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Pesce, aumentano consumi e import. Ma gli italiani dimenticano le specie tipiche del Mediterraneo. Intervista a Valentina Tepedino di Eurofishmarket

pescheria pesceI cittadini europei consumano in media 25 chili di pesce all’anno, mentre gli italiani superano i 28 chili. Le rilevazioni di mercato mostrano che nel 2017 il consumo di prodotti ittici è aumentato. Questa, in generale, è una buona notizia per la salute, perché pesci, molluschi e simili, ricchi di proteine, vitamine, minerali e grassi “buoni”, sono consigliati da tutti i nutrizionisti. Gli italiani consumano prevalentemente prodotti freschi e decongelati (49% degli acquisti), ma anche surgelati confezionati (17% degli acquisti) e conserve (24%), principalmente di tonno. Secondo i dati Ismea l’aumento è stato del 2,3%, e ha interessato tutti i segmenti del mercato.

Il nostro Paese è circondato dal mare e i prodotti ittici sono ingredienti fondamentali di molte ricette tradizionali, come pure della dieta mediterranea. Il pesce “italiano” però non basta: secondo i dati elaborati dalla Banca merci telematica italiana, nel 2017 abbiamo importato un milione di tonnellate di pescato, con una crescita del 3,6% rispetto al 2016 (per tre quarti si tratta di prodotti freschi, refrigerati o congelati, per un quarto trasformati, principalmente conserve di tonno). Il nostro più importante fornitore è la Spagna, da cui proviene il 22% dell’import, seguono Paesi Bassi (5,3%), Grecia e Regno Unito (4,5% ciascuno), e Francia (4%), mentre il 40% proviene da Paesi extra-UE (compresa la Norvegia), con l’Equador in testa alla classifica dei fornitori.

Al primo posto, fra i prodotti acquistati dall’estero, troviamo seppie e calamari, con 135 mila tonnellate, in crescita del 49% rispetto all’anno precedente. Questi molluschi provengono in buona parte dalla Spagna (22,6%), ma anche da India (15%), Thailandia (10,7%) e Cina (9,1%). Al secondo posto ci sono le conserve di tonno e palamita, con oltre 100 mila tonnellate (cresciute del 14%), seguiti dai gamberetti congelati e affumicati (in calo del 3%), e i polpi (–10%). Abbiamo chiesto un parere a Valentina Tepedino, direttrice di Eurofishmarket: “Le importazioni, in generale, aumentano perché l’attenzione dei consumatori si concentra su poche specie e quello che si pesca nel nostro Paese non è sufficiente a soddisfare la domanda. Seppie e calamari sono prodotti molto graditi ai consumatori, anche a volte in alternativa al polpo, più caro e sempre meno abbondante.”

Dal 2010 al 2016, secondo i dati Ismea, le catture di polpo (Octopus vulgaris) in Italia sono diminuite del 30% e quelle di calamari del 26%. La definizione generica di “polpo” o “calamaro”, però, non è sufficiente per comprendere le dinamiche del mercato, perché esistono specie diverse. “L’unico mollusco cefalopode che può avere la denominazione di “polpo” e che si pesca anche in Italia è l’Octopus vulgaris – specifica Tepedino – mentre gli altri “polpi” commercializzati sono importati e appartengono a specie diverse. Per esempio l’Octopus dollfusi, venduto erroneamente a volte per le sue dimensioni come “polpetto” invece che come “polpo atlantico”, proviene dal Pacifico orientale, soprattutto dalla Cina. O l’Octopus cyanea, che dovrebbe essere commercializzato come “polpo indopacifico” e proviene di solito dall’Oceano Indiano orientale. Queste due specie e diverse altre arrivano dalle origini più differenti, soprattutto congelate o decongelate, ma molti consumatori non sono in grado di comprenderne la differenza e non sanno attribuire alle stesse il giusto valore di mercato.”

Raw octopus polpo pesce
Le catture di polpo nel Mediterraneo sono diminuite del 30%, di conseguenza crescono le importazioni di molluschi cefalopodi

Lo stesso vale per le seppie: nei nostri mari si pesca Sepia officinalis, ed è quella venduta per lo più fresca e l’unica che può riportare in etichetta la denominazione di “seppia”. Nel congelato invece possiamo trovare altre specie, provenienti da diverse parti del mondo. “Recentemente – fa notare Tepedino – è aumentato l’import di pesce secco e affumicato, anche molluschi cefalopodi, per soddisfare la richiesta di consumatori provenienti da Paesi africani o dall’estremo oriente, che ricercano prodotti tradizionali”.

