi coerentemente lunghi ma avendo le idee chiare ragionevolmente si va avanti e i risultati arrivano.
    Sulle mascherine in ambito scolastico solo per fare un esempio concreto faccio due conti con numeri tondi approssimati, dunque 10 milioni di persone in classe in duecento giorni consumano due miliardi di mascherine da smaltire in un anno……..supponendo che le stesse persone avessero diciamo 10 mascherine in stoffa a testa ne servirebbero 100 milioni e non sarebbero da buttare ma da conservare, certo si spenderebbero maggiori risorse per il confezionamento e per i lavaggi ma ci sarebbe scarsissimo pattume da raccogliere e buttare, ecco vediamo, visto che è di moda, l’impronta ecologica di tutto ciò.
    Certamente non eravamo e non siamo preparati, mi chiedo amaramente a cosa eravamo preparati in questo ambito….. senza pretendere risposte, ma se avessimo avuto una visione ecologica diversa ci sarebbe stata una progressiva migliore gestione dei materiali e si sarebbe arrivati a regime, invece che essere aggrappati alla plastica grazie a poco lungimiranti decisioni politiche.
    A proposito non l’ho ancora detto ma ogni giorno faccio lunghe passeggiate e per gioco conto le mascherine che vedo per terra, ebbene qualsiasi percorso diverso io faccia arrivo facilmente a 15/20 in pochi chilometri.

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      Fermo restando che con le mascherine dovremo convivere a lungo, in plastica o in stoffa, almeno finché non ne verrà creato a costi accettabili un modello durevole almeno quanto un casco da moto, per intenderci, con il solo filtro da cambiare confermo le mie perplessità circa la possibilità di sostituire le mascherine usa e getta in materiale plastico con altre in tessuti naturali.

      Tu parli di 10 milioni di studenti italiani, io di “8miliardi di mascherine in cotone o seta ogni settimana alla popolazione mondiale”, perché le mascherine lavabili in fibre naturali non sono eterne e reggono bene 6-10 lavaggi (per questo ho ipotizzato una durata media, pessimistica, di una settimana) e poi perché il problema del covid e della plastica è globale e come tale va affrontato, non cerchiamo di nasconderci dietro alla foglia di fico di una ipotetica italietta virtuosa.

      Ovviamente ogni mascherina in stoffa è un risparmio di plastica, ma proprio per gli studenti e per chi deve operare in un ambiente chiuso le “mascherine di comunità” non garantiscono una protezione sufficiente e saranno accettabili solo al termine della campagna vaccinale, quando saremo arrivati alla immunità di gregge e le FFP2 saranno necessarie solo per chi non si è potuto vaccinare oppure opera in ambienti particolari.

      Sulla dispersione nell’ambiente concordo, mascherine e guanti vengono gettati a terra senza pensare che sono di plastica, e qui è forte la carenza educativa da parte della scuola ma soprattutto degli adulti, che sono i primi a dare un pessimo esempio ai ragazzi continuando a buttare tutto dove capita (anche se a casa fanno bene la differenziata… fuori ovviamente non è più fatto loro), sarebbe necessaria una campagna informativa fatta bene, con spot e sponsor popolari che crei l’automatica l’abitudine a gettare guanti e mascherine (e ogni altro rifiuto) nei cestini e non a terra.

      Ma sin’ora la comunicazione in merito al covid è stata non pessima, ma di più, confusa, contradditoria, verbosa, noiosa, inefficace, farcita di sfilze di numeri che nessuno riesce a interpretare correttamente, basata su personaggi sconosciuti o con nessuna presa sul pubblico, soprattutto giovane (basti pensare al guitto da due soldi che in pochi miseri spot di un piattume penoso invitava a vaccinarsi… negli USA per la campagna antipolio avevano reclutato Elvis Presley quando era un idolo indiscusso all’apice della sua popolarità).

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