Cibo in contenitori su sfondo nero. Vista dall'alto. Concetto di consegna pfas

Le sostanze perfluoroalchiliche o PFAS, meglio note come sostanze perenni, sono presenti ovunque, anche nel nostro cibo. Ma quanto, di quelli contenuti nel packaging, arriva all’organismo di chi consuma i prodotti confezionati o in generale industriali?

Lo studio sugli PFAS

Una risposta a questo importante interrogativo giunge ora da una ricerca pubblicata su Environment International, nella quale sono stati analizzati attentamente i partecipanti a due grandi studi di popolazione. Il primo chiamato Southern California Children’s Health Study (CHS) è focalizzato soprattutto sui ragazzi ispanici, dal quale sono stati reclutati circa 120 giovani. Il secondo era il National Health and Nutrition Examination Study (NHANES), la grande indagine sulle abitudini alimentari e la salute degli americani. In questo caso, lo studio ha riguardato circa 600 giovani.

A ognuno dei partecipanti si è chiesto che cosa consumasse abitualmente, in particolare le carni processate, il pane, le verdure, e poi le bevande, comprese quelle zuccherate, gli sport drink, il tè e il latte. Gli si è chiesto quanto spesso mangiassero pasti o anche solo alimenti preparati in casa, e quanto invece frequentassero fast food e ristoranti, cioè luoghi nei quali gli alimenti potevano più spesso essere in contatto con PFAS.

I risultati preoccupanti

Oltre a rispondere ai questionari, i ragazzi si sono sottoposti a un prelievo (nel caso dello studio CHS due volte, cioè all’età di venti anni e poi di nuovo a 24, nel caso del NHANES a uno solo, a 19 anni), per poter dosare le quantità di alcuni degli PFAS più comuni. Il risultato è stato abbastanza preoccupante.

Amici con bicchieri di plastica di tè freddo in mano attraversano la strada sulle strisce pedonali
Per ogni porzione di tè in più al giorno, c’era un aumento di oltre il 24% della concentrazione di PFHxS

Infatti, tra i ragazzi del CHS, coloro che, alla prima visita, avevano riferito un significativo consumo di tè freddo, alla seconda avevano livelli di PFAS aumentati, in modo direttamente proporzionale alle quantità assunte. Così, per ogni porzione di tè in più al giorno, c’era un aumento di oltre il 24% della concentrazione di PFHxS (acido perfluoro-esasulfonico), del 16% di PFHpS (acido perfluoro-eptasulfonico) e del 12% di PFNA (perfluorononanoico). Da notare che queste molecole, in particolare, appartengono alla categoria degli PFAS più moderni, che sono quindi evidentemente utilizzati nell’industria alimentare. Inoltre, chi aveva riferito un maggior consumo di carne di maiale alla prima visita, alla seconda aveva un aumento del 13% di PFOA (acido perfluorooctanoico).

Alimenti processati e contaminazione

La conferma è arrivata anche dal dato opposto, quello sull’abitudine a consumare alimenti preparati a casa. Per ogni aumento di 200 grammi di cibo casalingo, la concentrazione di PFOS (acido perfluoro-octansulfonico) era inferiore dello 0,9% al primo controllo, e dell’1,6% al secondo.

Tendenze sovrapponibili si sono viste anche con i ragazzi del NHANES. Anche se in quel caso il dosaggio degli PFAS nell’organismo è stato uno solo, è emersa una chiara relazione tra l’abitudine a consumare hot dog, carni processate e tè industriali e la concentrazione di PFAS di vario tipo.

Le conseguenze di questo studio sono diverse. Innanzitutto, quanto osservato nelle due popolazioni di ragazzi, con ogni probabilità si vede ovunque, perché nel Paese (gli Stati Uniti), le abitudini alimentari sono abbastanza omogenee, soprattutto per quanto riguarda il consumo di alimenti industriali. Con lo stesso approccio, si potrebbe quindi verificare che cosa accade in altri Paesi, e identificare i prodotti più critici.

Occorrono normative sui PFAS

Inoltre, i risultati rafforzano l’esigenza di prendere provvedimenti quali quello assunto dal procuratore generale dello stato della California, che nel 2023 ha inviato una lettera a tutti i produttori di packaging e cannucce in carta, invitandoli (un invito che, in realtà, è un obbligo, dal momento che ha valore legale) a scrivere il contenuto di PFAS dei loro prodotti.

In generale, secondo gli autori, ricercatori della Division of Environmental Health della Keck School of Medicine dell’Università della California, sarebbe necessario monitorare la presenza di PFAS negli imballaggi di cibi e bevande, per cogliere per tempo le situazioni più pericolose, e nel frattempo cercare di limitarne molto l’impiego, con l’obiettivo di vietarlo, appena possibile.

© Riproduzione riservata. Foto:

Siamo un sito di giornalisti indipendenti senza un editore e senza conflitti di interesse. Da 13 anni ci occupiamo di alimenti, etichette, nutrizione, prezzi, allerte e sicurezza. L'accesso al sito è gratuito. Non accettiamo pubblicità di junk food, acqua minerale, bibite zuccherate, integratori, diete. Sostienici anche tu, basta un minuto.

Dona ora

5 4 voti
Vota
4 Commenti
Feedbacks
Vedi tutti i commenti
Alberto
Alberto
19 Febbraio 2024 22:01

Buonasera, siete giornalisti e scrivete la parola obiettivo con due BB ? Grazie comunque per il lavoro che fate.

Valeria Nardi
Reply to  Alberto
20 Febbraio 2024 15:35

Seguiamo la Treccani “Sono corrette entrambe le forme”. https://www.treccani.it/enciclopedia/obiettivo-o-obbiettivo_(La-grammatica-italiana)/

Laura
Laura
24 Febbraio 2024 08:22

Vi ringrazio per queste utilissime informazioni, fortunatamente ho smesso da anni di usare prodotti in brick, buon lavoro!

giova
giova
24 Febbraio 2024 17:47

A proposito del provvedimento del procuratore generale dello stato della California, che nella mia ignoranza dell’articolazione istituzionale statunitense assimilo alla nostra figura del presidente di Regione, mi permetto questa affermazione: se in Italia un sindaco (che ricordo ha la responsabilità di legge della salute pubblica) o un presidente di Regione emettessero un provvedimento simile a quello riportato nell’interessante articolo della dottoressa Codignola, nell’arco di cinque giorni il ministro o il presidente di Regione (se emesso dal sindaco) farebbe un provvedimento di annullamento dell’atto.
Ultimo esempio: il provvedimento del limite di velocità a Bologna di 30 orari, contrastato dal ministero.