Forse è da ricondurre alla crescita di questo settore del mercato l’enorme aumento delle importazioni di carne congelata (anche tritata) di pesci come tilapia, carpa, pesce gatto, pangasio, persico africano e simili: dalle 342 tonnellate del 2016 si è passati a 31.000 tonnellate nel 2017. “Sicuramente – fa notare Tepedino – l’utilizzo importante di alcune di queste  specie nella ristorazione collettiva, l’aumento del numero di ristoranti gestiti da extracomunitari e di prodotti ittici “ready to eat”  ha determinato l’aumento della domanda.”

Per quanto riguarda le conserve di tonno e palamita, ne abbiamo importate oltre 102 mila tonnellate ed esportate circa 23 mila. L’Italia importa tonni e pesci simili già lavorati in filetti e congelati (a volte già precotti) per produrre conserve. Quelle che rivendiamo all’estero sono di qualità elevata, però l’import è dieci volte più consistente. D’altra parte il tonno in scatola è molto consumato in Italia: si trova in 94 case su 100 e ne utilizziamo 2,5 chili a testa all’anno (dati Ancit). Le conserve importate provengono per il 53% dalla Spagna, ma anche da Costa d’Avorio (8,7%), Colombia (8,1%) e Seychelles (6,8%).

Tuna with parsley in a glass jar on wooden table
L’Italia importa esporta poche conserve di tonno, in confronto alle importazioni, ma di qualità elevata

Sono in aumento anche le importazioni di tonno congelato destinato alla vendita una volta decongelato. Questo è il prodotto che troviamo di solito sui banchi dei supermercati e nelle pescherie: è molto raro che si trovi tonno fresco, e quando accade è molto costoso, anche perché arriva per via aerea. “Il “tonno fresco” – dice Tepedino – è sempre più richiesto, ma la qualità del prodotto sul mercato continua a diminuire. Nel nostro mare si può pescare il tonno rosso che però raramente viene commercializzato sul territorio. Di solito viene venduto vivo prevalentemente a Spagna e Malta, dove viene allevato per farlo aumentare di peso. Il tonno a pinne gialle non proviene del nostro mare, ma viene importato da quasi tutto il mondo. Nel Mediterraneo si possono pescare anche tonnetti come la palamita, i tombarelli e il tonno alalunga. Quest’ultimo, pur avendo carni delicate e gustose, è poco noto e poco apprezzato, forse anche per il colore rosato, non molto amato dai consumatori che preferiscono un colore rosso vivo, perché fa pensare al pregiato tonno rosso”.

In realtà, il colore del trancio dipende da diversi fattori ma, per assecondare le preferenze dei consumatori, è possibile trovare sul mercato tonno a pinne gialle trattato con nitriti e nitrati (o estratti vegetali che li contengono), che preservano il colore rosso anche di un trancio non proprio freschissimo, (ne abbiamo parlato qui). Trattamenti di questo tipo, mascherando il reale stato di conservazione potrebbero nascondere anche eventuali aumenti di istamina in grado di provocare vere e proprie intossicazioni come ormai viene segnalato sovente dal Rasff. Il tonno rosso è una specie a rischio e la pesca è regolata dal sistema delle quote. Il 90% degli stock ittici del Mar Mediterraneo sono sovrasfruttati e questo è confermato dalla continua riduzione delle catture. Quindi dobbiamo rassegnarci a importare una parte sempre maggiore del pesce che consumiamo?

pesce Mediterraneo
Ci sono moltissime specie ittiche che non vengono sfruttate perché i consumatori italiani ricercano un numero limitato di specie

“In realtà – dice Tepedino – ci sono tante specie di pesce nostrano che non sono sfruttate, perché i consumatori ricercano sempre le stesse varietà e perché le aziende non vogliono “rischiare” proponendo altrnative. Così sul banco del pesce dei supermercati – che copre il 75% circa delle vendite – si trovano sempre le stesse varietà, senza valorizzare i prodotti più abbondanti. Le sogliole preferite, perché sono più grandi, provengono per lo più dall’Atlantico; mentre la sogliola mediterranea anche se costa meno è poco ricercata perché  è un po’ più piccola. L’assurdo – continua Tepedino – è che anche nelle località costiere, nei ristoranti “di pesce”, si trova prevalentemente, se non esclusivamente, prodotto di importazione”. Consumare il pesce che si trova più abbonante nei nostri mari è una scelta più sostenibile. Sarebbe forse utile per i consumatori un marchio di sostenibilità per individuare facilmente le specie meno a rischio, scrivendolo anche sui menù dei ristoranti. 

