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La plastica pervade ormai tutta la Terra, e le particelle più piccole, con diametri da un millesimo o a un milionesimo di millimetro, sono presenti ovunque, perfino nell’aria. Ma che effetto hanno negli organismi viventi? Vi si accumulano? E se sì, con quali conseguenze? Gli studi specifici sono molto difficili da condurre: non a caso, quasi non vi sono misurazioni dirette negli esseri umani e sono scarsissime anche quelle sui mammiferi in generale. Ora però, a rinforzare la necessità di studi più approfonditi, è una ricerca condotta su un modello animale classico, il pesce zebra, dagli scienziati dell’Università di Lipsia e del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale UFZ, in Germania, che a tal fine hanno utilizzato una serie di marcatori fluorescenti e un tipo particolare di risonanza magnetica.

Come riferito su Science Advances, la loro attenzione si è focalizzata sugli embrioni e quanto hanno osservato è assai preoccupante. Le nanoparticelle (cioè quelle con diametro inferiore al micrometro) di polietilene tereftalato (PET), uno dei polimeri più utilizzati in ambito alimentare per le bottiglie e i contenitori di plastica, si accumulano visibilmente nel fegato, nell’intestino, nei reni e nel cervello degli embrioni. L’accumulo si associa a una diminuzione della normale motilità, un eccesso di sostanze ossidative (segno di alterazioni del metabolismo energetico) e un aumento di alcuni metaboliti del fegato, anomalie del comportamento e un accorciamento della vita. Inoltre, la presenza di nanoplastiche nel cervello potrebbe comportare un aumento del rischio di malattie neurodegenerative.

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Secondo lo studio, le nanoplastiche si accumulano nel fegato, nell’intestino, nei reni e nel cervello degli embrioni di pesce zebra

Non necessariamente tutto quello che si vede in questi pesci può accadere in organismi molto diversi come quelli dei mammiferi, ma i dati spingono a effettuare le opportune verifiche, per quanto possibile. E, nel frattempo, è sempre più urgente porre mano a provvedimenti internazionali che evitino la dispersione in natura di così tanta plastica e quindi ne limitino fortemente l’impiego. Della stessa opinione sono gli autori di un altro studio pubblicato negli stessi giorni, relativo alle microplastiche presenti nei mari di tutto il mondo.

In questo caso, i ricercatori del 5 Gyres Institute di Los Angeles, in California, insieme a colleghi cileni e svedesi hanno effettuato un’analisi di tutti i dati disponibili dal 1979 al 2019, in base alle rilevazioni effettuate da oltre 11.700 stazioni nell’Oceano Atlantico, Pacifico, Indiano e nel Mar Mediterraneo, giungendo a numeri iperbolici e a previsioni drammatiche. Come riferito su PLoS One, infatti, nel 2019 galleggiavano sulle acque tra gli 82 e i 358 trilioni di frammenti di plastica di tutte le dimensioni (in media 171 trilioni), per un peso compreso tra 1,1 e 4,9 milioni di tonnellate (media 2,3 milioni). Per quanto riguarda i periodi precedenti, tra il 1979 e il 1990 non ci sono dati sufficienti, perché le rilevazioni in quel periodo erano sporadiche, mentre tra il 1990 e il 2004 non sono emerse tendenze specifiche. Il vero punto di svolta è stato il 2005, anno in cui è iniziata una tendenza all’aumento (motivata da una crescita sempre più evidente degli impieghi della plastica) che sembra non fermarsi più: in mancanza di provvedimenti molto concreti, tempestivi e soprattutto estesi a tutti i Paesi, nel 2040 la quantità di plastica presente sulla superficie dei mari salirà di 2,6 volte, cioè sarà più che raddoppiata. L’unica soluzione, concludono gli autori, è un trattato internazionale delle Nazioni Unite, legalmente vincolante e molto restrittivo.

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katia
katia
18 Aprile 2023 13:10

Esiste un normativa sui limite di microplastiche ?