Un’altra possibilità interessante è l’acquacoltura. A livello globale questa pratica fornisce  circa la metà dei prodotti ittici presenti sul mercato, grazie alla produzione nei Paesi asiatici. In Europa, l’acquacoltura fornisce circa il 20% dei prodotti ittici, e l’Italia a livello europeo ha un ruolo importante. La produzione, con alti e bassi, si attesta intorno a circa 140 mila tonnellate (contro le 188 mila di pescato). L’allevamento di specie ittiche può avere un forte impatto negativo sull’ambiente, ma la ricerca si orienta verso pratiche sempre più sostenibili, come l’acquacoltura biologica. L’Italia è leader nella produzione di cozze e vongole biologiche, destinate in gran parte all’esportazione visto che il consumo nazionale non decolla.

Secondo Tepedino “La burocrazia e i costi di produzione rendono i prodotti dell’acquacoltura italiana poco competitivi. Bisogna puntare su strategie di marketing e capitolati che permettano di apprezzare le caratteristiche organolettiche superiori e il valore aggiunto di una produzione più attenta, e comunicare queste differenze attraverso adeguate campagne di informazione, come è stato fatto per i prodotti della laguna di Orbetello. Sarebbe  necessaria un’alleanza fra produttori, distributori e ristoratori – sottolinea l’esperta –  con il sostegno delle istituzioni, per favorire la diffusione e il consumo di specie nostrane meno conosciute e poco sfruttate.”

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  Valeria Balboni

Valeria Balboni

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9 Commenti

  1. spero che la Tepedino venga ascoltata dai palazzi del potere, anche se la questione microplastiche tende a minare un po’ tutti i valori ed i buoni suggerimenti…

    • Grazie Luigi, il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali negli ultimi anni ha sostenuto progetti utili in tal senso ( Pappafish, Pesce fresco nelle mense ospedaliere, Dalla rete al piatto, ecc ) soprattutto nel cominciare a utilizzare il pesce nostrano nelle mense scolastiche e ospedaliere sia nel fare formazione ai giovani sui prodotti tipici delle nostre acque …. i risultati sono stati molto positivi e dunque speriamo che anche il nuovo Governo tenga da conto questa esperienza e porti avanti questo tipo di attività insieme ad un maggiore impegno in merito al settore dell’acquacoltura e della pesca in generale per tutti gli aspetti che risultano scoperti e che sono ancora tanti. E’ fondamentale inoltre che arrivino più risposte possibili da fonti autorevoli e “ufficiali” al fine di evitare lo scoppio di facili e inutili allarmismi e anche che si crei sul mercato una concorrenza del tutto sleale.

  2. Siamo una penisola circondata dal mare, siamo un popolo a tradizione contadina, di allevatori e pescatori, abbiamo una disoccupazione giovanile che al sud è al 40%, l’agricoltura e la pesca languono tra difficoltà insormontabili per frazionamento, isolamento e mancata redditività delle imprese.
    C’è qualcosa che non funziona nella politica agroalimentare e pesca nostrana, oppure è solo questione di concorrenza straniera aggressiva meglio organizzata di tutto il nostro sistema?
    Quello che è evidente, è che la catena commerciale dei grossisti ed importatori hanno violentato il nostro mercato interno fatto di prodotti e pesci nostrani, con materie prime e pescato internazionale frutto di coltivazioni estensive e pesca industriale invasiva, dove non c’è alcuna protezione di mezzi e metodi spesso dannosi e fortemente impattanti.
    Il nostro sistema interno non può contrastare ne reggere questo impatto commerciale invasivo ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.
    Come giustamente segnala la Tepedino e non solo da ora sui banchi del pesce, ma anche sugli scaffali della GDO, troviamo alimenti internazionalizzati, standardizzati e fortemente competitivi rispetto la nostra produzione interna.
    La soluzione? Forse la conosce solo il presidente D. Trump, anche se ricordo che il nostro ex ministro Tremonti parecchi anni addietro l’aveva prevista mettendoci in guardia, ma da noi imperversava il globalismo dei vasi comunicanti, soprattutto a livello comunitario europeo .

    • Grazie Ezio, la domanda di prodotto ittico sta crescendo di anno in anno . La produzione ittica italiana ( almeno per quanto riguarda la sola pesca) non può da sola soddisfarla. Sicuramente però una politica più collaborativa insieme con il sostegno del mondo della distribuzione organizzata ( nei supermercati si vende oltre il 70% del prodotto ittico ) e dei ristoratori potrebbe aiutare i nostri produttori a essere più competitivi , più ricercati e maggiormente valorizzati. Anche per quanto riguarda l’acquacoltura, come scrivevo, potremmo creare un “sistema Italia” più compatto e con specifiche caratteristiche utili a renderlo di maggior valore e dunque più competitivo. Se non si crea un sistema di collaborazione tra tutti gli stakeholder non riusciremo mai a preservare la nostra produzione

  3. cozze e vongole biologiche? Vivono forse in un’acqua diversa da quelle selvatiche?…

  4. Valeria Balboni

    Gentile Orval87,
    cozze e vongole in effetti sono sempre allevate in acque aperte e non vengono nutrite con mangimi.
    La certificazione biologica prevede che il “seme”, cioè le piccole vongole utilizzate per l’impianto, siano prelevate in natura, nell’ambito di “nursery naturali”, anziché allevate come accade di solito. Inoltre la densità degli impianti è inferiore: circa 400-500 animali per metro quadro contro 1000.
    La qualità delle acque degli allevamenti, sia convenzionali che biologici, è controllata dagli enti ufficiali, ma per gli allevamenti bio mi risulta che siano previsti dei controlli aggiuntivi.

  5. Roberto Contestabile

    Tra il golfo di Venezia e il canale d’Otranto si concentra il 47 per cento dell’intera flotta di pesca industriale italiana. Da questo mare proviene il 50 per cento dei nostri prodotti ittici. Eppure l’inquinamento e l’intensa attività di pesca a strascico stanno portando a un rapido impoverimento delle acque. «Sono danni che non vengono raccontati fino in fondo» racconta a Montecitorio il noto giornalista Andrea Purgatori, presidente di GreenPeace Italia. «Un problema che si è trascinato nel corso degli anni fino a diventare una vera emergenza». I dati presentati sono preoccupanti. Tutti gli stock ittici commerciali dell’Adriatico sono sovrasfruttati. Le conseguenze sono fin troppo evidenti. «Tra il 2007 e il 2015 gli sbarchi di prodotti ittici in Adriatico della flotta di pesca italiana sono calati del 21 per cento, da 116.898 a 92.595 tonnellate». La denuncia arriva dall’Adriatic Recovery Project, una campagna lanciata dall’associazione MedReAct in collaborazione con Legambiente, Marevivo, l’Università di Stanford e il Politecnico delle Marche. Alcune specie pagano il prezzo più alto. Il nasello subisce un prelievo di oltre cinque volte superiore ai limiti sostenibili. Il risultato? Tra il 2006 e il 2014, le catture di questo pesce «sono diminuite del 45 per cento sia per i pescherecci italiani sia per quelli croati». Stesso destino per gli scampi, altro pregiato prodotto ittico. Tra il 2009 e il 2014, si legge ancora, le catture di questa specie sono diminuite addirittura del 54 per cento.

  6. Pesce sostenibile

    Gli aumenti dei consumi dovrebbero essere motivo di enorme preoccupazione. Il problema qui non e’ il fatto che si mangi pesce estero o nazionale ma bensì’ l’emergenza in cui ricade lo stato della maggior parte degli stock ittici commerciali e degli impatti negativi di metodi quali la pesca a strascico che distrugge i fondali marini o quelle che generano by-catch (catture non volute di altre specie di pesci, cetacei, uccelli, tartarughe) per non parlare degli altamente inquinanti allevamenti o quelli che vengono realizzati distruggendo mangrovie ed altri importanti ecosistemi. Bisognerebbe dunque mangiare meno pesce e solo quello proveniente da pesche o allevamenti sostenibili (sia come metodo che come stato di salute dello stock).
    Ci sono diverse guide da consultare attentamente per iniziare a farsi un’idea (le stesse guide a volte non sono sufficienti a documentare bene tutte le problematiche):

    https://www.mcsuk.org/goodfishguide/search
    http://pescesostenibile.wwf.it/

    • Da una parte molte compagnia di pesca industriale a strascico e non solo, dall’altra tutto il resto del mondo tenutario del patrimonio ittico, vegetativo ed ambientale.
      Chi vince? La prima sparuta esigue categoria di razziatori senza scrupolo, oppure tutto il resto del mondo?
      Evidenza e realtà drammatica di come pensano e funzionano le istituzioni responsabili di questo e di tutti gli altri settori della ricchezza patrimoniale mondiale, italica compresa.

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